Si è conclusa lunedì 22 maggio la trentesima edizione del Salone internazionale del libro di Torino, che aveva aperto i battenti giovedì 18 nei padiglioni del Lingotto accompagnata da molta curiosità e moltissime aspettative.
E con i suoi 165.746 i visitatori, tra Salone e Salone Off, e l’aumento delle vendite registrato dalla maggior parte degli editori, si può dire che queste aspettative siano state ampiamente soddisfatte, se non addirittura superate.

Oltre ai numeri, però, c’è stato anche qualcosa di più, percepibile sia dagli addetti ai lavori sia dai semplici visitatori: un’aria e un’atmosfera nuova, di riscatto, hanno invaso i padiglioni della fiera per tutta la sua durata, come conseguenza del “torto” subito da parte dell’Aie e sfociato nella fiera milanese Tempo di Libri. Il merito va sicuramente a Nicola Lagioia, direttore editoriale di questa trentesima edizione, e a tutta la sua squadra, che ha saputo dare una rinfrescata quanto mai necessaria a un Salone del libro che negli ultimi anni aveva perso un po’ del suo scopo originario ed era diventato una continua fotocopia di se stesso. Un merito che condivide con tutti gli editori che fin dall’inizio si sono schierati con la fiera torinese e hanno partecipato con un rinnovato entusiasmo alla creazione di questa nuova edizione del Salone.

Un entusiasmo che, per la prima volta dopo anni, ha portato anche a una certa innovazione estetica a livello di stand (a cui ha sicuramente contribuito il costo ridotto dell’affitto degli spazi espositivi rispetto agli altri anni che ha permesso di investire soldi sul lato estetico). La prima cosa che si notava, infatti, entrando al Salone era la rivoluzione a livello d’immagine. Oltre alla moquette rosa molto vivace, si è vista una nuova suddivisione degli spazi e disposizione degli stand. Per esempio, molti editori che gli anni passati si trovavano nei padiglioni laterali, complice l’assenza dei grandi gruppi editoriali e dei loro enormi stand, sono stati spostati nel padiglione centrale (Fazi e Sellerio, per citarne due) e l’unico grande gruppo editoriale presente, Giunti – Bompiani, è stato messo in un padiglione laterale. (Feltrinelli, invece, era in quello centrale, ma con uno stand un po’ ridimensionato rispetto alle precedenti edizioni). Poi, l’area dedicata ai libri di cucina è stata spostata dal padiglione 2 al padiglione 1, permettendo a chi interessato di visitarli tranquillamente ma al tempo stesso di non affollare gli spazi centrali. Anche le sale sono state ridotte di numero e meglio disposte in tutta l’area espositiva.

Da segnalare, inoltre, quella che forse è la più grande novità: l’aggiunta di una grande libreria gestita da COLTI, il Consorzio Librerie Indipendenti Torinesi, nato sul finire del mese di aprile per creare una rete di collaborazione tra le librerie del territorio. In questa grande libreria, però, si trovavano anche i libri dei grandi gruppi editoriali che hanno scelto di non partecipare al Salone: una scelta forse un po’ controversa, per non rinunciare del tutto all’enorme fetta di pubblico che fiere come questa attraggono.

Cambiamenti all’apparenza piccoli, ma necessari, e che dovrebbero forse spingersi oltre, eliminando del tutto quegli espositori che con i libri non c’entrano nulla ma, soprattutto, gli editori a pagamento. A livello di programma si è dato sicuramente maggiore spazio alle proposte e agli autori degli editori medio-piccoli, anima di questo Salone, e ad alcuni incontri più settoriali, ma non sono mancati nemmeno i grandi nomi di richiamo (Roberto Saviano, Luis Sepúlveda, Daniel Pennac, Richard Ford, per citarne qualcuno, accompagnati dalle inevitabili code per assistere ai loro incontri).

Alcuni dei problemi del passato, però, rimangono. Problemi che riguardano più che altro le questioni prettamente logistiche e di “benessere” del visitatore. La gestione delle code, per esempio, andrebbe in qualche modo ottimizzata per evitare le ore di attesa davanti alle sale e la conseguente perdita di tempo di visita (magari mettendo certi eventi su prenotazione?). Si nota poi una quasi totale assenza di panchine e punti di riposo nei vari padiglioni (che ha portato all’invasione di alcuni stand semplicemente per la presenza di sedie e all’accampamento in ogni spazio di pavimento libero). Nonostante le lamentele degli anni passati, continua a mancare il wi-fi (oltre al visitatore, all’interno della fiera ci sono giornalisti, professionali, oltre ovviamente agli editori, che in quei giorni usano internet per lavoro), così come punti di informazione sparsi qua e là per il Salone. Per non parlare del costo eccessivo del cibo (che sembra secondario ma non lo è, soprattutto per chi all’interno della fiera lavora e deve stare tutti e cinque i giorni) e dell’igiene quanto meno dubbia dei bagni.

Il paragone con Tempo di libri, la fiera milanese voluta dall’Aie e dai grandi gruppi editoriali che si è tenuta ad aprile a Rho, è inevitabile. Molta leva, durante la comunicazione, è stata fatta sul campanilismo sabaudo e sull’orgoglio dei medi e piccoli editori di cui l’Aie non ha tenuto conto al momento di prendere la sua decisione riguardo a questa scissione. Durante i cinque giorni di fiera, però, questi più che comprensibili sentimenti sono caduti un po’ nell’eccesso, con continui riferimenti e frecciatine, anche da parte delle istituzioni, alla fiera milanese e al suo risultato inferiore, sporcando un po’ il grandissimo lavoro fatto.

Se proprio si vuole fare un confronto tra Tempo di libri e la kermesse torinese, per quanto riguarda i visitatori e le vendite il Salone del libro esce sicuramente vincitore. Così come a livello di comunicazione e di coinvolgimento emotivo dei partecipanti. Un sostanziale pareggio, invece, si ha tra i due programma: eccezionale, si è detto prima, il lavoro di Nicola Lagioia e della sua squadra, così come lo era stato quello di Chiara Valerio. Migliori, invece, gli spazi espositivi di Rho e l’area dedicata ai diritti internazionali (l’IBF a Torino quest’anno è stato allestito al primo piano dell’edificio che ospita Eataly, vicino ma non adiacente ai padiglioni del Lingotto, costringendo gli editori a fare la spola, a piedi, tra il proprio stand e un luogo ben al di fuori degli spazi espositivi). In ogni caso, le due fiere potrebbero tranquillamente coesistere, magari scegliendo periodi dell’anno diversi (per Tempo di libri si è prospettata la fusione con Book City, che si tiene ogni anno a novembre, o una data nel mese di febbraio), così da non alimentare la competizione e rendere possibile logisticamente a tutti gli editori e i visitatori di parteciparvi.

Quel che è certo è che la trentunesima edizione del Salone del libro si terrà, dal 10 al 14 maggio, sempre organizzata dalla squadra di Nicola Lagioia, che dovrà dimostrare che l’edizione di quest’anno non sia stata solo un’eccezione rispetto al passato, ma l’inizio di una nuova era. Di Tempo di libri e del suo futuro, invece, ancora non si sa nulla, se non che si prospetta la caduta di qualche testa: tra tutte, quella già confermata del presidente Motta, che voci di corridoio dicono potrebbe essere sostituito da Ricardo Franco Levi, autore dell’omonima legge sul prezzo dei libri. Ma soprattutto, è evidente la necessità di un esame di coscienza che tutti i membri dell’Aie devono fare, per decidere se continuare su questa linea divisa o cercare in qualche modo di risanare una frattura.