Immaginate un mondo senza la prosa di Franzen, compatta come un muro che scava come una trivella; immaginate di non aver letto Cosmopolis di Don DeLillo o di non avere nuove rivelazioni dell’editoria americana come Junòt Diaz o la leggiadria di Zadie Smith. Sì, sicuramente avremmo meno libri da leggere, ma anche un’editoria meno movimentata e poco variegata. È probabilmente uno dei motivi che fa salutare la letteratura straniera e la sua conseguente traduzione come depositaria di un fascino che, seppur lontano, esercita una grande desiderabilità sui lettori. Silvia Pareschi è traduttrice dall’inglese, dell’attrattiva che veste l’America ne sa qualcosa, lei che è approdata al mestiere quasi per caso e ha conosciuto immediamente il successo traducendo Le correzioni di Jonathan Franzen. Oggi vive tra San Francisco e l’Italia e da tempo racconta un’altra faccia dell’America sul blog Nine hours of separation. La sua prima opera, I jeans di Bruce Springsteen, propone piccoli bozzetti in forma di racconto o reportage con una scrittura riflessiva ed esperienziale che getta uno sguardo più ampio sulla vita all’estero. Dopo la presentazione del libro, alla libreria Colibrì a Milano, mi ha concesso questa intervista via mail, fatta di domande secche ed essenziali perché, per una volta, parla il traduttore.

È stato difficile scrivere un libro tuo? Hai mai sentito la pressione di altri grandi scrittori, come quelli che hai tradotto?
Per certi versi non è stato difficile: dopo mesi trascorsi a riflettere e a leggere tutto quello che poteva darmi idee, nel momento in cui ho deciso quale taglio dare al libro le storie da raccontare mi si sono presentate quasi spontaneamente. Per altri versi, invece, è stato più faticoso di quanto immaginassi. Il mio mestiere, la traduzione, consiste nell’interpretazione e nella riscrittura in un’altra lingua delle parole altrui, ed è quindi un tipo di scrittura che si concentra sulla forma da dare a un contenuto preesistente. In questo caso, invece, si è trattato di creare anche un contenuto, oltre che una forma, di estrarre storie compiute da ciò che fino a quel momento era stato solo ricordo, pensiero, osservazione, sensazione.

Per molto tempo non ho neppure preso in considerazione l’idea di scrivere un libro mio, proprio perché il confronto con i grandi autori che traduco mi era sempre sembrato schiacciante. Solo quando ho scoperto di avere qualcosa da dire e ho deciso di mettermi in gioco con la scrittura, mi sono accorta che la voce degli scrittori che ho tradotto era entrata a far parte della mia, anche se non in modo calcolato e consapevole. Da ognuno di loro ho imparato qualcosa, voci e stili che ho restituito nella loro individualità quando si trattava di tradurli, ma che, al momento di scrivere, si sono amalgamati alla mia voce, aiutandomi a trovarla e a perfezionarla.

Come mai hai scelto la forma del racconto per il tuo primo libro?
Perché è la forma che mi è più congeniale. Visto che arrivo alla scrittura “autonoma” dalla scrittura-traduzione, amo particolarmente il lavoro di lima sulla lingua che il racconto mi permette di compiere, mentre nel romanzo dovrei concentrarmi anche sulla struttura, sulla trama, sulla coesione interna. So bene che i lettori, soprattutto italiani, preferiscono il romanzo al racconto, ma le storie che volevo raccontare richiedevano necessariamente quella forma. Alla fine è stato – com’era normale che fosse – il materiale a determinare la forma.

Si può dire che senza l’America il tuo libro non sarebbe esistito. Cosa ti ha affascinato della cultura americana sin dall’inizio? E perché credi che affascini anche noi italiani?
Alla cultura americana mi sono avvicinata, come tanti, con la musica. Da adolescente, come racconto nel libro. Ma la cultura americana, come diceva Wenders, ha colonizzato il nostro immaginario, con la musica, con il cinema e con la letteratura, che quando sono cresciuta è diventata il mio mestiere. E non solo, visto che ho sposato uno scrittore e artista americano, Jonathon Keats, e poi ho cominciato a vivere per metà dell’anno a San Francisco. Quello che più mi affascina della cultura americana è la sua contraddittorietà, la sua capacità di non smettere mai di stupirmi. Ed è per questo che ho cercato di demolire il mito un po’ superficiale che spesso abbiamo di quel paese, perché in realtà è un posto molto più interessante di quanto crediamo di sapere, nel bene come anche nel male. Mio marito dice che San Francisco è “la città che amo odiare”, e questa definizione la estenderei a tutti gli Stati Uniti: la mia immagine idealizzata si è scontrata con la realtà quotidiana a volte deludente, e ne è uscito un ritratto che si sforza di staccarsi dai cliché per cercare di offrire un punto di vista diverso dal solito.

Quanta America c’è nel libro e quanta Italia c’è nel libro? È l’Italia che guarda all’America o il contrario?
Ho cercato di escludere dal libro qualsiasi riferimento all’Italia, perché non volevo assolutamente proporre un confronto tra i due paesi. Perciò mi sono sforzata di mantenere un punto di vista neutro, anche se poi ovviamente l’occhio di chi osserva è il mio, cioè quello di un’italiana, e quindi certe osservazioni saranno state condizionate, giocoforza, dal mio luogo di provenienza. Però il mio scopo era quello di scrivere storie che si leggessero come se le avesse scritte un alieno in visita sul pianeta Stati Uniti.

Come ha fatto l’America a entrarti dentro? Ci sono state delle fasi attraverso le quali hai compreso che la tua destinazione fosse l’America e a come dovevi bilanciare due culture?
Dopo l’esaltazione dell’adolescenza, gli Stati Uniti per un po’ sono passati in secondo piano nei miei pensieri. Mi sono laureata in russo nel periodo della perestrojka, e quando ho capito che in fin dei conti lavorare con il russo non mi interessava sono rimasta un po’ spiazzata. Ho fatto vari lavori, poi ho seguito un master di scrittura creativa dove una grande traduttrice, Anna Nadotti, mi ha segnalata all’Einaudi come traduttrice… dall’inglese. E così è cominciato il mio riavvicinamento a quel paese, attraverso i grandi autori che ho tradotto, attraverso soggiorni in residenze per artisti come quella che racconto nel libro, attraverso soggiorni ottenuti in tutti i modi, come house-sitter, dog-sitter, cat-and-dog-sitter… fino all’incontro con mio marito e al trasferimento, benché parziale, a San Francisco. A quel punto la necessità di bilanciare le due culture si è ulteriormente approfondita, dal piano professionale a quello personale.

Più si parla di Grande Romanzo Americano e più la sua definizione diventa nebulosa e indefinita, perché gli Stati Uniti nella loro miriade di realtà e relazioni potrebbero essere molto difficili da riassumere in un unico libro. Forse è destinato a essere un obiettivo mitologico a cui aspirare più che un vero e proprio risultato concreto. Da chi verrà scritto il Grande Romanzo Americano o è già stato scritto? Chi sono gli autori candidati?
Ah, il Grande Romanzo Americano, noto anche come il Sacro GRA! Sono d’accordo con te, gli Stati Uniti sono, per fortuna, un paese così multiforme e sfaccettato che possono esistere tanti Grandi Romanzi per ognuno dei suoi aspetti, da quello dei grandi scrittori maschi e bianchi – come Roth con Pastorale americana, DeLillo con Underworld, Franzen con Le correzioni – a quello degli scrittori di colore – una su tutte la Toni Morrison di Amatissima – a quello della letteratura dell’immigrazione, con autori come Jamaica Kincaid e Junot Diaz, per citarne due di quelli che traduco. Quindi il bello è che anziché aspettare il mitico Sacro GRA possiamo goderci i tanti grandi romanzi americani che continuano a uscire ogni anno.

La scrittura online è diventata una cosa fluida, veloce, che non si ha il tempo di consumare. Lo scrivo perché seguo il tuo blog (Nine hours of separation) e ho letto i tanti frammenti di America che hai raccontato. Quanto è stata importante la scrittura sul blog? Credi che questo tipo di scrittura – una sorta di autofiction – sia una delle soluzioni per ambire alla permanenza sul web?
L’idea del libro è nata proprio dall’esperienza del racconto online, e infatti alcune delle storie sono riprese e rielaborate da episodi che ho raccontato per la prima volta sul mio blog, ma anche su siti come Carmilla e Nazione Indiana. Mi piace la forma episodica, un po’ diaristica del blog, mi serve a fissare le impressioni e a creare una specie di archivio personale a cui tornare in seguito per attingere idee da sviluppare. Mi piace anche perché mi consente un rapporto diretto con i lettori, con una comunità di amici virtuali che si è creata negli anni.

Sei al lavoro su Swing time di Zadie Smith ma hai in mente qualche altro progetto per il futuro?
Sì, ho alcune traduzioni già schierate in attesa, da qui fino all’inizio del 2018. La ritraduzione di un libro che amo molto, un romanzo di 700 pagine e poi, per tirare un po’ il fiato dopo la maratona, un piccolo gioiellino. Per conoscere i titoli, però, bisognerà aspettare ancora un po’.