I Atto
La lettrice, fermamente convinta che le piccole librerie siano una ricchezza che non deve andare perduta, decide di rivolgersi a loro per trovare un determinato volume.

Le caratteristiche di questo volume sono tali da renderlo il perfetto acquisto da fare in una libreria indie: non è un best seller di quelli che ti franano addosso anche mentre fai la spesa, è molto costoso (50 euro) e, anche se negli store dell’usato si può trovare a metà prezzo, la lettrice decide che no, lei lo vuole nuovo, tenuto con cura da un libraio appassionato, e supportare chi ogni giorno fa sforzi per rimanere a galla.
Parte quindi alla ricerca, ma le librerie locali traboccano solo dei suddetti best seller. In una libreria la liquidano asserendo che il volume ‘non si stampa più’, in un’altra la rimandano a un’imprecisata ‘settimana prossima, dieci giorni, provi a ripassare’, in un’altra ancora cercano di convincerla ad acquistare un’altra edizione – l’unica disponibile in negozio. La stizza del libraio quando la lettrice ribadisce che è interessata a un altro volume rende l’atmosfera incompatibile con qualsiasi richiesta di fare l’ordine.
Menzione speciale alla libraia che, dopo avere frettolosamente controllato (no non ce l’ha e la possibilità di ordinarlo sembra pari a quella di vivere le stesse avventure dei personaggi del libro anelato), cerca di vendere un romanzo rosa vincitore di un qualche premio recente. Ragioni per tentare: nessuna, tranne il fatto che la lettrice sia, appunto, una lettrice.

 

II Atto
Sconfortata, la lettrice torna a casa a mani vuote ma con la decisione intatta. Avrà quel libro e lo avrà evitando i circuiti di catena, con i loro freddi algoritmi che propongono agli acquirenti titoli simili a quelli desiderati. Meglio i consigli, antica tradizione che si va perdendo (insieme alla pazienza di ascoltarli).
C’è un’app che sembra fare al caso suo, perché collega tutte le librerie indie iscritte con relativo catalogo. Inserisci il titolo e voilà, la libreria indie che ce l’ha a catalogo comparirà nei risultati.
Questa sì che è un’ottima idea, pensa la lettrice: non solo per le librerie indie, ma anche per i lettori che cercano libri diversi dai soliti best seller, o addirittura fondi di magazzino che altrimenti rimarrebbero invenduti. È davvero un potenziamento del mercato, una gran cosa. In fondo lo scopo è quello di fare arrivare i libri a chi vuole comprarli, giusto?
La lettrice, dopo un attimo di giubilo – il suo libro c’è, ce l’hanno! Lo sapeva che le librerie indie nascondono tesori, tutto sta a trovarli! – nota che, ahimè, l’app non fornisce nessun sito, nessuna email, nessun recapito. C’è solo la cartina geografica con il nome della libreria.

“Ma scusa,” chiede la lettrice a chi le ha fornito l’app, “a che serve se non ho modo di ordinare il libro?”
“L’app serve per farti andare fisicamente in libreria.”
“A seicento chilometri di distanza?”
La persona, almeno, ha il basilare istinto di sopravvivenza di non rispondere che è proprio così.
“Prova a telefonare e vedi se te lo mettono da parte, poi cerca un amico di quella città che può farti il favore, e…”
“Ma secondo te posso chiedere a qualcuno di attraversare Roma (perdendo un giorno di lavoro o un giorno festivo per una mirabolante avventura sul Raccordo Anulare) per andare in una libreria di quartiere – sperando che nel frattempo il libro non l’abbiano già venduto – pagarlo prezzo pieno, poi farmelo spedire spendendo ulteriori soldi?”
“Te l’ho detto, la app serve perché così la gente è invogliata ad andare in libreria.”
“E lo scopo?”
“Conoscere gente, socializzare, fare amicizia con chi ha i tuoi stessi interessi…”
“Ma io devo comprare un libro.”

Cosa che, pare, è una pretesa eccessiva, soprattutto se si vuole comprare proprio quel libro e non si intendono considerare alternative.
La lettrice si mette in caccia di un sito, un’email, un recapito telefonico delle tre librerie che pare abbiano il libro da lei cercato. Una delle tre risponde con funesto segnale di linea intasata, il sito è innavigabile e comunque parrebbe più un locale piano bar che una libreria. Un posto dove si socializza, insomma.

La lettrice in libreria mentre tenta di comprare un libro senza socializzare.

 

Le restanti due librerie posseggono, se non altro, una pagina Facebook.
La lettrice comincia ad avere il dubbio che forse la colpa della crisi delle librerie indipendenti non sia proprio completamente dei colossi di catena e degli store online. Forse è colpa sua che non ha voluto acquistare il romanzo rosa al posto del libro che sta cercando.

III Atto
La lettrice, notando che le librerie risultano aperte e attive in quel momento, invia a entrambe lo stesso messaggio, con la richiesta del libro in oggetto per sapere se è disponibile e se la libreria effettua spedizioni.
Risponde una, il giorno dopo, molto cortesemente confermando che sì, il libro è disponibile e sì, vengono effettuate spedizioni.
Evviva!, pensa la lettrice, e si affretta a chiedere modalità di pagamento e di invio, con i soldi che le dicono ‘tu non sei la nostra vera madre’ e lo spazio sullo scaffale pronto per il nuovo acquisto. Chi la dura la vince, tutto stava a trovare un libraio interessato a vendere quanto lei lo era a comprare, bisognava solo schivare le librerie che non sono librerie ma posti dove si socializza e dove, evidentemente, acquistare libri è una seccatura, almeno se non intendi ascoltare i consigli di chi ne sa più di te su come spendere i tuoi soldi.
E tuttavia nessuna risposta.
Né il giorno dopo.
Né quello dopo ancora.
E quello seguente.
La lettrice, a questo punto, potrebbe sollecitare, ma la sua pazienza è definitivamente esaurita.

La terza libreria, che risulta attiva e continua ad aggiornare la pagina, nonostante abbia letto il messaggio che afferma quasi testualmente ‘voglio darvi i miei soldi’, semplicemente ignora.
La lettrice comincia a pensare di essere in qualche lista nera di librerie indipendenti.
Perché non è la prima volta che le succede di pensare di avere un problema. Il problema è che ogni volta che la lettrice ha cercato di comprare un libro di un piccolo editore, le grosse catene di distribuzione gliel’hanno fatto arrivare a casa in tre giorni (scusandosi per il ritardo); la libreria indie ha liquidato dicendo che non era possibile averlo. Il problema è che sperare di trovare un libraio competente è un terno al lotto, e la lettrice non può comprare libri a caso sperando di avere ricevuto, per una volta, il consiglio giusto. Il problema è che un pochino la scoccia dover supplicare per poter spendere i suoi soldi.

Alla fine del quattordicesimo giorno, prima di assassinare qualcuno che le proponga di tentare ancora, la lettrice si collega al sito di un noto store di catena, trova il libro che cercava usato a metà prezzo, ed effettua l’acquisto. Tempo necessario: due minuti.
Per onestà va detto che deve ripetere l’operazione due volte in due diverse catene, perché una di queste, non avendo disponibile il volume a catalogo nonostante fosse segnato come ‘acquistabile’, ha inviato una gift card del valore di 5 euro alla lettrice, per scusarsi del disagio.
Il volume arriva due giorni dopo in condizioni perfette. Se non lo fossero state, avrebbe avuto diritto a un rimborso completo. Contestualmente, da un altro indirizzo, arriva un paperback perfetto come lettura da ombrellone. Gratis.

Epilogo
La lettrice è ben consapevole che c’è crisi economica e che un piccolo negozio non può competere con una grossa catena di distribuzione. La lettrice, d’altra parte, si è ormai fatta l’idea che il problema non sia il poter competere, quanto il voler competere. Il problema è che la lettrice cercava un libro e nessuna libreria indie gliel’ha voluto, o saputo, o potuto, vendere.
Il problema è che il problema non è della lettrice, e che cercare di attribuire a lei il dramma della chiusura delle piccole librerie indipendenti non contribuirà a risolverlo. O forse sì.
Ma non è una soluzione che alle librerie indie piacerà molto.
Ma forse è un problema circoscritto soltanto a questa lettrice jellata e in realtà la situazione è completamente diversa. Insomma, non sarà soltanto perché i clienti sono più soddisfatti altrove che vanno altrove, no?