La mascolinità si manifesta attraverso due movimenti contraddittori: da un lato il rifiuto o la fuga dal femminile (dall’affetto familiare e materno, da atteggiamenti infantili o effeminati), dall’altro lato la rincorsa del femminile (il corteggiamento, l’accoppiamento). Per diventare un maschio dovresti ripudiare la parte femminile amata, ereditata, succhiata dalla madre, e intanto andare a prenderti, a toccare, a succhiare altri seni di donna. Staccarsi dalle donne – cancellare la madre – cancellare i tratti femminili in se stesso – svalutare chiunque li incarni, cioè tutte le donne – e malgrado la svalutazione, desiderarle.

Entrato nella cinquina del Premio Strega 2016La scuola cattolica ha richiesto nove anni di stesura ad Edoardo Albinati, ma la storia ha le sue origini molto più indietro nel tempo.

L’anno che segue il referendum sul divorzio, l’anno in cui si riformò il diritto di famiglia, in cui si iniziò a parlare dell’abolizione del delitto d’onore. Il 1975 fa parte di un decennio magmatico, non sempre chiaro nella storia italiana, dove si assaporò la «non-contemporaneità nella contemporaneità». Gli echi del dopoguerra si trascinavano ancora in una nazione che si ritrovò all’improvviso a fronteggiare il futuro, senza passare per il presente e facendo i conti con il passato.

Scrivo potere con la P maiuscola solo perché sinceramente non so in cosa consista questo nuovo Potere e chi lo rappresenti. So semplicemente che c’è.

Qui Pasolini in un articolo (contenuto in Scritti Corsari) è il profeta inascoltato di quegli anni, disorientato dalla caduta del vecchio clericalismo, dalla spinta del consumismo omologante, dalla sparizione delle classi sociali e un fascismo burattino del Potere e esso stesso potere. Un fascismo «nominale», senza un’ideologia ben definita, deciso a opporre resistenza al comunismo. È questo il tempo in cui Albinati cresce, compie diciotto anni ed è testimone dei tempi oscuri che seguirono il Delitto del Circeo. L’analisi, tuttavia, non si costruisce con intento scandalistico, ma vuole fare chiarezza, rievocare e spiegare azioni di protagonisti spesso slegati dal tempo in cui si trovano a vivere.

La scuola cattolica è un’analisi corposa, non solo per il numero di pagine, ma anche per la varietà di temi che sceglie di affrontare. Tra il memoir, l’autobiografia profondamente psicologica e un libro d’inchiesta, Albinati sottopone ogni osservazione ad analisi e fornisce argomentazioni per ogni affermazione. Alle origini della narrazione c’è uno dei protagonisti del romanzo: l’Istituto San Leone Magno di via Nomentana a Roma, nucleo scolastico maschile che riproduce in piccolo le dinamiche del Quartiere Trieste, popolato dalla borghesia cattolica. Spodestati i valori cattolici, in bilico tra l’ipocrisia borghese e la fede che li guidava, professori preti e laici si trovano a educare una delle generazioni più complesse.

Il poderoso ma rigido e appunto per questo scricchiolante controllo autoritario, i preti del SLM lo avevano sostituito con un più pratico, flessibile e calzante ai tempi, blando paternalismo. La legittimazione di chi comanda usando il paternalismo dovrebbe discendere dal fatto che a esso ci si adegua, ci si affida e vi si obbedisce senza costrizioni, anzi, quasi volentieri. La ragionevolezza che lo guida dovrebbe in teoria estendersi a chi ne è guidato. Un potere mite, giudizioso, si suppone che venga più facilmente accettato da chi vi è sottoposto. Be’, non è vero. Anzi, mentre all’autorità imposta con la forza o si obbedisce o ci si ribella, non essendovi altre strade, al saggio paternalismo vi sono molti modi per opporsi facendo finta di accettarlo. Ed erano quelli che usavamo noi.

Il rimprovero, la speranza, l’umiltà e il perdono erano i capisaldi dell’insegnamento e la loro eco s’infrange sui corpi nervosi dei ragazzi. Il perenne senso d’inadeguatezza, il capovolgimento del bene e il male, il senso del peccato che incombeva anche su chi non era in grado di capirlo, si scontrano con il fascio di pulsioni ed energie che è l’adolescenza. A fare da contrappunto è la costruzione dell’identità che, in un mondo di maschi, ha regole implicite, da intuire e non manifestare. La scalata verso l’autostima e l’identità di maschio, qualunque cosa volesse dire, avviene per livelli da conquistare con la cura del corpo, gli scherzi spietati per imporre una momentanea supremazia, approdare nel porto sicuro della conquista delle ragazze.

Spinte che, insieme alla religione, formano una miscela particolare che l’autore esamina come un moderno Freud che si affida al potere liberatorio delle parole.

La mia generazione si è trovata in bilico tra l’influenza di un’autorità parentale in declino, ma ancora forte e per nulla disposta a cedere le proprie prerogative – e il crescente dominio esercitato dalla moda, dal mercato dei gusti e dei comportamenti, dal consumismo come unico modo di entrare in rapporto col mondo. Forse durante questo interregno siamo stati più liberi, i nuovi dèi non essendosi ancora insediati sul trono di quelli fuggiti – o magari siamo stati servi di due padroni e non di uno solo come era avvenuto per la generazione precedente, subordinata ancora per intero alla famiglia, e come sarebbe avvenuto per quella successiva, asservita al mercato. Senza padroni riconosciuti o doppiamente sottomessi. La materia di questo libro è tutta qui, nella domanda: quanto eravamo liberi? Liberi da cosa? Liberi di fare cosa?

Il potere della borghesia, fatta di taciti compromessi, decorato dalla perfezione domestica e dalle apparenze da lucidare come ceramica pregiata, incontra forze nuove e sconosciute. Il terreno della battaglia è l’interiorità giovanile. Al fine di schierarsi, la sublimazione di tali energie diventa decisiva. Una delle strade possibili è l’attivismo politico, spesso declinato con lo scontro e la violenza fisica prima che intellettuale. Alla vita politica dei ragazzi di quegli anni, al fascismo, è dedicata una delle parti centrali del libro. Albinati offre la razionalità del presente, opposta al tumulto di quegli anni, per ritrarre un movimento in declino ma ancora forte nell’attrarre le speranze giovanili.

Come sempre gli esempi vengono dalla storia personale, dai compagni, dalla scuola o gli amici conosciuti in vacanza, da qualche professore, come quello che in palestra plasmava “bestie” non ragazzi, esempi di predicatori senza predica. La forza, la prevaricazione e la virilità estrema creano un mondo al maschile senza spazio per il femminile. Rifugiarsi tra simili, tra maschi, era stato, fino a quel momento, l’armistizio che si stipulava contro l’aggressività reciproca e l’ostilità era rivolta all’esterno.

Il racconto del passaggio dall’adolescenza alla vita adulta è il filo che ci condurrà fino alla fine. I ricordi si concentrano nelle prime parti dell’opera, si alternano e lasciano gradualmente il posto a sguardi panoramici alla società del tempo. Soltanto superate le quattrocento pagine la curva larga presa da Albinati inizia a restringersi verso il Delitto del Circeo. Con occhio clinico seleziona i fatti, include testimonianze, verbali, analisi psicologiche, narrazioni degli assassini in prima persona. Il sesso è il sottofondo costante che dà senso all’intera opera. Una delle attività umane a confine tra la vita e la morte che, al suo interno, nasconde rapporti mai paritari tra gli amanti. Ogni rapporto di potere si erotizza e lo stupro non è altro che la realizzazione estrema di una volontà di potenza.

Nello stupro il piacere non è che potere, ma il potere ormai non ha modo di manifestarsi che attraverso il piacere. È costretto a comunicare così. Se non può esprimersi facendo tagliare la testa a qualcuno, il potere si dà lustro erotizzandosi. Noi viviamo dunque in una società dello stupro. Ostilità rapacità e potenza trovano una manifestazione sessuale. Il sesso è il linguaggio, non la cosa. È il modo di volere, non l’oggetto voluto. Si declina attraverso il sesso qualsiasi pulsione: vendicativa, rivendicativa, esibizionistica, identitaria. I ragazzini stuprano le loro compagne di classe e le filmano col cellulare. Libertà intesa come facoltà di nuocere. Libertà = delitto. Una piena realizzazione di se stessi può avvenire solo se si è pronti a prevaricare gli altri, e capaci di farlo. L’io coincide in pieno con la potenza.

La narrazione tra un io soggettivo e onnisciente è puntigliosa al punto da sfruttare digressioni, salti in avanti, studi approfonditi, come a voler spiegare la fame di verità che al tempo non poteva essere soddisfatta. Avvicinandosi alla fine il ritmo incalzante delle prime pagine, rallenta. Un ulteriore lavoro di editing avrebbe potuto limare alcuni passaggi ripetuti o riformulati a distanza di pochi capitoli. Oppure il libro doveva apparire così, un flusso di coscienza composto da generi diversi, in uno sviluppo metanarrativo tra l’autore che lo componeva negli anni e il passaggio alla vita adulta nella finzione.

Edoardo Albinati apre molte porte per chiudere con il passato e scrive un ritratto dell’interiorità così profondo e sincero da funzionare anche come personaggio di finzione, insieme a tutti quelli, reali o inventati, che ne hanno fatto parte. L’autoriflessione non inficia lo scopo del libro, ma allarga il suo sguardo fino a comprendere la stessa essenza degli anni Settanta. Passato e presente insieme.

La scuola cattolica Book Cover La scuola cattolica
Scala Italiani
Edoardo Albinati
Romanzo
Rizzoli
Cartaceo, ebook
1296
studio pym / Milano
marzo 2016
È un libro che chiede al lettore di ricordare e dimenticare assieme. Ricordare quel processo di crescita interiore, così scontato una volta adulti, dimenticare il passato ma ricordarlo per il futuro.