Rivera guardava se stesso lasciarsi percorrere dai rettili, il suo corpo più bianco di quanto immaginasse e i serpenti scuri al centro dell’inquadratura. Il pubblico restava muto. Rivera si aspettava che da un momento all’altro qualcuno si alzasse in piedi per protestare, ma non accadde. Gli spettatori erano stati ingoiati dal buio. La musica aumentava di intensità, si fece più ritmica nel momento in cui quel Rivera fatto di luce si abbandonava sul pavimento e lasciava che i serpenti si muovessero sul suo ventre.

Probabilmente se avete aperto questo articolo sapete già qualcosa del libro di Luciano Funetta. Forse in libreria avete adocchiato quello scheletro di serpente che naviga nelle tenebre, avete sfiorato la copertina, preso il volume da uno scaffale in cui, di mese in mese, occupa una posizione sempre più preminente. Dalle rovine è salito alla ribalta per una serie di fattori che include il passaparola della rete e lo statuto “cult” che si sta ritagliando la narrativa di Tunué, complice la magistrale direzione di Vanni Santoni. Mentre il panorama editoriale rimesta nel solito fondo di soporifere tragedie quotidiane e pretenziosi affreschi sociali, Funetta si spinge oltre, cova un uovo insolito, un oggetto misterioso che prevede ossessioni private, pornografia estrema e una personalissima teologia negativa. E allora avviciniamoci anche noi alla tana del serpente, percorriamone le spire fino a poterlo scrutare negli occhi.

Rivera alleva serpenti, se li fa scivolare sul corpo per trarne piacere, filma gli atti che lo portano in vita. Da queste poche indicazioni si genera la sua storia, dalla stanza più segreta del suo cuore che non preludia una discesa agli inferi, ma si apre all’unico momento in cui Rivera può riconoscersi, forse perché è «un uomo in cattività, che si prende cura di altri animali in cattività». Un giorno decide di mostrare il video al proprietario di un cinema erotico, riscuote successo, riceve le chiamate di un uomo che lo introdurrà nel mondo dell’industria pornografica. Rivera intraprende il cammino rituale che lo porterà nel cuore del nulla.

Funetta tratteggia il profilo di personaggi opachi, profeti di un verbo oscuro: Jack Birmania, Klaus Traum, Alexander Tapia, uomini generati attorno al dolore, nomi che incarnano il proprio destino, sacerdoti che si sacrificano per Rivera. La scrittura dell’autore è puntuale, si apre in metafore capaci di racchiudere una psicologia intera, così questi strani compagni «avrebbero desiderato di morire o entrare in una stanza completamente buia e essere risucchiati per sempre dall’oscurità, ma non morivano e l’oscurità lì toccava in minima parte, e questo bastava». Ci troviamo di fronte agli iconoclasti della sinagoga di  Rodolfo Wilcock, i morti dell’enciclopedia di Danilo Kiš, o gli “ex-uomini” della selva di  Horacio Quiroga.

La letteratura di Funetta ha la funzione dello specchio (d’altronde Lo specchio è il film in cui recita Rivera) nella finzione estrema riconosciamo noi stessi, le illusioni della forma che sono gli inganni che ci raccontiamo in vita. Ma l’inconscio non si protende sul vuoto del cerebralismo da romanzo borghese, piuttosto è connaturato al racconto, si cela dietro le formule rituali, nell’alterità radicale, è proiettato sul telone cinematografico, si muove dietro la teca come un serpente sonnecchiante che aspetta la sua preda. La pornografia disvela il rapporto con il corpo, poiché l’erotismo è esotismo, ovvero «ciò che non conosciamo e che tentiamo di raggiungere con la fantasia, e a costo di una profonda tristezza».

Il desiderio è una forza che viene imbrigliata, diventando forma chiusa perde contatto con l’ignoto. I personaggi di Dalle rovine lo sanno bene, sanno che «è come una specie di bolla di vetro, l’immagine. Quelli che riescono a scoprire tutti i segreti di un’immagine posseggono un dono, anche se questo potrebbe significare che siamo perduti». Dalle rovine è la straziante sceneggiatura del film che Alexader Tapia non girerà mai, perché non riesce a reificare la vacuità del sogno.

Mentre seguiamo Rivera stravolto per le vie di Fortezza (una città-carcere che ha l’inquietante caratteristica di risultare sempre vuota) ci rendiamo conto che il perturbante risiede nell’atto della visione, la collettività che guarda il peregrinare dell’eroe tragico e si identifica nel suo volto. Forse è questo il significato del noi, la prima persona plurale che Funetta ha scelto come narratore, il flatus vocis dei fantasmi che diventano l’espressione della nostra parte più intima. «Avevamo incontrato Rivera per caso, durante una tetra notte di squallore in cui anche noi vagavamo fra le ombre, e ci era sembrata la creatura più diffidente della terra, Ne eravamo rimasti colpiti e avevamo iniziato a seguirlo», non è dunque la trasfigurazione di come ci approcciamo a questo libro?

Questa storia non ragiona, non tenta un facile carotaggio nella psiche dell’uomo. Piuttosto mette in scena il soggetto nello scontro con il mondo, senza dover spiegare chi è la vittima e chi è il carnefice; anche il serpente è presentato come simbolo ambivalente, da un lato predatore indipendente e dall’altro animale da allevare, creatura bisognosa di cure. Così noi umani siamo artefici della tragedia perché cerchiamo di elevare i nostri desideri, ma d’altro canto ne siamo schiavi, e non ci rendiamo conto della nostra assoluta insignificanza: «pensa se all’improvviso dal mare arrivasse un’orda luminosa. Una cavalcata di centinaia di comete, in formazione, e che queste comete attraversassero il cielo da ovest verso est in un’ora o due, proprio adesso, mentre ce ne stiamo qui. Credi che di fronte a uno spettacolo del genere le nostre vite continuerebbero ad avere lo stesso valore?»

Questo romanzo è influenzato nella stessa misura dalle visioni di Poe e dalla verbigerazione di storie del Bolaño viscerale, occorre leggerlo come una favola oscura o un libro di salmi, accoglierlo nel territorio del sogno, «un sogno senza esseri umani e senza musica, un sogno ambientato in una città diversa da Fortezza, magari un sogno senza di noi, un sogno vuoto che nessuno aveva mai osato sognare». Se Traumnovelle fosse un genere racconterebbe la natura del romanzo.

Sembra che nella narrativa italiana si stia affacciando una nuova genia di autori che vede nella parola non la misura di tutte la cose ma il suo fine ultimo. Di Fronzo, Funetta, Pugno, Labbate, Tetti si riallacciano – per vie traverse e diversissime – al birignao letterario di Landolfi, Morselli, Savinio, tradizione che è sempre parsa minoritaria nel panorama italiano ma che ritorna in vesti mutate. Non si tratta della protervia giovanile dei narratori degli anni ’80, né l’aggiornamento della critica mediatica nel cinismo dei Cannibali. Non ragiona sul genere come la vulgata neo-noir, non ha ambizione sociale o elementi autofinzionali. Mescola la finzione alla vita senza ragionare sui gradi di realtà, accettando la natura minoritaria dell’uomo ed esplorando i territori più lontani con lo stupore di chi pronuncia il primo verbo. Molti di questi autori sono stati pubblicati da Tunué, il successo della collana di narrativa si deve alla figura carismatica di Vanni Santoni che lavora minuziosamente con gli esordienti e ne mette in luce le peculiarità letterarie (vedi l’uso del dialetto, l’universo cinematografico come riferimento, le particolarità formali e linguistiche). Un successo che ha trovato in Funetta il caso paradigmatico: Dalle rovine approda allo Strega dopo una miriade di recensioni e commenti positivi riverberatisi fra social e consigli per gli acquisti. Non sappiamo se la fortuna di questo libro è qualcosa di passeggero o la punta di un iceberg che spinge contro il permafrost della letteratura “convenzionale” (che corrisponde all’incirca a una certa idea di realismo), ma per adesso salutiamo la nascita di un nuovo narratore.

Dalle rovine Book Cover Dalle rovine
Luciano Funetta
Romanzo
Tunué
2015
Cartaceo, ebook
184
Tomomot
19/11/15
Per riconoscere se stessi perdendosi nelle profezie dei fantasmi.