«Te l’ho già detto. Ero convinto di non essere in grado di amare. E non avendo particolari ambizioni nella vita, ho finito per obbedire a questa legge: mi sono accontentato. È triste, ma anche – come dire – igienico. In ogni caso funzionava alla perfezione, persino io ne ero stupito. Ti accorgi di come la ricerca della felicità abbia qualcosa dell’inganno».
«Ma è impossibile informarsi in questo modo», disse lei. «Scusa, ma la trovo un’idiozia».
«Vero. Eppure mi ha risparmiato parecchia sofferenza. Prima non avevo idea di cosa desiderassi, di cosa volessi fare della mia vita. Poi con il tempo ho imparato a non pensarci più. Il desiderio mi sembrava una cosa sopravvalutata. Se te ne sbarazzi, ottieni la libertà».
«E invece ora?».
«Ora ci sei tu», disse Alessio.

Alessio ha quasi trent’anni e non si è mai innamorato. Credeva di non averne bisogno. Credeva che l’amore e la felicità non fossero indispensabili o che, semplicemente, non dovesse né aspettarli né tantomeno cercarli. Bisogna accontentarsi di quello che si ha, non desiderare niente, per poter sopravvivere. Un dolceamaro contentarsi, lo chiama, fatto di un lavoro stabile lontano dal paesino di montagna in cui è cresciuto e a cui non ama tornare e dalla sua famiglia; fatto di viaggi in solitaria e di musica jazz. Finché nella sua vita non entra Martina, una ragazza dalla risata un po’ rumorosa, che parla poco di sé e sfugge da un amore passato che ancora la tormenta. La ragazza lo travolge, lo fa innamorare e poi stare male, come succede con quasi tutti gli amori. Ma Alessio da questa sofferenza non riesce a riprendersi. Diventa un’ossessione, che lo porta a chiudersi in se stesso, a deprimersi, a non saper più vivere.

Dopo Morte di un uomo felice, con cui ha vinto il Premio Campiello 2014, Giorgio Fontana mette da parte le tematiche storiche e sociali e in questo suo nuovo romanzo, Un solo paradiso, pubblicato ancora da Sellerio editore, decide di raccontare una storia d’amore. Un uomo che non cerca e non vuole l’amore, che si accontenta di quello che fa, forse per paura di soffrire, forse perché più semplice. Finché l’amore non arriva, lo travolge, e poi lo distrugge, mostrando quanto si possa essere fragili quando si perde qualcosa e, soprattutto, quanto difficile sia sopportare il dolore della fine della felicità.

“Si accorse che fino a quel momento non aveva capito nulla di quanto gli fosse successo. Ma ora, infine, comprese: non aveva perso l’amore. Quello era sempre possibile, come gli aveva detto Laura. Aveva perso unicamente lei, un semplice essere umano – e questo era mille volte peggio”.

La storia di Alessio viene raccontata tramite un espediente abbastanza classico: un ragazzo, appena rientrato a Milano dopo aver lavorato per qualche tempo a Roma, entra nel bar che frequentava da giovane con il suo gruppo di amici. Amici che ha perso di vista, come succede spesso quando si diventa adulti e le vite prendono cammini diversi, e di cui non ha saputo quasi più nulla. In quel bar, su uno sgabello, c’è Alessio che beve. I due si salutano, si scambiano banali convenevoli e poi Alessio decide di riversare tutta la sua storia con Martina e tutta la sua sofferenza su questo amico che non vede da un anno e che sa che non rivedrà più. Beve e racconta. Racconta e beve. Poi, alla fine, si alza e se ne va, perché nonostante sia passato ormai del tempo, nonostante sappia che il dolore quasi sempre passa, non sa come fare a uscirne, non sa se esista una soluzione per sopravvivere.

“Alessio era passato attraverso la solitudine dell’adolescenza in quel posto dimenticato da dio, l’aggressione del padre, il fratello in prigione; era passato attraverso le infamie di vecchi amici, i lavori umilianti, la morte di una cugina cui era tanto legato; tutto il cumulo di problemi che non rivelava a nessuno per decenza o vergogna: e dunque perché ora non era in grado di riaversi?
Perché comprese questo – il vero punto della storia, come mi disse finalmente al Ritornello: si sopravvive a tanti inferni, e non a un solo paradiso”.

A far da sfondo al romanzo c’è Milano, una città che Giorgio Fontana conosce e ama molto, e a cui dedica un ritratto bellissimo. È quasi una protagonista, che assiste alle gioie, ai dolori, agli amori, ai ritorni, agli addii di chi la vive, cambiando il suo aspetto di pari passo con gli stati d’animo dei protagonisti. Dal centro alla periferia. Da una città piena di luce e colori, a un posto grigio, triste, che inghiotte chi lo popola e se lo porta via.

“Ecco cos’era Milano. Era una città di addii. Gli amori terminavano regolarmente a ogni ora, nei luoghi più imprevedibili: lo spazio di un abbraccio consumato di fronte al parcheggio di Bisceglie, al limite urbano occidentale. Uno schiaffo di fronte alla Biblioteca Sormani. Uomini e donne la cui sola presenza era ormai diventata intollerabile: si mormoravano addii inferociti in letti di viale Lomellina, di via San Marco, di piazzale Brescia: matrimoni terminati da una firma, o interrotti bruscamente senza altre parole”.

Con Un solo paradiso, Giorgio Fontana dimostra di saper parlare anche d’amore, di saper affrontare con uno stile impeccabile e profondo il tema forse più banale e comune del mondo, quello della fine di una storia, analizzandone gli aspetti più controversi, più difficili, più brutti. Tutti, almeno una volta nella vita, hanno subito una perdita e un dolore così forti come solo la fine di un amore può provocare. Quasi tutti ne escono, riprendono in mano ciò che resta di se stessi e continuano la loro esistenza. Poi ci sono quelli che invece non ci riescono: come Alessio e Martina. Che passano da un «dolceamaro contentarsi» a un paradiso andato in frantumi, al cui cospetto non si può far altro che arrendersi.

Un solo paradiso Book Cover Un solo paradiso
Giorgio Fontana
Sellerio editore
cartaceo, ebook
208
Clive Smith, olio su tela
9788838935466
08/09/16
Un libro che parla d'amore e di come, a volte, sia difficile affrontare la sua fine. Una storia universale, su quanto certi sentimenti possano schiacciare e su come sopravvivergli.