Da mercoledì 19 a domenica 23 aprile, negli spazi espositivi di Rho Fiera Milano, si è tenuta la prima edizione di Tempo di Libri, la nuova fiera dell’editoria italiana, nata dalla scissione tra l’AIE, l’Associazione Italiana Editori, e gli enti organizzatori del Salone del Libro di Torino.

Da molti, principalmente addetti ai lavori, questa scissione è stata vista come un torto da parte dell’AIE e dei grandi gruppi editoriali nei confronti degli editori medio-piccoli e, soprattutto, di una città e di un salone con un’esperienza ormai trentennale. Questo ha fatto sì che Tempo di Libri fosse un’osservata speciale, soggetta a ogni tipo di confronto possibile con la kermesse torinese. Se si guardano solo i numeri, con le 60.796 presenze in Fiera e le 12.133 negli appuntamenti Fuori Fiera dichiarate dall’organizzazione di Tempo di Libri, nel confronto con le edizioni precedenti del Salone internazionale del Libro di Torino, ma anche con le previsioni rilasciate dagli organizzatori stessi (sulla scheda tecnica inviata agli editori, a quanto dice La Stampa, si prevedevano circa 130.000 visitatori), il risultato è senz’altro al di sotto delle attese. Di fronte a questi numeri bisogna tenere conto, però, di due fattori. Da un lato, è logico che una manifestazione alla sua prima edizione non possa avere la stessa affluenza di pubblico di una manifestazione al suo trentesimo anno di vita, o quest’ultima dovrebbe porsi parecchie domande. Dall’altro, l’eccessivo ottimismo degli organizzatori riguardo alla partecipazione con lo scopo di attirare più editori si è rivelato un’arma a doppio taglio, che rende ancor più evidente il divario con il risultato reale.

Ci sono comunque delle attenuanti da considerare e da cui ripartire per migliorare. Per essere stata una prima edizione, piazzata, per questioni di disponibilità degli spazi espositivi, in un periodo infausto (tra il weekend di Pasqua e il ponte del 25 Aprile), questo Tempo di libri non è caratterizzato solo da mancanze.

Io sono stata in fiera sabato 22 e domenica 23, i giorni in cui si attendeva il maggior afflusso di persone, ma anche quelli successivi a un inizio un po’ stentato, con un mercoledì e un giovedì desolanti (che ha portato alla decisione riparatrice, e un po’ tardiva, di introdurre un biglietto pomeridiano ridotto, agevolando senz’altro l’aumento del pubblico ma anche le premature critiche dei detrattori) e un venerdì con i primi segnali di ripresa.

Che qualcosa sabato e domenica sarebbe stato diverso, però, si è visto fin dall’apertura dei cancelli: un flusso costante e abbondante di pubblico si è riversato all’interno dei padiglioni, la cui l’ampiezza ha mitigato l’effetto calca. Da qui forse la sensazione che i partecipanti non fossero poi così tanti, ma anche la possibilità di muoversi per gli stand con tranquillità. E piene sono state le sale, grazie ai tanti ospiti di punta presenti: nomi importanti della letteratura come David Grossman, Luis Sepulveda, Edna O’Brien e Irvine Welsh; ma anche figure più mainstream, come Antonino Cannavacciuolo, che, nonostante un certo snobismo culturale che da sempre subiscono, fungono da ulteriore forza attrattiva. Un buon successo di pubblico si è visto anche per le proposte degli editori medio-piccoli (gli eventi di NN editore e di Tunué, per esempio), e per gli incontri più particolari, come i reading- spettacolo di Filippo Timi, Diego de Silva, Sergio Rubini e Francesco Piccolo o le letture al buio con Andrea Vitali e Alessia Gazzola, organizzate dalla LIA, la Fondazione Libri Italiani Accessibili, per sensibilizzare nei confronti della lettura per non vedenti.

Ma cosa non ha funzionato a Tempo di libri e quali sono stati, invece, i suoi pregi? Dalla mia esperienza in questi due giorni e dalle voci raccolte in fiera, ecco un piccolo elenco.

Cosa non ha funzionato

La comunicazione

A parte un’enorme installazione collocata in Piazza Duomo, nel resto della città si trovavano pochi cartelli e manifesti che pubblicizzavano Tempo di libri, e non è da escludere che perfino i milanesi non sapessero che proprio in quei giorni si svolgesse una fiera. Anche online e sui social la comunicazione non è stata così efficace e partecipata, complice forse l’assenza dei piccoli editori (che nella diffusione degli eventi in rete sono molto più attivi rispetto ai grandi) e la mancanza di coinvolgimento di altri elementi solitamente molto attivi nella promozione degli eventi letterari, come i blogger (nonostante l’accredito gratuito, la comunicazione spontanea da parte di queste figure è stata molto ridotta rispetto alle altre fiere). Da rivedere, poi, la struttura del sito. La consultazione del programma, pubblicato online quasi a ridosso dell’evento, non era intuitiva e non consentiva una ricerca rapida tra i vari eventi. Molti problemi si sono riscontrati anche nel consultare l’elenco degli espositori, che seguiva un’ordinazione rigorosamente alfabetica, in base alla ragione sociale dell’editore (per esempio Giulio Einaudi editore si trovava sotto la G e non, come sarebbe stato logico aspettarsi, sotto la E).

L’alfabeto del programma

Il programma di Tempo di libri era suddiviso in base a percorsi (professionale, digitale, ragazzi, a tavola e generale) e alle lettere dell’alfabeto, che rappresentavano temi a cui ogni evento era associato. Un’idea di classificazione, quella dell’alfabeto, non così funzionale e a tratti dispersiva, poiché a ogni lettera erano associate più tematiche che però non sono state quasi mai evidenziate al momento dello svolgersi dell’evento.

L’effetto fotocopia

I grandi editori hanno utilizzato gli stessi stand del Salone del libro di Torino, generando un effetto fotocopia che non poteva passare inosservato. I costi di una struttura di quelle dimensioni è sicuramente gravoso ed è impensabile crearne uno nuovo per ogni fiera a cui si partecipa. Dal momento, però, che Tempo di Libri è una fiera nuova, voluta fortemente proprio da queste grandi realtà editoriali, sarebbe stato logico aspettarsi degli elementi nuovi anche a livello di immagine.

L’assenza degli editori medio-piccoli

Che sia stato per una questione di logistica (non bisogna dimenticare che a marzo a Milano c’è stato anche il BookPride, la fiera dell’editoria indipendente) o di schieramento, si è avvertita molto l’assenza degli editori medio-piccoli, sebbene i pochi presenti siano riusciti a non rimanere schiacciati dalle grandi realtà e a trasmettere comunque la loro identità. Certo, l’assenza di quasi tutta la fascia intermedia dell’editoria italiana è più che comprensibile (al di là delle ragioni “politiche” connesse alla scissioni avvenuta in seno all’AIE, tre fiere in poco più di un mese per molti possono costituire un impegno economico importante). Ciò non toglie che agli occhi del pubblico dei lettori, quello interessato più ai libri che alle diatribe tra addetti ai lavori, quest’assenza rischi di passare come un’occasione persa.

La presenza di editori a pagamento

Quella degli stand degli editori a pagamento è una piaga da cui quasi nessuna manifestazione letteraria sembra riuscire a liberarsi. In questo caso, stando ai dati raccolti da Scrittori in causa, che da quest’anno ha deciso di aprire un Osservatorio sugli EAP alle fiere del libro, la presenza di editori a pagamento e a doppio binario ha rappresentano il 6,4% del totale (34 su 550 espositori).

L’assenza di scolaresche

Come si diceva prima, la scelta dei giorni di fiera ha penalizzato molto la partecipazione. Soprattutto quella delle scolaresche, che a Torino invadono letteralmente il Salone del libro nei primi due giorni, aumentando la percezione di affollamento. A Tempo di Libri, complice forse anche un programma ragazzi non poi così ricco, la presenza delle scuole è stata limitata, amplificando così la sensazione di desolazione dei primi giorni.

Cosa ha funzionato

Gli spazi espositivi

Molto belli, per struttura e disposizione degli stand, i due padiglioni che hanno ospitato la fiera. Corridoi ampi e luminosi, zone in cui fermarsi e riposarsi, un ambiente più a misura d’uomo e poco dispersivo, uno spazio esterno molto curato e il wi-fi gratuito (e funzionante!).

Gli ospiti presenti

Nel corso di cinque giorni si sono succeduti 720 eventi, con ospiti di tutti i tipi. L’offerta era veramente variegata, molti grandi nomi sono stati portati in fiera, ed era davvero difficile non trovare qualche evento interessante nell’arco di tutta la giornata. E, alla peggio, ci si poteva sedere nella Sala Cucina, a riposarsi seguendo un divertente showcooking.

Gli editori medio-piccoli e quelli piccolissimi presenti

Come si diceva prima, l’assenza di molti editori medio-piccoli era ben evidente, ma ha anche un rovescio della medaglia: una maggior visibilità per quelli presenti. Tra gli stand enormi dei grandi editori, spuntavano qua e là queste piccole identità individuali ben precise che, anziché rimanere schiacciate, rappresentavano delle isole felici in grado di attirare molti visitatori.

Il MIRC

Pur essendo uno spazio riservato ai soli addetti ai lavori, non si può non citare tra i meriti di Tempo di libri il buon funzionamento del MIRC, il Milan International Rights Center, per favorire i nuovi contatti e la vendita dei diritti dei libri a livello internazionale.

I bambini e i passaporti

In tutti e cinque i giorni, sono stati molti i laboratori per bambini organizzati dagli editori all’interno dei loro stand (per esempio, da Interlinea edizioni), a integrazione degli eventi organizzati dalla fiera stessa. Inoltre, ai bambini che ne facevano richiesta, all’ingresso in fiera veniva dato un “passaporto”, per raccogliere i timbri degli editori visitati. Un’idea forse non proprio originale e all’apparenza inutile, che però messa in pratica generava un effetto ben diverso: i bambini si avvicinavano un po’ titubanti ai banconi degli stand per richiedere un timbro, che poi contemplavano entusiasti. E chissà che magari, in futuro, quel passaporto per loro non rappresenti una forma di ispirazione.

È inutile negare che Tempo di Libri, sia prima dell’inizio sia durante il suo svolgimento, abbia subito una certa attenzione negativa, come inevitabile conseguenza della scissione tra l’AIE e Torino. Da qui, la volontà di mettere in evidenza e notare soprattutto i problemi e le difficoltà che la sua organizzazione e il suo svolgimento hanno incontrato, piuttosto che tener conto dei meriti. Non bisogna, infatti, dimenticare che si tratta di una fiera alla sua prima edizione, sviluppata in un lasso di tempo molto breve considerando tutte le questioni logistiche che eventi di questa portata comportano, e che necessita quindi di un tempo fisiologico per rodarsi. Il lavoro svolto dall’instancabile, e per cinque giorni ubiqua (credo abbia partecipato, anche solo fugacemente, a tutti gli eventi), Chiara Valerio, curatrice del programma generale, e dei suoi collaboratori (Pierdomenico Baccalario per il programma ragazzi, Nina Klein per quello digitale e Giovanni Peresson per quello professionali) merita sicuramente più rispetto di quello che può nascere da un semplice confronto con altre fiere già consolidate nel tempo.

E ora bisogna aspettare il Salone Internazionale del libro di Torino, che si svolgerà dal 18 al 22 maggio. Per festeggiare il suo trentennale, è in arrivo anche una bella e necessaria rinfrescata rispetto al passato, grazie al nuovo direttore editoriale Nicola Lagioia, che dovrà però fare in conti con il problema contrario rispetto a quello di Tempo di Libri: ovvero la mancanza di molti grandi marchi.

Una volta conclusa la manifestazione torinese, si potrà davvero valutare l’impatto e la reale necessità di questi saloni, così vicini geograficamente e temporalmente, nella diffusione dei libri e della cultura. E magari considerare se sia possibile ricomporre una frattura che, forse,  poteva essere evitata.