Cosa mi avrà impedito di ascoltare Maria Callas interpretare Medea senza niente addosso, nell’attesa?
Ricordo che faceva piuttosto caldo.
Ma, oh cielo.
Ovviamente non era Maria Callas a cantare senza niente addosso, ma ero solo io ad ascoltarla in quello stato.
Con quali assurdità il linguaggio si ostina a soprenderci.
E, comunque sia, ormai mi ero già infilata la maglietta.
E avevo già ascoltato abbastanza da aver capito che ciò che Maria Callas stava interpretando non era la Medea di Luigi Cherubini, bensì Lucia di Lammermoor di Gaetano Donizetti.

Se bisogna cercare a tutti i costi un difetto o un errore, nella scelta di Clichy di pubblicare L’amante di Wittgenstein di David Markson, lo individuerei nella bandella in cui riassume il testo. Per due ragioni: la prima è che fa uno ‘spoiler’, e la seconda è che inquadra il romanzo in un’interpretazione. Per un editore che ha fatto la sensatissima scelta di mettere il saggio di David Foster Wallace in fondo al libro e non in cima (saggio che parte dal presupposto che l’AdW sia un libro che chiede a gran voce di essere interpretato), è quantomeno strana la decisione di spiattellare in poche righe che «è la storia di una donna di nome Kate, convinta – e che incredibilmente riuscirà a convincere anche il lettore – di essere l’unica anima viva rimasta al mondo» e che «il suo dramma diventa […] metafora della solitudine esistenziale e dell’incomunicabilità del reale attraverso il linguaggio».

Certo, non sono vere e proprie anticipazioni degli eventi, ma in qualche modo indirizzano la lettura e anticipano quello che Kate, la protagonista di questo strano romanzo, costruisce piano piano. Da quel che sappiamo noi, infatti, c’è una donna che vive sola in una casa che dà sul mare. Questa casa è piena di libri e di oggetti, un quadro in particolare ritrae (forse) una donna che si affaccia alla finestra. Innanzitutto: la donna si chiama Kate? Lo afferma la bandella e lo afferma Wallace, ma l’occorrenza di questo nome riferito a sé è una in tutto il testo, e una volta, raccontando lo stesso evento, il nome cambia, e diventa Elena.

La donna racconta in prima persona delle vicende improbabili, strane, e sappiamo che cerca, o almeno che per lungo tempo ha cercato, spostandosi da una parte all’altra del mondo con ogni mezzo a sua disposizione, in un mondo che piano piano viene descritto come in stato di abbandono, nella migliore delle tradizioni post-apocalittiche – la ricerca del carburante, i musei deserti dai cui muri stacca i quadri per bruciare le cornici, le macchine abbandonate, gli atti che solo chi è solo al mondo potrebbe fare come per esempio rovesciare migliaia di palline su Piazza di Spagna.

Non sappiamo che cosa lei abbia cercato. Sappiamo qualcosa del suo passato, ma è tutto molto confuso: ha avuto un figlio, che probabilmente si chiamava Simon, o Lucien, e un marito, che forse si chiamava Adam o Simon o Lucien, ha avuto altri uomini. Bazzicava, forse, il mondo dell’arte, ma d’altra parte per come la racconta lei potrebbe aver conosciuto Van Gogh e Wittgenstein, appunto, potrebbe essersi seduto sulle sue ginocchia.

Il titolo è ambiguo come tutto il romanzo: come può una donna (in inglese il libro si chiama Wittgenstein’s Mistress, quindi c’è poco spazio per un possibile cambio di genere, è inconfutabilmente donna) essere l’amante di Wittgenstein, omosessuale dichiarato? Wallace nota che «in inglese, la parola mistress esprime anche la sublime solitudine di essere, sul piano linguistico, oggetto dell’amore di un uomo che non poteva, sul piano pratico dei sentimenti, dare identità a una donna tramite “l’amore”», quindi si potrebbe ipotizzare una forma di amore puramente ideale, ma non ricambiato. Perché se la donna ‘ama’ Wittgenstein, i due non si capiscono.

Come dice DFW, questo romanzo applica alla lettera la filosofia di Wittgenstein: lo applica nella forma e nella realizzazione, ma contraddicendosi, perché “Kate” è così addentro al mondo di W., ha così introiettato i suoi concetti che, in realtà, li applica in maniera errata. Ma lascerei volentieri a Wallace il compito, complessissimo, di spiegare l’intelligente fallacia dell’applicazione di Wittgenstein nel romanzo e passerei a cercare di dimostrare le ragioni per cui vale la pena di affrontare le 269 pagine di cui L’AdW è composto.

“Kate” è una perfetta mistificatrice. Non si capisce quanto inconsapevole, perché è evidente che lei per prima crede a tutto quello che dice, però al tempo stesso è astuta. Questa sua ansia di purezza, di verità riflessa nelle parole è insomma – come è normale – la più grande delle bugie, perché per stravolgere ciò che una parola implica basta poco: e allora è un revisionismo continuo, un continuo contraddirsi, ripetersi, provare a ricostruire la propria storia. Che al mondo non ci sia più nessuno oltre a lei non è una cosa detta ad alta voce, ci sono innumerevoli indizi che portano ad una comprensione dei fatti ‘per accumulo’.

E ovviamente per un certo periodo non sono stata in me, all’epoca. Non saprei dire per quanto, ma per un certo periodo.
Non essere in sé. Un’espressione che, ora che mi trovo a usarla, sospetto di non avere mai compreso fino in fondo.
Non essere in sé nel senso di pazzo, o non essere in sé nel senso di estraniato?
In ogni caso non c’è dubbio che fossi pazza. Come quella volta, per esempio, che ho guidato fino a quel remoto angolo di Turchia per visitare il sito dell’antica città di Troia.

Tra le ossessioni di Kate ci sono le donne troiane: Cassandra, Elettra, Elena, Clitennestra, sono tutte oggetto e soggetto di reinterpretazioni, di pensieri, di sorprendenti interazioni con altri personaggi più o meno storici. È uno dei pochi segnali espliciti di Markson e di “Kate”/Elena (appunto), il legame con la tragedia greca e il senso di incombenza del fato, una struttura in cui le leggi della comunità sono trasgredite e la punizione è inevitabile. Non è però chiaro a chi di queste donne lei si senta più vicina: il suo pensiero oscilla vivacemente, anche se l’associazione più facile, forse, è quella con Cassandra, o almeno con una Cassandra al contrario, che ripassa e rielabora continuamente i fatti già avvenuti.

“Kate” scrive una specie di memoir (anche in questo caso la terminologia non è corretta, visto che la donna non sembra capace di tenere il conto dei giorni). Il diario è esplicitamente rivolto a qualcuno: sembra più che altro un lunghissimo messaggio nella bottiglia, un grido di aiuto che inizia dal nulla e forse nel nulla finisce, anche stilisticamente: essendo una monade in un mondo del tutto privo di tempo e di spazio, il diario di Kate inizia ex abrupto, e la fine riprende esattamente l’inizio, con la donna che lancia segnali inefficaci al mondo per cercare la presenza di altri esseri umani, per non sentirsi più sola.

Che la solitudine di “Kate” sia fittizia d’altronde, come annuncia Clichy, è un dato confutabile: lei è sola al mondo, perché nel suo mondo di enunciati e di logica assoluta e contraddittoria non esiste altro. Lei afferma di essere sola e dunque è sola. David Foster Wallace afferma che questa sia una delle migliori rappresentazioni della depressione e della solitudine al mondo, potrebbe esserlo della follia invece, ma per quel che ne sappiamo noi potrebbe essere anche la verità.

Per la protagonista non esiste una dimensione spazio-temporale. La costruzione dello spazio, del tempo e financo delle cose è puramente nominale. Può essere ieri o dopodomani, e può essere stata a Troia o a Corinto, ma forse era Corinto, New York, ieri o dieci anni fa. E il lettore si perde con lei in un labirinto testuale in cui è difficile avanzare, ma è anche – almeno all’inizio – divertente: una continua sfida a trovare le contraddizioni che presto si trasforma nella ricerca delle tracce di “Kate”, della vera “Kate” (se mai esiste una vera “Kate”) e della sua storia.

Per qualche ragione sentivo il bisogno di starmene un po’ sdraiata al sole.
Il che significa che ha anche smesso di piovere, ovviamente.
È dura starsene sdraiati al sole se piove, del resto.
E ho avuto di nuovo qualche alba dalle rosee dita.
Sebbene per gran parte della settimana si dia il caso che mi sia sentita depressa, a dire la verità.
Credo di aver già detto di essermi sentita depressa almeno una volta, mentre scrivevo queste pagine.
Per quanto forse, in realtà, più precisamente abbia detto di provare un certo grado di angoscia.
Cosa probabilmente imputabile all’arrivo del ciclo, ad ogni modo.
O agli ormoni.
Per cui forse non si trattava nemmeno di angoscia, dopotutto, ma soltanto di un’illusione.
Sebbene non sia una passeggiata spiegare la differenza tra un’illusione di angoscia e l’angoscia stessa.
E comunque sia, stavolta mi sentivo depressa.
Senza sapere perché.
E in genere sentirsi depressi e non sapere perché induce a sentirsi ancora più depressi.
Sono piuttosto certa che niente di tutto questo avesse a che fare col fatto di non riuscire a ricordare il nome del mio gatto.

Quello che inizia come un lungo e complesso divertissement si trasforma a velocità precipitosa nella storia di una tragedia: una tragedia che viene detta e smentita, omessa, tagliata, dimenticata. È questo ciò che fa dell’Amante di Wittgenstein un grande romanzo: nel non detto di questo libro si annida il dramma, laddove tutte le parole possibili non possono bastare a colmare il vuoto e la sofferenza.

L'amante di Wittgenstein Book Cover L'amante di Wittgenstein
David Markson
romanzo
Clichy
320
Sara Reggiani
23/06/16
L'AdW è una sfida continua che non ha né vinti né vincitori: da leggere perché è una sfida che vale la pena raccogliere, per ritrovare la profondità e il desiderio di guardarsi intorno