Il punk aveva forzato tutte le serrature, inondando la scacchiera. St. Mark’s Place era piena di ragazzi con vestiti sbrindellati tenuti insieme da filo interdentale e grandi illusioni. E da tutt’intorno, dai tetti e dai portoni e dalle auto di passaggio, proveniva l’altro collante: la musica. Non aveva, la musica liberato in più di un’occasione anche Richard da una vita in cui si era creduto intrappolato? I ritmi erano cambiati ma poco importava. Il punto, adesso come allora, era entrare in sintonia con qualcosa di più grande di te, e sentire attorno a te altri che provavano le stesse sensazioni.

Quando a Central Park c’erano spaccio e stupri, quando il Bronx era un luogo dove neanche la polizia poteva camminare, quando “Ford to City: drop dead”, la disoccupazione e la crisi finanziaria avevano prostrato la città, New York poteva rimanere così, diventando, nel futuro, uno dei suoi passati. E se ci pensiamo la Grande Mela è riuscita nel suo intento quando immaginiamo il violento Bronx o ammiriamo le residenze di lusso del Greenwitch Village. In Città in fiamme Garth Risk Hallberg impiega quasi mille pagine per arrivare a questo punto e lo fa adornando la cornice della Storia inserendone tante altre, in modo centrato e lontano dalla mera ricostruzione dei fatti.

Tutto inizia nella notte di Capodanno, quando l’adolescente Samantha Cicciaro è abbandonata in fin di vita a Central Park. Da lei e con lei si sviluppa la storia del migliore amico, Charlie Weisbarger, destinato a rimanere l’eterno amico alla ricerca della propria identità.
Tra speranze religiose e nichilismo Charlie cercherà risposte nei Post-Umanisti, un gruppo di punk farciti di droghe e illusioni rivoluzionarie, capitanati da Nicky Chaos. Come un anello inconsapevole che congiunge mondi, Samantha cercherà maturità e, forse, redenzione, in un uomo più grande di lei, Keith Lamplighter, uomo d’affari sposato con Regan Hamilton Sweeney, una delle famiglie più facoltose della città. C’è anche William, fratello di Regan, che ha abbandonato il suo destino di rampollo d’oro per diventare leader di un gruppo punk e impegnarsi in una relazione con Mercer, aspirante scrittore del Grande Romanzo Americano.

Dal Libro II fino alla metà di Città in fiamme un’approfondita incursione nel passato dei protagonisti donerà loro spessore che evolverà in vera e propria bidimensionalità, insieme alla storia della città, attraverso salti nel futuro fino XXI secolo, passando per l’incubo dell’AIDS e l’undici settembre. Storie lontane che si incontrano in un vortice di coincidenze e che a molti hanno ricordato l’abilità dell’intreccio di Dickens. Il risultato è un romanzo sociale particolare, d’oltreoceano, completo perché cattura la maledizione quasi magnetica di New York: corteggiata da artisti e sognatori, comprata dai soldi sporchi, divisa dalle differenze di razza, età, orientamento sessuale, fino ai gusti musicali.

Invece di denunciare il passato, l’autore registra senza ironia e lascia agire i protagonisti come testimoni inconsapevoli di cambiamenti epocali. Tra questi gli adolescenti, orfani, letterali o metaforici, delle attenzioni genitoriali, con i loro tumulti interiori che scuotono le fondamenta della città, insieme a un’identità tutta da decidere. David Bowie e Patti Smith diventano i loro padri e le loro madri, arrivando a comparire in visioni oniriche al limite dell’adorazione religiosa. I giovani convogliano le loro passioni nella scrittura e nella fotografia, come Samantha, autrice di una fanzine che esplora i ritmi punk-rock dei quartieri più reconditi di New York: un diario personale sfumato dalla passione musicale. Charlie Weisbarger, invece, si affiderà alla fede e la tradurrà teorie strampalate imbottite di dipendenza da droga e filosofia marxista. Ci sono anche figli troppo cresciuti come William, per cui l’avvento di un nuovo mondo a partire dal Black Power e l’allunaggio fa da contrappunto all’odore di marjuana, ai graffiti e all’amore libero, che non sembrano «un presagio di declino, ma di progresso» proprio perché diverso dal destino borghese del padre. Figli ma anche genitori destinati a riconfigurare le aspettative sulla vita delle generazioni a venire. Padri e madri che abbandonano la rigidità dell’antica educazione, commettono errori da ragazzini e tornano sulla loro strada con una lezione.

Ci fu un periodo – appena dopo che la rovina era apparsa inevitabile, e prima che urtasse la chiglia della tua vita – in cui tu fosti vicino alla pura libertà più di chiunque altro. Tutte le scelte decisive erano state prese da qualche remota figura del passato, un tu che non esisteva più. E il tu che infine avrebbe dovuto viverle fino in fondo non sarebbe assomigliato, se non in modo molto generico, al tu che eri quel giorno. C’era stata qualche avvisaglia, ma non ti eri ancora rovinato con le tue mani.

Quando si parla di New York non può mancare la contemplazione estatica, la stessa che fa allungare la mano del vecchio Gatsby verso la luce verde e che gli fa ripetere: «Non si può ripetere il passato? Ma certo che si può». La stessa speranza che ha Mercer vicino alla città dei suoi scrittori e lontano dalla casa nel sud e dal ricordo del Vietnam rievocato dal fratello instabile. O come Jenny che a New York cercherà di conciliare due entità mai realmente separate: ricordare le sue origini vietnamite o essere cittadina del mondo che desidera. Crescita e speranze, ingredienti che inseriti nella New York degli anni Settanta sono in grado di registrare i cambiamenti in tempo reale, insieme alla frammentazione di una metropoli altrimenti incompleta.

Siamo oltre la metà del libro quando l’evento scatenante mette in moto un climax di circa centocinquanta pagine e procede fotografando i quartieri di New York nelle ore prima dello storico Blackout del 1977. Il fulcro del romanzo torna alla ribalta insieme al prologo, misterioso e quasi dimenticato dal lettore a questo punto della storia.

Dopotutto in questo cortile non c’è niente che non ci fosse già nel 1977; forse l’anno non è questo, ma quello; e tutto ciò che segue deve ancora venire. Forse una molotov sta volando nel buio, forse un reporter sta attraversando di corsa un cimitero; forse la figlia del pirotecnico è ancora appollaiata su una panchina coperta di neve a proseguire la sua veglia solitaria. Perché se le prove indicano qualcosa, è che non esiste un’unica Città. O che, se esiste, è la somma di migliaia di varianti, tutte in gara per raggiungere lo stesso punto.

Ecco la missione di Città in fiamme, ecco racchiusa in poche righe una verità tanto semplice quanto inosservata durante la lettura. La scrittura di Hallberg è una macchina del tempo, in grado di evocare da un rigo all’altro quello che è stato, che sarà e che potrebbe essere: come l’identità futura di una New York «in rovina, spopolata, quasi inerte» dopo la calma surreale che segue i festeggiamenti di Capodanno; o come la trasformazione di una mano di donna che, trasposta decenni più avanti, è ormai stropicciata da rughe. La Storia non potrebbe esistere senza il futuro, e viceversa. In quello scomparto inaccessibile all’interpretazione tra un passato non vissuto e le avventure individuali, s’inserisce la missione della finzione come il trucco di un mago: i personaggi hanno storie in atto e in potenza. Potrebbero realizzarsi in uno dei mondi possibili. E solo la buona letteratura può rendere più vera la finzione.

Città in fiamme Book Cover Città in fiamme
Garth Risk Hallberg
Romanzo
Mondadori
cartaceo, ebook
1005
Chip Kidd
Massimo Bocchiola
Per leggere tante storie e viverne una sola. Gli anni Settanta, un mondo che non esiste più, alle prese con importanti mutamenti, la nascita del punk, il cambio generazionale, le speranze e le contraddizioni americane. Per capire quali forze influenzano il cambiamento che potrebbe ripercuotersi nel futuro o potrebbe estinguersi nel giro di poche pagine.