Era la giovinezza, la scheggia di vita in cui era possibile scegliersi un destino e che entrambi avevamo dissipato dietro una chimera di morte.

Leggere l’ultima fatica di Crocifisso Dentello, La vita sconosciuta, mi ha riservato un’amara sorpresa, ma prima è necessario sgombrare il campo da alcuni fraintendimenti.

Il nome dell’autore è legato in buona parte al suo operato sui social network. Su Facebook Dentello prodiga giudizi e spunti di riflessione, intrattenendo un rapporto diretto con i suoi lettori. Dalla presenza online è partita la parabola che lo ha portato a pubblicare prima per Gaffi e ora per La Nave di Teseo. Questa dinamica ha i suoi detrattori, che la considerano sintomo di vanagloria e pochezza intellettuale, come se la sovraesposizione andasse a scapito della bontà effettiva della scrittura.

Nell’orizzontalità che caratterizza i social network risulta alquanto difficile essere completamente d’accordo con l’opinione di qualcuno, sia pure una persona stimata e di cui, come nel caso degli artisti, si apprezza l’opera. È un problema comune a tutti, dunque non vedo perché uno scrittore, per “essere-nel-mondo”, non debba usare il mezzo telematico come emanazione della sua personalità. Ho visto Aldo Busi in televisione ancor prima di leggerlo, l’ho sentito affermare una visione del mondo antitetica alla mia: la considerazione sul valore della sua opera non ne è stata minimamente intaccata. Anche nel caso di Dentello mi tengo perciò distante da posizioni pregiudiziali.

Il secondo punto da affrontare riguarda il presunto plagio di una frase de La vita sconosciuta.

Come evidenziato dal critico Stefano Gallerani questo passaggio – per di più usato come slogan («Ognuno ha una percentuale di vita sconosciuta alla propria compagna. Lo spicchio è di varia grandezza, ma il mio era ampio e irreversibile come un pozzo senza fondo») somiglia molto a un altro tratto da La separazione del maschio di Francesco Piccolo («Ognuno di noi ha una percentuale di vita sconosciuta al proprio compagno di vita. Ed è uno spicchio di varia grandezza, ma vitale»). Pur trattandosi della frase di lancio con cui è pubblicizzato il libro, mi sembra abbastanza velleitario imbastire un processo alle intenzioni. Che si tratti di scopiazzatura consapevole o semplice reminiscenza, non serve neanche tirare in ballo le categorie di citazionismo o di postmoderno. Il problema di Dentello non è un singolo passaggio, ma tutto l’impianto. Insomma non si tratta di denigrare una singola frase, piuttosto è necessario fare una riflessione sull’insieme.

E qui veniamo al punto. Lo dico senza mezzi termini: il romanzo di Dentello è brutto e scritto con stile sciatto.

Andiamo con ordine: la vicenda ripercorre il travagliato rapporto di coppia fra Agata e Ernesto. Entrambi milanesi dalle esistenze misere, ex-militanti della stagione rivoluzionaria degli anni Settanta, delusi dalla vita e dal reflusso politico, per questo chiusi e alienati nelle rispettive credenze. Ernesto, dopo aver perso il lavoro di operaio, trova conforto nel sesso mercenario e omosessuale. Agata – che muore nella prima pagina e vive solo attraverso il ricordo del marito – rimane fedele ai suoi ideali, avversando la deriva del mondo moderno e trincerandosi dietro una barriera d’odio. I temi scodellati sul piatto sono molti e variegati: l’omosessualità, la gabbia coniugale, il terrorismo degli Anni di piombo, la precarietà del quotidiano. Ma in verità sembra che l’autore abbozzi considerazioni senza svolgerle (è difficile riflettere su temi di tale complessità in un romanzo di 120 pagine) o tutt’al più se la cavi appoggiandosi a cliché consumati. Vediamo ad esempio come tratta la migrazione dal Meridione:

Eppure Agata è stata figlia di quella Sicilia arcaica e immutabile, ha respirato milioni di minuti quell’aria secca e calda, ha calpestato milioni di passi su quella terra arida e insieme infeconda.

L’immaginario evocato ricorda quello degli sceneggiati d’oltreoceano in cui turisti americani arrivano in Sicilia per scoprire una «natura selvaggia». Nell’armamentario di Dentello non manca nessuno dei temi abusati da tanta manovalanza dell’editoria italiana. Dal bozzetto pasoliniano trattato con il solito senso di colpa criptocristiano («Non sapeva che io andavo a ristorarmi tra le braccia di un uomo come il più abietto degli adulteri.»), alla critica standard della vita di città dal sapore vascobrondiano («Per le strade pochi irriducibili dai ritmi rallentati: anime solitarie, cani randagi, festaioli barcollanti sull’orlo di un coma etilico, cingalesi tristi con mazzi flosci di rose.»), passando per gli anni Settanta:

«Pagherete caro, pagherete tutto», berciai in coro mentre da qualche tetto sventolavano bandiere delle Br. L’emozione fu intensa perché quando ci muovevamo tutti insieme sentivi tremare la terra, ti veniva il cazzo duro. Nel cubetto di porfido che scagliai contro un poliziotto in tenuta antisommossa c’era tutta la mia vita di niente che per la prima volta sfidava il mondo.

L’autore – come nell’ansia di ripagare un debito con Testori, Montale, Saba, Vittorini – persegue un’idea distorta di qualità letteraria. Ne viene fuori un cumulo di sedimenti retorici che offuscano il valore estetico. L’artificio e la farraginosità regnano sovrani:

Avevo piegato la mia indolenza e fatto in modo che nessuna sciatteria potesse stimolare la sua ansia di risarcimento morale. Ma le bastò vedermi rannicchiato sul divano con un libro sulle ginocchia per dare la stura a una litania di recriminazioni che ora si rompevano in acuti, ora si smorzavano in sussurri.

Qui siamo di fronte a un tentativo maldestro di estetizzazione. Paragoniamo il passo appena citato con un altro:

Come ogni mattina, Fabio si chiese se dovesse ordinare al cucchiaino di spingersi oltre la coltre di panna di riso, fino a penetrare nell’oceano di decaffeinato come una minitrivella, oppure fermarsi in superficie e limitarsi a titillare quella nuvola così bianca. Così bianca e così montata.

Come nel caso precedente lo stile sopravanza qualsiasi volontà di comunicare: il periodare è grottesco. Per fortuna dell’autore il passo appena citato è l’incipit de I migliori di noi di Andrea Scanzi; per sua sfortuna scoprire una parentela stilistica del genere non è cosa di cui ci si possa vantare.  In entrambi, la semplicità dell’azione, minimale e ordinaria, è oltremodo dilatata e innalzata stilisticamente senza che ciò ricopra una funzione specifica.

Non sto dicendo che nella poetica di Crocefisso Dentello sia tutto da buttare, in Finché dura la colpa ci aveva lasciato intravedere qualcosa di buono. Ma questa seconda prova risulta un sonoro passo falso: se l’autore è capace di costruire un periodare così elaborato perché non sfruttare le proprie potenzialità per ricalibrare lo stile – mondarlo dall’inutile retorica – e rivedere i propri strumenti interpretativi?

Il romanzo di Dentello somiglia a una cineseria da salotto, un centrino sul tavolo della nonna. In oggetti del genere c’è l’investimento emotivo e l’affezione del ricordo, ma oggi la nonna è morta e l’atmosfera nella casa è cupa. Consigliamo all’autore di spalancare le finestre e permettere alla nuova stagione di scacciare l’aria stantia.

La vita sconosciuta Book Cover La vita sconosciuta
Crocifisso Dentello
Romanzo
La nave di Teseo
cartaceo, ebook
120
23/02/17