Sono anche rumore. Tipo un bang, tipo un boom, tipo un tonfo sordo, tipo uno sgracchio, tipo un fischio acuto penetrante perforante spaccatimpani.
Ho schiacciato quell’uomo contro la forza di gravità.
Non è riuscito a restare intero e gli ho disintegrato il piede, sbattendoci contro e spaccandolo in mille pezzi: piede e scarpa ridotti a brandelli nella mia scia. Li ho fatti volare insieme alla terra che ho scaraventato in aria. In aria nella mia onda supersonica, tranciando di netto la pelle.
Distruggendo quanto c’è di più sacro.

Come si fa a raccontare la guerra? Qual è la voce giusta? Quella di chi ha assistito da semplice spettatore, magari filmando o scrivendo? Quella di chi l’ha vissuta sulla propria pelle, combattendola o subendola? Quella di chi, semplicemente, se la immagina dai racconti di chi vi ha preso parte o vedendola in tv?
È una domanda difficile, a cui non esiste un’unica risposta possibile. Ma è anche una domanda che chiunque decida di scrivere di guerra si dovrebbe porre. Se l’è chiesto sicuramente anche Harry Parker, prima di iniziare a scrivere il suo romanzo d’esordio, Anatomia di un soldato, tradotto da Martina Testa e pubblicato da Sur nella collana BigSur.

Apparentemente avrebbe potuto fare a meno di porsela, forse, considerando che alla guerra ha preso parte ben due volte, nelle file dell’esercito britannico: in Iraq nel 2007 e in Afghanistan due anni dopo. Ne avrebbe potuto fare a meno, considerando che alla guerra ha anche pagato il suo tributo, perdendo entrambe le gambe nell’esplosione di un ordigno. Avrebbe potuto di raccontare la sua esperienza diretta, magari in prima persona. Ma oltre che soldato Harry Parker è anche uno scrittore, lo era prima di arruolarsi ed è tornato a esserlo una volta ripresosi dalle gravissime ferite riportate. Per questo ha scelto una forma narrativa differente, che non usa sola voce, la sua, ma tante diverse. Le voci degli oggetti, che alla guerra e alle sue sofferenze prendono parte tanto quanto gli uomini.

Ogni capitolo di Anatomia di un soldato è affidato a un oggetto diverso: tutti insieme raccontano la storia di tre personaggi, le cui vite si intrecciano e si incontrano, in modo a volte sottile a volte molto stretto, durante la guerra in Afghanistan. La prima è quella del giovane capitano dell’esercito britannico Tom Barnes, matricola BA5799, che, al rientro da una missione, salta su una mina e perde entrambe le gambe. La sua storia è introdotta dalla voce del laccio emostatico in dotazione a tutti i soldati e che gli viene messo ancora sul posto, quando i suoi compagni stanno cercando di farlo sopravvivere nonostante le gravissime ferite. Poi c’è un catetere. Una cannula per l’intubazione. Una sega per amputazione. Una sedia a rotelle. La borsa della madre quando arriva da lui in ospedale la prima volta. Un calzino attorno a un moncone, che si inzuppa di sangue ogni volta che viene inserita una protesi. Una prima protesi, una seconda, una terza. Una medaglia al valore, quella che viene consegnata a tutti coloro che sono rimasti feriti in guerra e che non fa che amplificare il dolore e l’amarezza che questi provano.

Dopo che ogni soldato ebbe ricevuto una come me e che la banda ebbe ricominciato a suonare, gli uomini in parata si girarono di scatto verso sinistra e si allontanarono rapidamente a passo di marcia, con le colonne che ondeggiavano qua e là muovendosi all’unisono. Lui le guardò andar via e capì che non si sarebbe mai più sentito parte di loro. Loro se ne andavano in licenza, convinti di essere invincibili e sapendo che non sarebbe mai successo a loro, mentre lui tornava al centro per adattarsi a quello che invece gli era successo. La mia guerra continua, pensò, e mi infilò in tasca.

Tramite questi e altri oggetti si ricostruisce quanto successo a Tom, da prima che saltasse in aria insieme all’ordigno fino al momento in cui la sua vita raggiunge una nuova, faticosa normalità.

Le altre due storie sono quelle di due ragazzi afghani, che vivono vicino alla base del soldati britannici: Latif, che milita nelle file dei ribelli, e Faridun, che invece non è interessato a combattere e vorrebbe semplicemente andare avanti con la vita normale del suo villaggio, aiutando il padre nel suo lavoro. Sono amici di infanzia, separati però da un conflitto che alla fine li unirà di nuovo.

La loro storia viene raccontata da oggetti diversi rispetto a quelli del capitano Barnes. Più semplici, che ben connotano l’origine e la vita dei ragazzi che descrivono: un sacco di letame, un tappeto, la batteria che serve per far esplodere un ponte e uccidere gli invasori, una vecchia bicicletta rubata, un caccia pronto a sganciare una bomba su un villaggio che si sospetta pieno di ribelli, una carriola, una banconota da venti dollari, quella che il capitano Barnes mette in mano al padre di Faridun, per risarcirne la morte ma che invece non fa che esasperarne il dolore.

L’uomo parlò sottovoce, guardandomi.
«Dice che è una cosa triste. Dice che accettare dei soldi da te per ripagare la morte del figlio è la cosa peggiore che abbia mai fatto. Tu parli di soldi che gli cambieranno la vita: la sua vita è già cambiata. Vorrebbe riuscire a essere forte e a rifiutare la tua offerta ma dice che hai ragione, non può resistere a così tanti soldi. Gli dispiace, però, perché non vuole nessun debito e nessun legame con voi».
L’uomo alzò gli occhi da me verso BA5799 e pronunciò un’ultima frase.
L’interprete non tradusse.
BA5799 spostò lo sguardo dal vecchio all’interprete.
«Che cos’ha detto?», chiese.
«Ti augura di non avere pace», disse l’interprete.

Oggetti che raccontano storie, quindi, che non permettono astrazioni ma tengono il lettore ancorato alla materia. L’ordine in cui vengono raccontate le storie di Tom, Latif e Faridun non è cronologico, non è prestabilito, ma fa salti tra passato e presente, tra prima dell’esplosione e dopo. E ognuno di questi capitoli si potrebbe quasi leggere come un breve racconto a sé. Tutti insieme, però, formano un’unica, grande storia.

Ti sei ricordato. Ti sei ricordato lo scoppio, il dolore e la solitudine dell’elicottero. Ti sei ricordato l’uomo che ti aveva portato via dal campo di battaglia, ti sei ricordato di quando eri in pezzi all’ospedale, invaso dai farmaci e dai tubi. Ti sei ricordato di aver rimpianto che ti avessero portato in salvo. Ti sei ricordato: «Abbiamo appena amputato la seconda gamba».
Ti sei ricordato di tutti quelli che ti avevano aiutato: le infermiere che ti avevano lavato con delicatezza e i dottori che ti avevano tagliato via altri pezzi per salvarti, la fisioterapista e «spingi bene con i glutei», l’uomo che mi aveva consegnata.
Ti sei ricordato l’ultima volta che avevi portato delle buste della spesa, prima di partire per quel paese lontano, quando non avevi bisogno di me, ed era una vita fa.

Grazie alla scelta di Harry Parker di far parlare oggetti, cose prive di sentimenti, Anatomia di un soldato riesce a trasmettere tutta la violenza, il dolore, il male, le difficoltà e le perdite di chi vive un conflitto, dando al racconto una forma universale, in grado di a rappresentare l’esperienza di chiunque, in qualunque guerra.

(Immagine articolo via)

Anatomia di un soldato Book Cover Anatomia di un soldato
Harry Parker
Romanzo
Sur
cartaceo, ebook
349
Stefano Vittori
Martina Testa
17/11/2016
per leggere una storia di guerra e di chi la subisce, in tutta la sua violenza e il suo dolore, ma anche per farsi conquistare da un grande esercizio narrativo.