Vorrebbe nominare questa condanna senzaluce con il suo nome; lei sa che così potrebbe conoscerla: e combatterla; risalirebbe il fiume del tempo – se solo sapesse cos’è, il tempo; se solo sapesse che c’è chi lo pensa come un Nardile annoiato e stanco, con un inizio; e senzafine: perché finirebbe con lui anche chi lo considera un fiume – e la caricherebbe a testa bassa, la parola che non vede; quasi dovesse proteggere i suoi figli, o di più: come se dovesse proteggere i suoi figli e Apperbohr da questa parola buia che lei non riesce a grugnire

Alla fine della lettura permane una domanda: Cos’è il tempo? Bisogna tornare all’inizio del libro e in particolare al titolo: Il cinghiale che uccise Liberty Valance (Minimum Fax). Il titolo rimanda ovviamente a L’uomo che uccise Liberty Valance, film del 1962 di John Ford. Il titolo è solo uno dei numerosi riferimenti cinematografici presenti nel libro, ma è probabilmente anche da questa commistione di tempi e di stili che nasce il romanzo di Giordano Meacci. Riassumerne la trama è un proposito capzioso, il tempo si dilata, restringe, si allunga e procede, poi ritorna su se stesso e cambia ritmo. Lo spazio è quello del’immaginario paesino di Corsignano collocato tra Toscana e Umbria. All’interno di questo spazio agiscono, come forze che premono sul tempo, le storie di uomini e donne che tradiscono, che ricordano, che si prostituiscono, che fondamentalmente vivono. Alle loro vicende come un filo che lega il tempo, si aggiunge la storia di Apperbohr, cinghiale che lentamente acquisisce la cognizione del linguaggio e dal linguaggio arriva sino alla comprensione della morte, quindi della temporalità nella quale è collocato.

Del libro se ne è parlato molto, sia per qualità e particolarità all’interno del panorama italiano, sia a causa della sua partecipazione al premio Strega 2016. Inoltre Giordano Meacci è reduce, insieme a Francesca Serafini, dalla scrittura di Non essere cattivo, ultimo film di Claudio Caligari. Sono estremamente differenti come tipo di scrittura, quella cinematografica e quella letteraria, tuttavia mostrano una assimilazione che si fonda sui protagonisti che fanno parte di entrambe le creazioni. I profili delle persone si somigliano, con le dovute differenze di contesto e di storia ovviamente, consegnando un Meacci, in entrambi casi, attento agli sguardi e ai vissuti.

Tornando a Il cinghiale che uccise Liberty Valance, lo stile di Meacci pesca in molti classici, non solo italiani: da Gadda a William Faulkner a Kurt Vonnegut. Ma è meglio procedere per gradi e iniziare dalla questione della trama: la costruzione delle vicende, che si presentano al lettore, non è lineare; le storie si intrecciano, nascono e si concludono in poco tempo per confluire in uno spazio che è più ampio che si compone appunto nel tempo: ogni capitolo, infatti, inizia con la data e l’anno. Sarà il lettore a ricomporre le storie, a tirarne fuori l’eventuale consequenzialità o la contemporaneità. Anche in questo caso il punto di riferimento sembra essere sia cinematografico sia letterario, una prima relazione potrebbe esserci con Il fiore delle mille e una notte di Pasolini, in cui all’interno di un filone centrale si intarsiano racconti e brevi storie che ne arricchiscono la trama sino a darle la forma dell’arabesco; la seconda gioca più sui balzi temporali ai quali ci hanno abituato scrittori come Kurt Vonnegut in Mattatoio n. 5, o Julio Cortázar con Rayuela (Il gioco del mondo) per i quali il tempo non è solo un contesto nel quale si colloca una storia, ma è struttura stessa della narrazione stilistica.

Infatti questo aspetto si ricollega al testo in maniera forte. E qui si evidenzia forse l’aspetto cruciale della scrittura di Giordano Meacci: l’utilizzo di uno stile che rimanda alla capacità di unire il colloquiale alla scrittura alta; i periodi sono lunghi e mostrano lo stesso tipo di struttura dell’intero romanzo: in ogni periodo converge stilisticamente l’intera storia. Quello che avviene in piccolo nei capitoli è la riproposizione dell’architettura del romanzo nel suo complesso, rimandando il lettore dal piccolo al grande, da un punto all’altro della narrazione. Questi due aspetti lavorano sulla trama rendendola composita e permettendo al lettore di chiedersi come avviene il tempo nel soggetto.

Il cinghiale che uccise Liberty Valance procede per composizione, non linearmente. La domanda sul tempo è alla base della struttura e dello stile di scrittura, ne è fonte: i pensieri del cinghiale Apperbohr lo mostrano sin dalla loro nascita in un gioco attraverso il quale le parole concedono la cognizione del tempo, ma inversamente è il tempo a costruirsi sul vocabolario. In questo Giordano Meacci lavora (citandolo) anche su un autore come Nietzsche, che al tempo ha dedicato gran parte della sua produzione filosofica. Esempio ne è il pensiero della compagna di Apperbohr quando vorrebbe «trovare i nomi alle cose come Apperbohr. Farebbe come ha fatto lui quando l’ha chiamata per la prima volta Llhjoo-wrahh: a ogni suono seguirebbe una cosa, a ogni grugnito apparirebbe quello che il grugnito chiama.»

Il desiderio di poter nominare le cose, di poterne comprendere la portata è ciò che manca agli animali ed è una delle illusioni con le quali convive l’uomo, nell’eterno desiderio di riuscire a nominare gli oggetti e di far sì che le parole non siano segni, ma qualcosa in più. Ma lo strutturarsi del pensiero attraverso la parola è un processo sul quale Meacci investe ampiamente nella costruzione del romanzo: è un desiderio di comprensione di quella che è la finitezza, non solo del linguaggio ma della natura umana e animale. Il rapporto tra la lingua e il tempo, così, si dimostra ancora fortemente e letterariamente problematico, lasciandoci con una risposta insicura alla domanda iniziale: cos’è il tempo? Se riusciremo a dirlo sarà il linguaggio.

Il cinghiale che uccise liberty valance Book Cover Il cinghiale che uccise liberty valance
Giordano Meacci
Romanzo
Minimum Fax
Cartaceo, ebook
452
marzo 2016
È un romanzo in grado di ripagare l'attenzione e la riflessione che richiede con il piacere di una lettura unica per la bellezza dell’intreccio tra storia e stile.