E non è che io non ricordo o ricordi poco, anzi mi ricordo moltissimo ma in un disordine fazioso e devastato. Forse nemmeno moltissimo: abbastanza. Sapessi ora o avessi mai saputo con decorosa esattezza perché mai tanta faziosità e tanta devastazione (faziosità, devastazione: non esageriamo), avrei scritto sul tema un romanzo storico coi fiocchi sai tu da quanto. In tutti i casi quella di fare in modo che qualcun altro si metta nei miei panni di allora o mi ci metta io stesso, nel guardaroba dei miei ricordi, mi si prospetta come una fatica spaventosa oltre che verosimilmente inutile.

Lavorare sulla memoria è un’attività complessa perché si propone sempre come un lavoro incapace di concludersi esaustivamente. Vittorio Sermonti inizia con queste parole Se avessero, romanzo edito da Garzanti e finalista al Premio Strega 2016. Lo strumento narrativo si impone come il frutto di un girare constante intorno a un perno, un evento centrale: l’incontro tra un gruppo di partigiani nella casa del protagonista, allora bambino, nel 1945. L’incontro si conclude con un nulla di fatto: i partigiani, alla ricerca di un ufficiale della repubblica sociale, vanno via proseguendo la loro ricerca altrove. Questo episodio è l’epicentro della vicenda, torna e ritorna nella narrazione costantemente, mostrando come in realtà sembri semplicemente il desiderio di cattura della memoria, costantemente sfuggente.

Vittorio Sermonti riesce a costruire un romanzo che non procede mai, la linearità della narrazione è costantemente spezzata, la spirale (ripresa anche in copertina dalle scale) è la forma narrativa che si riflette anche nelle scelte stilistiche. L’esperienza di scrittura, maturata in anni di teatro e radio, è chiaramente un fattore che si mostra nella sovrapposizione del livelli stilistici alti e bassi utilizzati per raggiungere un pubblico più ampio; ma è necessario andare per gradi, iniziare parlando della struttura del romanzo, per arrivare al rapporto fondamentale tra la memoria e la parola.

La struttura a spirale consente l’apertura del romanzo agli eventi collaterali, le vicende non acquistano la solidità che le narrazioni lineari conferiscono, al contrario subiscono la leggerezza dell’erranza del pensiero. In questo senso ogni evento è fulcro e margine. La spirale è una forma che sembra sempre arrivare al centro, salvo poi mostrare come quel centro non sia altro che un altro anello della spirale: nello stesso modo Sermonti costruisce un romanzo che non avanza temporalmente nel succedersi delle vicende, poiché sono tutte frutto di ricordi. Le vicende del narratore, dei fratelli e principalmente del primogenito si intrecciano alla figura del padre fascista e della madre, descritta da Sermonti, in modo tale da mettere in mostra la costruzione stessa del romanzo, dalla messa in scena della struttura, alla struttura a spirale, alla differenza di toni:

Già merita comunque una certa riflessione il dato che finora, voglio dire fino a pagina 170, io abbia omesso di parlarne, se non incidentalissimamente, di mia madre. E lo ‘mperché non so. Ma se ci penso, a occhio e croce direi che è perché così su due piedi avrei dovuto dire che non era molto buona, cioè che mia madre, senza magari calcare troppo il pedale dello sdegno, era cattiva.

In questo passo, come in tutto il testo, è fondamentale la scelta di instaurare un dialogo con un “tu” non svelato per gran parte del libro: Un “Tu” che richiama la narrazione orale per sua natura mutevole, non fissata sulle pagine, tramandata, destinata a modificarsi nel passaggio di generazione in generazione, e quindi ancora una volta, l’ineffabilità della memoria, la sua inesattezza. Il contrasto sempre presente è tra la Storia fatta di date ed eventi e le storie fatte di persone, di incontri, relazioni e quindi in definitiva, di parole.

La struttura a spirale permette inoltre di avere più livelli che si sovrappongono tra loro, i ricordi non sono mai autonomi o completamente immersi in un flusso, ma appunto ognuno consente di giungere al successivo. Questo aspetto si ripropone anche nella scelta stilistica, i livelli di dialogo si alternano con una maggior presenza del tono alto, ma con diversi abbassamenti colloquiali, in grado di permettere al “tu” della narrazione di riacquisire lo spazio dell’oralità che consente l’immedesimazione del lettore con il testo.

Tutti questi espedienti tecnici utilizzati con attenzione da Sermonti – a riprova della sua lunghissima esperienza di scrittura, raccontata anche nelle pagine del romanzo – consentono l’arrivo al tema fondamentale: la memoria.

Sulla memoria Sermonti gioca mostrandone i limiti e soprattutto l’impotenza, il “se avessero”. La memoria, in quanto forma narrativa, subisce variazioni, si mostra, nell’apparire, in maniera incostante, scrisse Bergson sul pensiero e la durata.

L’intelligenza rappresenta dunque all’attività solo degli scopi da raggiungere, ovvero dei punti di stasi, la nostra attività si sposta attraverso una serie di salti, durante i quali la nostra coscienza si distoglie il più possibile dal movimento che si compie per conservare soltanto l’immagine anticipata del movimento compiuto. […] Eppure la successione esiste, io ne ho coscienza, è un fatto.

Ed è attraverso una struttura e uno stile letterario di questo tipo che Vittorio Sermonti riesce a ripercorrere i punti di stasi, i ricordi e a ricostruire una successione che non è, e non può essere storica, ma semplicemente legata alla dicibilità dell’esistente. In questo Se avessero riesce a mettere in mostra il legame che si genera naturalmente tra le storie che accadono ad ognuno di noi e la Storia.

Se avessero Book Cover Se avessero
Vittorio Sermonti
Romanzo
Garzanti
Cartaceo, ebook
224
24/03/2016
Vittorio Sermonti riesce a mostrare i limiti della memoria attraverso la struttura e scelta linguistica, offrendo al lettore la bellezza di una romanzo nel quale trama e stile sono strettamente legati.