“Ma come? Hai ancora paura del buio? Ormai sei grande.”
Non sono grande, non voglio diventare grande.

Ci si può davvero sentire “orfani dell’infanzia”? E per quale motivo? Sembrerebbe questa la spiegazione che sta dietro a Orfanzia, che è un neologismo che mescola l’aggettivo “orfano” e il sostantivo “infanzia”. Se l’è inventato Athos Zontini, autore radiofonico e sceneggiatore televisivo napoletano. Orfanzia, infatti, è il titolo del suo romanzo d’esordio, pubblicato lo scorso settembre da Bompiani.

Niente mi ha fatto male più dell’amore. Appena nato stavo per morire di ernia strozzata. I miei mi vedevano piangere notte e giorno e non capivano, si ostinavano a tenermi in braccio come se fosse questione d’affetto – una nostalgia da placenta che andava colmata.

Al centro della storia c’è un bambino. Un bambino che non vuole mangiare. Così ha deciso. Quando si sente davvero costretto a mandar giù qualcosa, poi corre in bagno e si provoca il vomito. Più che inappetenza dovuta a qualche strano disturbo alimentare manifestato in tenera età, il suo è un vero e proprio rifiuto: pur essendo solo un bambino in età scolare, è capace di mettersi sulla difensiva per le sue ragioni, non per capriccio, come verrebbe da pensare con lo sguardo da persona adulta. È lui stesso a raccontare la sua storia, in un misto di paura, ansia e piccole paranoie che lo portano a dipingere i genitori come due mostri senza scrupoli che tutto vogliono, tranne che il suo bene.

Ogni giorno è una lotta. Dicono che cresco debole e storto, che non sono normale perché non ho un filo di ciccia addosso, che gli altri bambini al confronto sembrano giganti. Dicono che devo mangiare, non è possibile che un bambino della mia età non abbia appetito. Io non voglio mangiare. Ma mia madre non si rassegna, continua a imboccarmi come se avesse fame al posto mio.

Anche se lui non sembra vederlo, i suoi genitori si preoccupano. La madre, super apprensiva, è quella che soffre di più a causa della condizione del figlio. Il padre, troppo impegnato e distante, a tratti lo ignora e a tratti lo disprezza, poi arriva persino a dargli del buono a nulla, perché non mangia, dà troppi problemi e per loro è più una delusione che altro. Più i due sono in ansia più diventano asfissianti: gli stanno addosso ovviamente perché deve mangiare. Deve crescere, sano, forte e, perché no, bello in carne come molti bambini della sua età. Quelli sì che stanno bene.

A nulla servono gli sforzi della madre di imboccarlo, nonostante non sia più un neonato, e di preparargli succulenti manicaretti nella speranza che si decida a mangiare. Come non servono a niente tutte quelle volte in cui lo porta in gita al supermercato, sperando che la implori di comprare tutte le merendine che piacciono ai bambini. Agli altri bambini.

Qualcuno ha appena gridato. Di notte capita. Sono le urla degli altri bambini, durano un attimo e poi più niente. Ho paura, non ne posso più di chiudere gli occhi, riaprirli e trovare lo stesso buio. I miei mi costringono a dormire con la luce spenta perché il pediatra ha detto che così i bambini crescono meglio. Mi rigiro tra le lenzuola con la bocca piena di saliva, continuo a sentire il sapore della carne anche dopo che l’ho sputata.

Non è chiaro fin da subito quale ragionamento o paura lo abbiano portato a covare questo ostinato rifiuto per il cibo. Così il lettore si ritrova a guardare dall’esterno le giornate di questo bambino, come se le vedesse scorrere sullo schermo del cinema, ma le sue attività quotidiane cambiano di poco e hanno tutte un unico comune denominatore: cercare in tutti i modi di non mangiare. Ci riesce, almeno all’inizio. A casa è facile: ormai conosce tutti i modi per nascondere il cibo senza essere visto, anche quando finisce per sporcarsi di vomito i lacci delle scarpe e deve pulire tutto alla svelta. A scuola e in vacanza al mare e si rivela tutto più complicato. Specialmente quando ci si mettono anche altre persone, che siano adulti o bambini, a spingerlo a mangiare. Fa fatica a fare amicizia, quasi quanta ne faccia per mandare giù un solo boccone della carne del pranzo.

In realtà il motivo che si cela davanti il suo rifiuto per il cibo è meno latente di quanto si creda: ha solo una paura matta di essere divorato vivo dai suoi genitori, gli stessi che sembrano volerlo mettere all’ingrasso ogni singolo giorno che passa sempre di di più. Per impedirlo, non deve mangiare, deve restare smagrito e smunto, poco appetibile e senza belle pieghette di cui andare soddisfatti e a causa delle quali potrebbe finire divorato. In più punti si ritrova a confessare la sua paura, prima sotto forma di monologo, poi esternandola agli altri bambini, che non ci credono. Non ci vogliono credere.

“I genitori sono cattivi.” Carlo mi guarda storto. “Mamma e papà non sono cattivi. Mi vogliono bene.” “Anche a me,” fa Ninetto con le mani piantate sui fianchi. “Non vi vogliono bene, mamma e papà vi vogliono mangiare.” Mi fissano come due specchi appannati, non sanno se ridere o avere paura. “Non è vero.”

Proprio la paura è il motore della narrazione in Orfanzia: paura di essere mangiato che diventa paura di crescere e ostacola la crescita stessa, sia fisica che caratteriale. Quando il bambino, che per tutta la storia resta senza nome (come se lui stesso facesse una fatica immane ad accettare la sua identità) capisce che può sconfiggere le proprie paure solo tirando fuori una forza che non ha mai avuto, diventa altro da sé: comincia a mangiare, a ingozzarsi, fino a diventare la nemesi di ciò che era prima. I genitori sono increduli, il cambiamento è inaspettato. Eppure questa non è una storia destinata a finire bene.

Mamma porta i piatti sporchi in cucina e torna con una torta gigantesca. Papà ci pianta sopra le candeline, le accende e va a spegnere la luce mentre i nonni sorridono passandosi la lingua sulle labbra. Il cuore mi sale in gola e mi viene spontaneo indietreggiare. “Forza, esprimi un desiderio,” insistono tutti con le mani dietro la schiena. “Dài, soffia!” irrompe mio padre con quella voce che mi ha sempre costretto a ubbidire. Mia madre è sempre più vicina, riesco a sentire l’odore del fiato che le esce di bocca. Riempio d’aria i polmoni e l’ultima cosa che vedo prima di soffiare sono gli occhi affamati dei miei parenti che mi circondano.

Col suo esordio dai toni cupi da favola nera, in cui il cibo è una presenza costante, Zontini non vuole scrivere una semplice storia sui disturbi alimentari e su come influiscano sulla vita dei più piccoli. Nient’affatto: fa scivolare la narrazione sul piano simbolico e universale. In una Napoli riconoscibile pur senza essere mai nominata, proprio come il bambino intorno a cui ruota tutta la vicenda, la vera protagonista di Orfanzia è la paura sorda, irrazionale, infantile, totalizzante, che pulsa e si fa viva e palpabile man mano che si va avanti nella lettura.

Sembrerebbe un romanzo di formazione, ma non lo è. Almeno non del tutto. Il protagonista, questo bambino per cui non si riesce nemmeno un po’ a provare empatia, non compie il suo percorso di iniziazione passando da una situazione iniziale negativa, non se lo lascia alle spalle e non fa il suo ingresso trionfante nell’età adulta. Ad aspettarlo, non c’è nessuno stadio da migliorare, nessun premio da vincere, nemmeno una fetta di torta da mangiare. Le cose seguono il loro percorso naturale, che sia reale o, semplicemente, nato dalla fantasiosa testa di un bambino.

(Immagine articolo via)

Orfanzia Book Cover Orfanzia
Athos Zontini
narrativa
Bompiani
Cartaceo (brossura)
224
16/09/2016
A metà tra la favola nera e il romanzo di formazione che, però, non arriva mai alla fine del suo ciclo, in Orfanzia si alternano atmosfere horror da Stephen King e candore innocente di Hänsel e Gretel. Una narrazione inconsueta che vi spiazzerà.