Un’ombra pesante su ogni gradino della scala è stato l’annuncio: Theo Van Gogh entra con il fantasma della morte attaccato alle scarpe.
Johanna lo guarda. In tre giorni è invecchiato di dieci anni.
Quasi non fa caso alla moglie e a malapena saluta il bambino. Con una cautela estrema, sistema sotto il letto gli ultimi lavori del fratello, una serie di rotoli con tele dipinte di fresco. Quindi, nel bauletto di rovere delle lettere, ne deposita un’ultima, quella che Vincent Van Gogh aveva addosso quando si era sparato un colpo, e poi si era sdraiato per dormire.

Il 27 luglio 1890 Vincent Van Gogh si spara un colpo di rivoltella al petto. Muore alle prime ore del 29 luglio, dopo poco più di un giorno di agonia. Accanto lui c’è il fratello Theo, accorso al suo capezzale da Parigi non appena saputo del tentativo di suicidio, e rimasto accanto a lui fino alla fine.
Nemmeno a lui Vincent ha voluto dare spiegazioni del suo gesto, culmine di una vita fatta di disturbi mentali e inquietudini. E Theo, che al fratello è molto legato, da questo grande dolore non si riprende più. Dopo mesi di depressioni e malattie psicosomatiche, muore il 25 gennaio 1891, a soli sei mesi di distanza dal suicidio del fratello.

La vedova Van Gogh, romanzo dello scrittore argentino Camilo Sánchez, pubblicato da marcos y marcos con la traduzione di Francesca Conte, parte dal momento in cui Theo ritorna alla sua casa di Parigi, dalla moglie Johanna Van Gogh – Borger e dal figlioletto appena nato, chiamato Vincent in onore del fratello, dopo essere stato al capezzale del pittore morente.
Torna a casa, ma è come se non tornasse più, talmente forte è il dolore che prova e che, nei pochi mesi successivi, lo ucciderà.

La storia viene raccontata dal punto di vista di Johanna, che con il cognato Vincent non aveva poi chissà quale grande rapporto, ma che invece è profondamente innamorata del marito. Vorrebbe aiutarlo, nel suo tentativo di rendere il giusto onore all’opera del fratello, ma al tempo stesso prova rabbia nei suoi confronti, per il modo in cui si sta lasciando andare, per la scarsa attenzione che prova nei confronti del figlio e per quello stato di apatia che si è impossessato di lui e che sa lo porterà alla morte.

È così. Ora posso perfino scriverlo senza tristezza: il vero amore della vita di Theo è stato Van Gogh.
Né io né mio figlio siamo riusciti a cambiare il suo destino. Ma non mi si chieda di comprendere questo genere di amore incondizionato, che li ha trascinati alla morte.

Quando poi Theo effettivamente muore, Johanna dovrà prendere in mano la sua vita e quella di suo figlio e cercare di sopravvivere. Per farlo, le vengono in aiuto proprio i quadri del cognato, che inizierà a riscoprire e, soprattutto, a far scoprire agli altri: dapprima semplicemente appendendoli alle pareti di Villa Helma, la locanda che ha deciso di aprire per rifarsi una vita, poi, con il passare del tempo riuscendo a organizzare mostre, a vendere alcune delle opere e a far conoscere Vincent Van Gogh per il grande pittore che è.

Ho camminato in mezzo ai quadri.
Mi sono fermata solo davanti al mandorlo in fiore che ha dipinto per mio figlio.
E mi ha divertito come non mai la sensazione di vedermi come un’intrusa, una fra le tante spettatrici che sfilavano davanti alle immagini come a messa.
C’è chi parla di Van Gogh al presente, come se non fosse morto.
Ecco qua. D’ora innanzi,Vincent Van Gogh sarà il nome di un artista.

Camilo Sanchéz sceglie di narrare le vicende di La vedova Van Gogh attraverso tre espedienti narrativi: il primo, quello che dà la struttura al romanzo e tiene unito il tutto, è una narrazione quasi asettica, una mera cronaca degli eventi e dello scorrere del tempo, senza interventi personali dell’autore; poi, ci sono le pagine di diario che Johanna scrive e in cui racconta le sue preoccupazioni, le sue paure, il suo senso di impotenza di fronte a quello che sta succedendo al marito e alla sua vita, ma anche le gioie del veder crescere il figlio, per nulla intaccato dal dolore che ha pervaso tutta la famiglia. Infine, ci sono le lettere che Vincent Van Gogh ha scritto negli anni al fratello e che Johanna scopre insieme al lettore. Lettere realmente esistite (pubblicate in Italia da Guanda nel 2007 nel volume Lettere a Theo, curato da M. Cescon) e che mostrano l’abilità a scrivere del grande pittore e, soprattutto, il forte legame di affetto e protezione che ha sempre unito i due fratelli.

Ed è proprio a partire da queste lettere, di cui Johanna era depositaria insieme alle opere, che lo scrittore argentino ha deciso di scrivere il suo primo romanzo. Incuriosito dalla figura della donna, dal ruolo che ha avuto nel difendere e diffondere i quadri del cognato, ha raccontato la sua storia e permettere così di conoscere un aspetto, di cui probabilmente solo gli appassionati sono consapevoli, del grande pittore impressionista.
Il libro è una passeggiata tra le opere di Van Gogh che va oltre la semplice tela. Leggendo si scoprono alcuni dettagli, alcuni retroscena e, soprattutto, alcuni dei più grandi turbamenti del pittore olandese che poi si sono riversati nei suoi quadri, racconti da un punto di vista vicino ma al tempo stesso esterno, quello di una donna che sì, riconosce il valore di quelle opere e ama perdersi in quei colori, ma al tempo stesso vorrebbe più tranquillità per la sua famiglia e per se stessa.

Molti indizi dell’autunno sugli alberi che costeggiano il percorso. Quando siamo passati davanti alla chiesa di Auvers, mi sono ricordata del dipinto che la raffigura, attaccato con le puntine nel corridoio che porta in cucina, a Pigalle.
Senza il luccichio giovanile del disegno, né il cielo sullo sfondo, drammatico e carico di presagi, la chiesa, davanti ai miei occhi, pareva aver perduto la vitalità del quadro.
Il quadro di Van Gogh migliorava il paesaggio.
Scrivo sul treno che mi riporta a casa, a Pigalle. Confusa come prima o anche di più.
Il dottor Gachet non può o non vuole darmi una diagnosi precisa sulla salute di Theo?

Ad arricchire questa biografia in forma di romanzo ci sono le note finali dell’autore, integrate nella versione italiana dalla traduttrice Francesca Conte, che spiegano e approfondiscono alcune delle cose raccontate nel romanzo, così da fornire basi realmente solide alla parte romanzata della vicenda.

Il risultato è un romanzo biografico e autobiografico al tempo stesso, in grado di coinvolgere e appassionare sia gli esperti e gli amanti di Vincent Van Gogh, sia chi invece lo conosce poco e solo per i suoi quadri più famosi. Attraverso il racconto e le parole di una donna forte e coraggiosa come Johanna Van Gogh – Borger, Camilo Sanchéz  va oltre i quadri e la pittura di Vincent Van Gogh, mostrandone anche l’aspetto più fragile, più umano, che ha contribuito a renderlo un grande.

La vedova Van Gogh Book Cover La vedova Van Gogh
Camilo Sanchéz
marcos y marcos
Cartaceo
192
Lorenzo Lanzi
Francesca Conte
15/09/2016
Per conoscere l'uomo dietro al grande pittore e per scoprire la storia di una donna forte e coraggiosa, senza la quale Vincent Van Gogh non sarebbe quello che è oggi