Circa un anno e mezzo fa, il 7 gennaio 2015, a metà mattinata la notizia di una sparatoria nella sede di un giornale satirico arriva a occupare tutte le prime pagine dei quotidiani online, in tv con edizioni straordinarie si racconta l’accaduto, inizia l’inseguimento degli attentatori che hanno sparato e ucciso dei giornalisti nella sede parigina del giornale satirico Charlie Hebdo, che da lì a poco sarebbe diventato simbolo mondiale della libertà di stampa e di parola in occidente. Sui social proliferano foto con la scritta “Je suis Charlie”, in un commosso senso di fraternità con quei giornalisti, con quei vignettisti e con l’idea di Occidente che si voleva proteggere dal terrorismo di matrice islamica.

I dibattiti su cosa fosse la satira in quei giorni, ovviamente, non sono mancati, il risultato però era facilitato dal fatto che in quella redazione dei morti c’erano e le foto della sparatoria iniziavano a diffondersi. L’idea di censurare la satira, in quei giorni, risultava essere un’operazione impossibile, facilitando tutti, italiani compresi, nel sentirsi paladini di un diritto.

Dopo un anno e mezzo, è tragicamente successo che il 24 agosto un terremoto nel centro Italia ha devastato Amatrice, Arquata, Accumuli e Pescara sul Tronto, causando circa 290 vittime. L’evento tragico ha richiamato alla solidarietà tutti i cittadini italiani che hanno donato quasi 10 milioni di euro, mettendo in moto una macchina solidale notevole. Intanto sono continuate, parallelamente, le indagini dell’Anac per accertare il perché dei “troppi crolli” avvenuti durante il sisma. In questo scenario è ritornato il nome della rivista satirica francese. Il 2 settembre 2016, in una pagina interna di Charlie Hebdo, a firma Felix, è uscita una vignetta sul terremoto che ha fatto molto discutere e che sta facendo discutere tutt’ora, a distanza di qualche giorno dalla pubblicazione; si è arrivati alle scuse dell’ambasciata francese che si dichiara estranea.

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A un primo impatto la vignetta risulta sgradevole. Lo stile è scarno, non c’è paesaggio, c’è solo un titolo, che potrebbe già fornire degli indizi per l’interpretazione, e tre tipi di pasta: “penne al sugo di pomodoro”, “penne gratin” e “lasagne”. I sopravvissuti ai terremoti e i morti, rappresentati in questo modo, hanno  scatenato più di qualche reazione di sdegno. L’accusa maggiore è di non aver rispettato i morti italiani.

A una più attenta analisi, risulta però che quel titolo sia ancora lì a significare qualcosa. Quel terremoto all’italiana richiama un prodotto tipico, si potrebbe dire un luogo comune che gli italiani tanto amano, come appunto la pasta. E sembra che quelle persone ritratte da Felix siano lì a simboleggiare un qualcosa che, purtroppo in questo caso, è molto italiano: i crolli di città intere a seguito di terremoti di media portata. Ne scrive ad esempio Mario Tozzi su Huffington Post mostrando come, con le dovute precauzioni, questo sia evitabile. Quei luoghi comuni sulla pasta servono per rendere un luogo comune l’intera struttura della vignetta. In più i volti rappresentati sono tristi, sfatti, non ridono (come spesso succede nelle vignette di Charlie Hebdo), andando ancora una volta a mostrarsi come vittime dell’accaduto.

Sembrerebbe che la vignetta non abbia come obiettivo le vittime del terremoto, ma al contrario il sistema italiano che ha permesso che un terremoto di quella portata distruggesse paesi interi e uccidesse oltre 290 persone. La vignetta sembra scagliarsi contro i luoghi comuni sui quali si adagiano spesso in molti, non controllando il sistema politico che, ad Amatrice in particolare, aveva la possibilità di ricostruire con norme antisismiche parte delle strutture pubbliche e che avrebbe potuto mettere a norma il resto della città. Questo non è accaduto. Tuttavia per quasi tutto il giorno di pubblicazione della vignetta le proteste sono state incessanti, tanto che i vignettisti di Charlie Hebdo si son ritrovati costretti a pubblicarne una nuova con la spiegazione – cosa che di per sé è il contrario di ciò che la satira dovrebbe fare, offrendo al fruitore la possibilità di pensare, non quella di farsi spiegare le cose.

Nel pomeriggio, a distanza di poche ore, sulla pagina Facebook di Charlie Hebdo viene pubblicata una nuova vignetta firmata da Coco.

Il riferimento alla vignetta della mattina: la persona ritratta continua a essere distrutta, si potrebbe dire devastata (e non certamente neutra o sorridente) dalle macerie, i capelli lunghi, la tavola di legno e i chiodi conficcati potrebbero persino essere un richiamo al cristo crocifisso. L’uomo seppellito dalle macerie afferma: “non è Charlie Hebdo che ha costruito le vostre case, è la mafia”. Il riferimento rimanda alle parole di Cantone sui “troppi crolli”, sulle indagini dell’Anac per lo stanziamento dei fondi pubblici per la ricostruzione delle case di Amatrice, sulla mancata messa a norma delle strutture pubbliche e private, sul fatto che circa ogni 5/6 anni in Italia un terremoto di media portata, sulla dorsale appenninica, distrugge paesi e causa decine se non centinaia di morti. Mafia o non mafia, si sarebbero potuti fare dei lavori di messa a norma antisismica, tuttavia non è questo il luogo adatto per certificare queste questioni, ma le indagini della magistratura mostreranno se queste carenze ci sono state e in che misura.

La vignetta tuttavia non ha il compito di svolgere un’indagine al posto di un magistrato, né di spiegare ciò che avviene. Una vignetta satirica ha il compito di far sorridere, se riesce, ma soprattutto di mettere in moto un meccanismo di disvelamento delle problematiche, attaccando il potere e cercando di metterlo a nudo. In questo caso il potere va a coincidere non tanto con delle determinate persone, ma con un sistema per il quale è possibile definire il “terremoto all’italiana” che si ripete, purtroppo, a ogni sisma.

La questione parrebbe risolta mantenendo le due posizioni nei confronti della vignetta, se non fosse che il modello Charlie Hebdo, soprattutto dalla sparatoria di gennaio 2015, è conosciuto, è eccessivo, ma non lo è contro gli Italiani per qualche motivo ignoto, né solo contro gli altri. È un modello di satira che investe tutto, come peraltro la satira dovrebbe fare, compreso se stessi, perché è dalla sua nascita come genere teatrale e letterario, da Aristofane, che i temi portanti sono la morte, il sesso, la religione e la politica. Il piano di discussione è greve, ma il metodo è lieve, così da risultare di difficile lettura tanto dal dover richiedere uno sforzo nel fruitore. Ovviamente da sempre la satira non è ben vista, per questo la grossa mole di opposizioni è prevedibile e mostra come in realtà il lavoro di Charlie Hebdo sia ben riuscito.

D’altra parte, anche in quella sede dove sono state create quelle vignette ci sono stati i morti, e sono stati uccisi dal fanatismo religioso, per mezzo di armi da fuoco che hanno sparato, riportando la discussione su un ulteriore tema: la libertà d’espressione che abbiamo difeso nel Gennaio 2015, la rinneghiamo adesso che è puntata sul nostro paese? E ancora, il tema è sempre ci piace o non ci piace, o invece, la possono pubblicare o non la possono pubblicare? Quelle vignette vanno pubblicate.

Poi la mattina seguente ci si ritrova la prima pagina di Libero che titola: “Viene voglia anche a noi di sparargli”.

Libero quasi giustifica il gesto di gennaio 2015, cosa che ovviamente nessun italiano si sentirebbe di poter affermare con cognizione di causa. Qui si è titolato in un modo lontano dalla satira, dallo smascheramento di un sistema e dalla messa a nudo dei potenti. Al contrario c’è una incitazione alla protesta estrema e violenta, cosa che in un momento storico come questo sarebbe quantomeno da evitare. Resta da chiedersi se per caso l’ambasciata italiana in Francia si scuserà di una prima pagina come questa.