Non so se sono davvero attacchi di panico, ma sentivo il cuore lì lì per esplodermi, e più mi sforzavo di calmarmi, peggio era…

Finisci di leggere La vita con Mr. Dangerous. Lo chiudi, lo riapri, rileggi le ultime pagine, con quel finale dolcissimo e inaspettato, osservi ancora qualche tavola, i suoi colori piatti e delicati. Poi chiudi definitivamente il volume. Sei pieno, assorto in qualcosa di poetico e perciò inspiegabile, che tuttavia ti sembra di conoscere da vicino.

Il fatto è che sulle prime non hai alcuna voglia di parlarne, di individuare pregi e influenze dell’opera o di pensare a quella vecchia storia sul valore letterario del graphic novel. Perché il racconto di Paul Hornschemeier è tra quelli, rari, che si lasciano attraversare e godere senza che si avverta il desiderio di aggiungere altro, a parte, forse, un piccolo impulso a chiamare un amico e consigliarne la lettura. E dunque proviamoci, proviamoci proprio come se fossimo al telefono con un amico, senza interferire troppo con la magia delle tavole di Hornschemeier, senza cioè fare, con La vita con Mr. Dangerous, ciò che la protagonista fa della propria vita interiore: un’autorecensione continua e implacabile, come vedremo spesso inutilmente complessa.

Le cose stanno così: Amy vive con un gatto in una città anonima del midwest americano, lavora come commessa in un posto vagamente carino e disgustoso insieme, ha un rapporto dimesso e conflittuale con la madre, relazioni sentimentali senza infamia né lode. E poi guarda una serie tv, per l’appunto Mr. Dangerous – un pupazzetto misterioso che subisce le angherie di Contadino Greg – con cui è decisamente in fissa, tanto da scegliere i ragazzi con cui uscire in base al loro livello di conoscenza di ogni singola puntata. A tutto questo si aggiunge una sorta di amicizia a distanza con Michael, a cui Amy sembra tenere particolarmente, e che resta tuttavia sospesa – come in fondo tutto, nella normalissima vita di Amy.

Paul Hornschemeier divide il suo graphic novel in brevi capitoli, lasciando avanzare lentamente la storia: la monotonia e la banalità del quotidiano, insieme ai colori piatti (marrone, rosso e blu), rallentano le vicende di Amy in una sorta di immobilità rassicurante, che fa da contraltare alle insicurezze della protagonista. Come detto, non c’è avvenimento, nella vita di Amy, che non sia contrappuntato da una continua parafrasi interiore: l’imminente compleanno da festeggiare con la madre, la fine della relazione con Eric, una notte di sesso col gelataio, il confronto con la propria immagine allo specchio. E non c’è giornata di Amy che non si concluda con un breve dialogo muto col gatto o con la visione di una vecchia puntata di Mr. Dangerous – magari proprio quella dell’antimateria, che Amy, a torto, è convinta di conoscere a memoria.

Questo continuo scivolare dentro di sé, questo confronto serrato e autoreferenziale che si risolve in una specie di TripAdvisor privato e inconcludente, dà vita talvolta a tavole più oniriche: da un lato quelle seppia o bianco e nero in cui Amy passa in rassegna tutte le volte in cui ha commesso gli stessi errori, da un altro quelle più zuccherose, accese, quasi allucinate, in cui sogna di trovarsi in una puntata di Mr. Dangerous. E sarà proprio un pupazzetto di Mr. Dangerous, stavolta vero, inviato da San Francisco come regalo di compleanno, a cambiare le cose, a farle scivolare verso un avvenimento concreto, dunque non più verso l’ennesima proiezione filtrata dalle frustrazioni e dalle aspettative altissime – altissime perché possano essere facilmente e puntualmente deluse – di Amy.

Il materiale trattato da Paul Hornschemeier ha un grande potenziale di immedesimazione. Le contraddizioni di Amy, l’incapacità di stabilire un rapporto autentico con gli altri, con se stessa – e perché no, anche con la realtà – ci riguardano da vicino. Si tratta del nostro essere in perenne guerra con noi stessi, in una battaglia di trincea sempre uguale e sfiancante, a contatto con quello che di noi non sappiamo e che ci prendiamo comunque il lusso di interpretare e aizzarci contro: se vogliamo, l’analogia più significativa è tutta nell’antimateria della puntata di Mr. Dangerous che Amy non ha mai guardato fino alla fine; la parte invisibile e più nera di noi che mentre ci fa orgogliosi, ci guida verso il solito e arcinoto satellite – altro che pianeta! – di solitudine.

Il merito dell’autore è riuscire a restituire tutte queste contraddizioni, questi pensieri palindromi, con leggerezza e poesia, senza affondare in uno psicologismo inutilmente lacerante, nonostante La vita con Mr. Dangerous resti un’opera agrodolce che qui e lì ti prende allo stomaco. Il fatto è che Hornschemeier è un ottimo narratore, capace di giocare con dialoghi brillanti (per quanto mai solenni, né trascendentali, per usare un’espressione di Andrés Neuman), tavole mute, ellissi, facendo dunque scaturire il suo lirismo, implicito e soffuso, come conseguenza di un insieme finemente cesellato. Una formula difficilmente spiegabile, che dà vita alla magia che avvolge il lettore anche dopo aver chiuso il libro e averlo consigliato a un amico, e glielo fa riaprire in cerca, ancora, di quell’atmosfera delicata e leggera.

La vita con Mr. Dangerous Book Cover La vita con Mr. Dangerous
Paul Hornschemeier
Tunué
17x24, cartonato
160
Mario Capello
maggio 2016
Una storia leggera e poetica, magnificamente orchestrata dal suo autore. Un graphic novel che riguarda tutti, che ci tocca da vicino e ci lascia per qualche minuto a fissare il vuoto, più pieni.