«Potrei dire di averlo fatto solo perché desideravo tanto sopravvivere, ma non è vero. In realtà non volevo vivere. Didi era appena morto e Anuscha lo era da tempo. Però volevo essere un cadavere intatto, non volevo morire fucilata o fustigata o uccisa a calci… Non so perché. Ma era così. Volevo essere un cadavere intatto.»

Scrivere di argomenti come l’Olocausto è sempre difficile, quasi quanto possa essere doloroso leggerne. Eppure si deve ricordare ciò che è stato, per far in modo che un simile crimine non si ripetà mai più. Per questo motivo testimoniare e, in maniera più ampia, volerne scrivere a riguardo è stato ed è necessario.

Adorno era del parere che “Scrivere una poesia dopo Auschwitz è un atto di barbarie”: per anni a questa affermazione è sopraggiunta poi quella convinzione che parlare in letteratura della Shoah sarebbe stato possibile solo in veste testimoniale. Ne sono esempio scrittori come Primo Levi, Elie Wiesel, Robert Antelme, Jorge Semprum e altri, come ci fa notare Björn Larsson nella sua postfazione a Io non mi chiamo Miriam, l’ultimo romanzo della scrittrice, giornalista e drammaturga svedese Majgull Axelsson. Sebbene in questo caso non si tratti propriamente di una testimonianza diretta, il romanzo della Axelsson è stato scritto e pubblicato dopo due anni e mezzo di studio su fonti bibliografiche e testimonianze orali riguardo i campi di concentramento di Auschwitz e Ravensbrück, a cui va aggiunto uno studio delle condizioni in cui versavano i deportati e i necessari approfondimenti sulla cultura rom.

Ho pensato spesso a lei. A Miriam. La persona di cui ho vissuto la vita.

Senza conoscere tutti questi elementi sarebbe stato impossibile raccontare la storia di Miriam, ragazza ebrea di buona famiglia sopravvissuta prima ad Auschwitz e poi al campo di lavoro femminile di Ravensbrück, e di Malika, ragazza rom che, per sopravvivere si è appropriata proprio della divisa a strisce della ragazza ebrea di buona famiglia Miriam Goldberg, morta in uno dei convogli durante il trasferimento da un campo all’altro. Malika e Miriam diventano la stessa persona, suggellando un segreto che la ragazza, poi giovane donna, poi anziana, si porterà dietro per bene sessantotto anni.

Mai una parola con nessuno. Fino alla festa di mezz’estate, giorno del suo ottantacinquesimo compleanno.

Miriam chiuse gli occhi e deglutì. Era intelligente? Forse. Ma solo quando era Miriam, non quando… No. Non si doveva ragionare così. Lei era Miriam. Una ragazza ebrea molto intelligente, di buona famiglia. Doveva convincersene.

Il motivo di questo scambio, che non sembra minimamente assicurarle la sopravvivenza? La paura di essere picchiata o magari uccisa solo perché, dopo il viaggio disumano, la sua divisa era ormai ridotta a brandelli. Perché lei, prima di fingersi Miriam, è Malika, una ragazza rom.

I tedeschi odiavano gli ebrei, ma chissà perché i rom venivano odiati e disprezzati da tutti. Persino dagli stessi ebrei. Sì, perché la protagonista di questo romanzo è quella signora ottantacinquenne che tutti a Nässjö, in Svezia, conoscono come Miriam, la stessa che da ragazza è stata deportata in ben due campi di concentramento, che ce l’ha fatta grazie alle cure della Croce Rossa e che ora vive la sua vecchiaia in apparente tranquillità e in condizioni agiate.

Perché lei è quella che è. Non una normale ebrea schifosa. Qualcosa di peggio. Una rom. Una zingara. E una bugiarda.

O ancora:

Zingari. Si sa come sono fatti, quelli…

Il giorno del suo ottantacinquesimo compleanno coincide con il tempo del racconto, in cui, a causa del regalo ricevuto dalla sua famiglia, Miriam per la prima volta si lascia scappare ad alta voce di non essere, appunto, Miriam. La cosa non viene presa molto sul serio dai presenti, ma sua nipote Camilla è convinta che quella della nonna non sia solo un’esternazione dovuta al fatto che è in là con gli anni. Così, sapendo così poco del suo passato da internata nel campo di concentramento, Camilla decide di invitare Miriam a fare una passeggiata insieme.

Un bracciale rigido in argento. Un bracciale molto largo, in filigrana d’argento a motivi intrecciati, dalle forme pulite nonostante le decorazioni, e di una bellezza infinita. Papà, dice una voce dentro di lei, ma come al solito non dà retta alla nostalgia e scuote appena la testa per sbarazzarsene.

Miriam accetta e, superati i primi timori, riesce ad aprirsi con sua nipote:

«Guarda, lo so che tu e la tua generazione ritenete molto utile che si parli di tutto, ma per noi non era così. Abbiamo imparato a dimenticare. Lo dicevano tutti, allora: dimentica e guarda avanti! Non stare a rimuginare sul passato…»

Le racconta della deportazione, delle sofferenze subite in quegli anni, del dolore causato dal vedere il suo fratellino Didi dilaniato dagli esperimenti di Mengele sul noma, di quella paura che ti annichilisce e non ti fa più parlare, della negazione della sua identità in quanto Malika, ragazzina rom senza più famiglia e ora fantasma, della solitudine, dell’amicizia con le deportate norvegesi e sopratutto di Else, che la tratta come se fosse sua figlia. Le racconta tutto: del suo matrimonio con Olof, il nonno, dentista svedese più che affermato e benestante, che non ha mai saputo delle sue origini e per cui Miriam è stata prima la governante e bambinaia e poi l’unica mamma possibile (essendo morta di parto quella biologica) di suo figlio Thomas, il padre di Camilla.

Il segreto inconfessabile di Miriam/Malika è il frutto ingenuo del suo forte istinto di sopravvivenza: negare la propria identità in quanto rom la porta a diventare altro da sé, a vivere la quotidianità di un’altra ragazza che non ha mai potuto conoscere e che non ce l’ha fatta, a differenza di lei, che invece è arrivata alla veneranda età di ottant’anni seppur con un peso inestimabile nel cuore e nella mente.

Per Miriam l’imperativo è uno solo, sopravvivere alla barbarie, nell’unico modo possibile: dimenticando e andando avanti, proprio come le ripeteva sempre suo padre da bambina. Dimentica e vai avanti, a maggior ragione quando non si ha più nessuno al mondo e si deve convivere con una bugia più grande di sé. Miriam/Malika dimostra che sì, si può vivere l’esistenza altrui, dimenticando (del tutto o quasi) la propria. Alienarsi e andare avanti, come era costretta a fare nell’interminabile viaggio tra Auschwitz e Ravensbrück:

Evitare di esistere. Era l’unica via d’uscita. Appoggiare la testa alla parete. Ascoltare il rumore dei giunti delle rotaie. Ammonirsi in tono severo. Dunc. Chiudi gli occhi. Dunc. Non è niente di grave. Dunc. Sta arrivando un piccolo mal di testa. Dunc. Non è niente di grave. Dunc. Sogna ad occhi aperti!

Majgull Axelsson ci regala un libro articolato, difficile, ma in cui tutto, tranne Miriam/Malika, pare essere al posto giusto. In Io non mi chiamo Miriam il mondo in cui la stessa protagonista vive, che può essere inteso sia come passato dolorosissimo che come presente tanto quieto e agiato quanto costruito su una grossa bugia, è delineato nei minimi particolari. Il lettore potrà empatizzare totalmente con la protagonista, di cui l’autrice assume il punto di vista mantenendolo per tutto il frastagliato ritmo della narrazione. C’è, infatti, un costante andirivieni tra passato e presente che coincide con i ricordi sofferti e gli incubi da stress post traumatico di Miriam. La scrittura della Axelsson, oltre a dimostrarsi all’altezza di qualsiasi narrazione documentaristica e testimoniale anche se il suo resta, seppure con un’evidente base di studi, comunque un romanzo, stabilisce un confine impercettibile tra verità e menzogna, umano e disumano, giusto e sbagliato, Bene e Male.

Perché aveva lottato tanto per continuare a vivere? Perché si era messa in tasca quel pezzo di pane illudendosi che l’avrebbe tenuta in vita per diversi giorni? Perché quando Didi era morto non era andata direttamente alla recinzione elettrificata lanciandocisi contro? Anzi, perché non l’aveva preso per mano e non ci si era gettata con lui il giorno del loro arrivo ad Auschwitz?

Majgull Axelsson sarà per la prima volta in Italia prossimamente, con Björn Larsson, dal 12 al 16 novembre, per presentare il suo romanzo in occasione del Pisa Book Festival e poi a Torino e a Milano.

Io non mi chiamo Miriam Book Cover Io non mi chiamo Miriam
Majgull Axelsson
Romanzo
Iperborea
cartaceo, ebook
562
Illustrazione: "Mere et fille" Pierre Mornet (2014), elaborazione grafica di Federica Sala, progetto grafico di xxystudio
Laura Cangemi
settembre 2016
"Io non mi chiamo Miriam" è un romanzo difficile per tema trattato e per stile, ma profondissimo perché narrato tutto dal punto di vista della protagonista, con cui si empatizza totalmente. A fine lettura sentirete la sua mancanza.