Forse ti hanno fatto una caricatura del bene
raccontandoti il male pochi giorni prima di morire,
hanno brevettato questa fine per mancanza di fondi
mostrandoti come un uomo andare a pezzi.

La poesia di Andrea De Alberti – pur essendo sostanzialmente lirica – si muove in una contemporaneità vissuta con piglio antropologico. La materia è la sostanza da cui si forgiano i rapporti – fra padre e figlio, fra uomo e uomo – il poeta funge da sismografo e cartografa l’evoluzione dei sentimenti. Le poesie che compongono Dall’interno della specie, quarta silloge del pavese uscita da poco per Einaudi, ricapitolano l’esperienza soggettiva e la ascrivono all’orizzonte della nostra umanità frammentata. Da ciò nasce una radiografia personale e contrastata, ma anche un referto sullo stato della specie umana all’altezza di un oggi che poco ci appartiene.

Ho raggiunto De Alberti per porgli alcune domande sul suo operato così originale nella pratica della poesia contemporanea.

Definisci la tua poesia lirica, eppure parti dal punto di vista di un io lirico capace di  confondersi con la materia. Questa dialettica con l’organico mi ricorda la poetica di Ivano Ferrari. Come mai hai deciso di adottare questo taglio “scientifico”?
Sono partito da un consiglio di lettura. Un giorno un cliente e amico in osteria mi fece leggere Il gesto di Ettore di Luigi Zoja. Partii proprio da lì, da quel gesto di elevazione del figlio da parte del padre per continuare quello che avevo scritto negli altri miei libri. Il taglio scientifico venne dopo. Si aggiunsero pezzi a un uomo crollato a pezzi che fu mio padre, giungendo fino a una sorta d’identificazione con King Kong. Ivano Ferrari è un poeta che ho letto e che amo, sembra che scriva mentre sulla carta stiano lavorando dei tarli nella carne viva.

Fra le tue influenze citi Sereni e Raboni, e infatti si sente forte la volontà di ricostruire una realtà soggettiva in rapporto con l’oggettività. Da parte mia potrei aggiungere l’eco della poesia di Valerio Magrelli, soprattutto nelle liriche – come “Ikea” (Non pensare a una sala massaggio, a un isolato con parco/ a una piazza con alberi, a un nido aziendale) o “Il dolore ai tempi dell’Aulin” (Il dolore è a basso consumo energetico/ ha certo per noi un’aria familiare più o meno consolante) –  in cui rifletti sulla quotidianità. Come coniughi il vettore del tempo storico dell’evoluzione, dunque un tempo verticale, e l’orizzontalità dell’evento quotidiano?
Hanno citato Raboni e Sereni e sono d’accordo. Li ho letti così tanto che sicuramente si sono iniettati da soli in quello che scrivo. Magrelli è entrato in questo libro con il suo Geologia di un padre, in cui si cerca quasi di far combaciare tempo verticale e orizzontalità dell’evento in un punto, come in un grafico di ascissa e ordinata.

Un altro autore fortemente presente è Albert Camus (Poteva ancora tornare diviso in due tasche/ il primo uomo sostenuto da un mondo innocente), ritorna spesso citato, come fosse un’ombra, una presenza che guida l’io lirico. Che parentela istituisci con l’autore francese?
In questo raccolta compare Il primo uomo di Camus; è un romanzo autobiografico e ripercorre la vita dell’autore alla ricerca del padre scomparso durante la Prima guerra mondiale. Quando un libro ti viene consigliato da un amico, come in questo caso, supera la sua dimensione e s’inserisce nella tua vita in un nuovo libro con un’altra vita dentro.

Il gorilla è una sorta di proiezione dell’animale-uomo, lo evochi attraverso le fonti più disparate: da King Kong, agli scimpanzé dello zoo, passando per i fumetti Marvel e i documentari tv (Sono questo guarda/ una figurina ai tempi di facebook/ una faccia senza citofono/ crescono i peli sul mio petto/ assomiglio a King Kong se mi ci metto). Cosa rappresenta per te questo simbolo?
Rappresenta la sicurezza paterna, penso. Il senso di protezione che debba cercare di trasmettere un padre al figlio. Una cosa difficilissima.

La misura del tuo verso tende verso la discorsività della prosa, al giorno d’oggi la poesia è capace – anche assecondando questa tendenza – di riassumere l’esperienza del reale?
La poesia, diceva Celan, è una svolta del respiro. Ad ogni passo incontriamo l’esperienza del reale in un respiro. Occorrerebbe dare un ritmo ad ogni passo, ad ogni respiro, ad ogni fatto che ci capita per non dimenticare ciò che ci è capitato.

La poesia che chiude la raccolta recita “Il grande fenomeno che prepara l’ominizzazione/ e che compie, crediamo, l’Homo Sapiens,/ non è l’uccisione del padre/ ma la nascita del padre”. Dunque  l’evoluzione è sia ascendenza che discendenza. Nella tua poetica c’è una volontà ricostruttiva, un tentativo di riallacciarsi alla cultura dei padri per superare l’ostacolo del vuoto in cui versiamo?
E’ una  citazione di Morin. Nella mia poetica c’è sempre una volontà ricostruttiva sebbene a volte quasi inconscia che non si manifesta direttamente sulla carta. La nascita del padre al contrario della figura materna non è un fenomeno naturale, ma come dice Zoja culturale. La figura del padre è una costruzione. Come la letteratura.