La storia del Rinascimento in Italia è fatta soprattutto di guerra e sangue. Le alleanze fra i vari stati regionali cambiavano di continuo, lo Stato della Chiesa esercitava un immenso potere temporale e le imprese dei capitani di ventura hanno affascinato moltissimi scrittori in passato, non ultimo Joe Abercrombie, che ha deciso di ambientare un romanzo fantasy in uno scenario ispirato alla storia italiana del rinascimento (Il Sapore della Vendetta). Come è stato immergersi in un periodo storico così tumultuoso, quando hai portato avanti le ricerche per questa trilogia?
È verissimo, fra l’altro lui [Abercrombie – nda] disse, quando l’ho intervistato per il Venerdì, che si era ispirato palesemente ai capitani di ventura del rinascimento. Per me è stato molto divertente, se pensi che tra i vari personaggi ci sono Francesco Sforza, Reinhardt Schwarz dalla Svizzera e Montefeltro che rade al suolo Volterra nel secondo romanzo, diciamo che la mia fame di sangue e violenza è stata soddisfatta. Sono state tante le figure di capitani di ventura, tra cui lo stesso Giovanni de Medici, Giovanni delle Bande Nere, anche se non è centrale nella trilogia, o il Gattamelata, che cito a Venezia e che era stato capitano dell’esercito fiorentino. Sono figure iconograficamente molto forti. Quella dei capitani di ventura è una realtà molto complessa e interessante come meccanismo sia narrativo sia di ricostruzione del periodo. Erano professionisti pagati dalle Signorie per guerreggiare “per conto di”, una sorta di primi “contractor”. O potremmo considerarli dei killer, non c’è molta differenza.

Alcuni di questi hanno fatto fortuna, come Francesco Sforza che diventa signore di Milano scalzando i Visconti grazie all’alleanza con i Medici, che gli concedono una sorta di credito illimitato, di cui lo Sforza aveva bisogno perché aveva il potere militare ma non quello economico. Che le Signorie si impadroniscano del potere politico all’interno delle città e poi stringano accordi con determinati capitani di ventura rende in modo abbastanza chiaro l’aspetto sanguinario del rinascimento. Ovviamente il potere si costruiva comunque sul controllo della città attraverso meccanismi politici e di conquista dei favori delle classi della società, dalla plebe alla nobiltà passando per il popolo minuto e il popolo grasso. Dall’altra parte però era sempre presente il braccio armato che in qualche modo si appoggiava al Signore o alla famiglia. E questo complica una retorica basata sul solo umanesimo, sulle architetture, gli artisti, i poeti, sul recupero della tradizione letteraria con l’accademia neogalileiana di Marsilio Ficino e così via. Insomma, “chi vuol esser lieto, sia”, però c’è tanto altro di cui parlare e tanti autori, citavi Abercrombie ma penso anche a Willocks o a Lawrence, anche lui autore fantasy, si sono ispirati in qualche modo ai capitani di ventura.

Parli di Marsilio Ficino e del panorama culturale e artistico, ma anche dei capitani di ventura e di guerra e violenza. Eppure questo è il secolo in cui l’uomo ritorna al centro della conversazione, spostandosi dalle visioni precedenti. Quanto è stato difficile trovare un equilibrio tra guerra e violenza e nascita dell’umanesimo?
Non trovo che i due aspetti siano contraddittori. L’uomo è al centro, con tutti i vizi e le virtù del caso. L’uomo è forse l’animale più violento sulla terra, da sempre. Il fatto che torni al centro è forse la molla che determina il conflitto tra territori per l’espansione e il controllo. Essendo, per fortuna, anche un essere dotato di intelligenza e di senso della meraviglia, nello stesso periodo riscopre la parte legata alla bellezza, alla cultura e all’arte. Sono due conseguenze apparentemente contraddittorie ma in realtà assolutamente necessarie al rimettere l’uomo al centro. Dico questo perché, prendendo a esempio la cupola del Brunelleschi, una delle opere più iconografiche dell’immaginario collettivo per quanto riguarda il Rinascimento, non viene commissionata esclusivamente dai Medici. La costruzione della cupola era seguita dall’Opera del Duomo, un’istituzione che fungeva da collettore tra tutti i finanziatori, ovvero molte famiglie fiorentine.

Oltre ai Medici si contano gli Strozzi, gli Alberti, i Ricci, i Bueri, i Bruni e altri ancora che ne hanno finanziato la realizzazione dopo cent’anni che la cattedrale non aveva una copertura. Questa bellezza artistica diventava strumento di seduzione, della città e dei Medici in particolare, e quindi uno strumento quasi promozionale, che permetteva la condivisione della cultura con tutte le classi della società, come dovrebbe sempre essere. Ma diventava anche un formidabile elemento di prestigio promozionale/pubblicitario in un’ottica di controllo, dominio e consolidamento del potere. Credo quindi che i due aspetti fossero complementari l’uno all’altro. Così facendo si è finito per incentivare le committenze, che hanno portato a un clima talmente fortunato e ricco da determinare la nascita e lo sviluppo di una scena che ha visto alcuni dei più grandi artisti del mondo, da Donatello a Raffaello a Michelangelo a Leonardo, tanto per buttarne quattro, che tra parentesi sono le tartarughe ninja per gli americani, ma che invece è gente che qualcosa nella vita l’ha combinata.

A proposito di questi grandi artisti, oggi le loro opere sono fonte di meraviglia, ma com’è stato scrivere di queste figure quasi leggendarie? Come le hai approcciate, al di là dei capolavori che hanno creato?
Con un po’ di incoscienza, perché se ci rifletti troppo ti perdi. Sono personaggi molto difficili da affrontare, penso soprattutto alle figure di Leonardo e di Brunelleschi. Ho anche provato a riempire qualche spazio vuoto. Per esempio, ho provato a spiegare perché Leonardo dal 1464 al 1478 non dipinge più. Credo che dipenda in parte dall’essere un perfezionista. Voleva studiare il corpo umano nel dettaglio, dentro e fuori, per cui si procurava i cadaveri nei campi di battaglia per poi aprirli e disegnarli e imparare forme, colori, dimensioni degli organi interni, realizzando vere e proprie tavole anatomiche. Dall’altra parte racconto un Leonardo ancora molto giovane, che non ha ancora ben deciso cosa vuole essere, fortemente legato alla natura, che non si è ancora scoperto grande artista e che lo sarà a Milano e non a Firenze.

In questo modo ho sfruttato la possibilità di indagare la storia attraverso anche elementi interpretativi di fantasia che a volte fanno un po’ storcere il naso ai saggisti. Sono però convinto che a volte provare a riempire questi spazi vuoti con un afflato un po’ favolistico/romantico, mi si passi il termine, non sia necessariamente un errore. È un tentativo in buona fede di interpretare la realtà. Una volta capito che si tratta di un personaggio assolutamente ineffabile, contraddittorio, che arriva a scrivere a specchio pur di nascondere se stesso, ambiguo al punto da essere processato per sodomia, è inevitabile vederlo come un personaggio estremamente moderno non solo per quello che Leonardo è in grado di fare, ma anche per questioni che pone all’interno della città di Firenze. Infatti, da quello che ho potuto capire studiandolo, non era per niente felice a Firenze, Firenze non fa nulla per lui. E Lorenzo lo manda alla corte milanese come massimo campione di Firenze. Paradossalmente, il campione di Firenze è campione a Milano.

Ma il Rinascimento si sposta e diventa un fenomeno che mette Firenze al centro del mondo, non solo della Toscana o dell’Italia. Se con Cosimo il Vecchio Firenze si mette al centro della Toscana e con Lorenzo al centro dell’Italia, con Caterina diventa il centro dell’Europa. Per influenza culturale, ovvio, non certo militare. Ma si tende a dimenticare l’importanza  dell’influenza culturale rispetto al conflitto armato. La cucina francese, per esempio, deriva dalla cucina fiorentina: il gelato, l’anatra all’arancia, i carciofi stufati nel vino, sono tutte ricette importate da Caterina de Medici in Francia. Lo riconoscono persino i francesi. Ma si può parlare di arte, con la scuola di Fontainbleau e due grandi artisti fiorentini come Rosso Fiorentino e Primaticcio. Queste cose andrebbero ricordate. Per cui diciamo che da una dimensione di incoscienza, di provare ad affrontare anche con la leggerezza del feuilleton questo tipo di figure, c’è anche la volontà di rivendicare un ruolo che abbiamo avuto come toscani e più in generale come italiani. Firenze aveva una straordinaria alleanza con Venezia e poi con Milano, che sono state le prime a sentire l’influenza del rinascimento fiorentino. Questo forse traspare tra le righe, me ne rendo conto nel rileggere alcuni passaggi. Ma è qualcosa che, paradossalmente, viene colto meglio da chi legge, mentre io lo vedo solo adesso. Forse è stata anche la molla che mi ha spinto a scriverne, perché volevo provare a raccontare una storia molto italiana che non aveva senso venisse lasciata nelle mani degli americani, che ripeto, stanno alle tartarughe ninja o che magari vedono il Colosseo e dicono che è grande come un campo da baseball.

Hai appena detto che Firenze diventa il centro del mondo nel rinascimento, e credo che pochi avrebbero da ridire. Leggendo i tre libri, sembra banale dirlo perché si sta leggendo dei Medici, ma si ha la sensazione che nei 150 anni che vanno da Cosimo il Vecchio alla morte di Caterina de Medici, i Medici siano la famiglia più importante d’Europa, più di papi e imperatori.
È così. Caterina è regina di Francia per 40 anni. Spesso le regine dell’epoca perdevano il marito e di fatto si ritrovavano ad acquisire compiti politici molto importanti, a volte loro malgrado, perché i figli erano ancora giovani e incapaci di governare. Sono anche regine molto osteggiate da tutta la critica storica, per esempio quella francese, visto che sono pur sempre straniere in terra straniera. E i francesi non sono stati molto teneri. Però quello che dici è verissimo, di fatto, l’Italia si è trovata tra due delle più grandi forze politiche e militari del tempo, cioè Spagna e Austria, che per motivi diversi si erano imparentate e alleate, e dall’altra parte la Francia. L’Italia è sempre stata oggetto di conquista e di desiderio. La sfortuna e l’incapacità dell’Italia è quella di essere sempre stata divisa in una serie di piccoli potentati, di piccole invidie, piccoli regni incapaci di creare un’unità. E in fondo, oggi è ancora così. Dall’altra parte però, erano in grado di influenzare culturalmente in modo duraturo e importante l’intera Europa. Oggi purtroppo non è più così. Ma i Medici lo hanno fatto per 303 anni, prima in modo limitato e poi a più ampio respiro, a più ampio raggio. È il titolo del primo libro, “I Medici. Una dinastia al potere”. Credo di poter dire serenamente che i Medici siano la dinastia più importante della storia, forse in assoluto. Non me ne viene in mente un’altra. Forse i Tudor, ma le dinastie inglesi restano in Inghilterra, magari conquistano Calais ma vengono ricacciate in malo modo. La cultura, al contrario, abbatte steccati e confini. Basterebbe riflettere su questo per pensare che potremmo chiudere una parte del buco finanziario che abbiamo. Ma la cultura sembra sempre una cosa su cui non si deve contare.

Abbiamo parlato finora del desiderio di “creare arte”, di mecenatismo, di creare ed esportare cultura, se vuoi. Cosa è rimasto di questa volontà oggi, negli anni 2000?
Secondo me abbiamo due grandi problemi. Il primo è che non crediamo nella cultura e quindi non facciamo cultura, e finiamo per utilizzarla come una specie di dessert, cucinato anche piuttosto male, e su cui è impossibile impostare un modello economico. Non c’è un’organizzazione centrale, per esempio in termini di reti di musei o di teatri. Mancano leggi sul cinema che permettano, per esempio, la proiezione dalla prima mattina, come succede in tanti altri paesi nel mondo. Si permettono una serie di monopoli a derivazione americana, per cui di tutto il cinema francese, danese, scandinavo, in Italia ne arriva probabilmente il 5%. Manca quindi un elemento propulsivo. Ma manca anche la memoria, un andare a recuperare quello che ci è stato lasciato da tutte le grandi eredità culturali per provare a valorizzarle. Ci sono timidi segnali, che hanno comunque una loro importanza. Per esempio, l’operazione che è stata fatta con la fiction dei Medici ha portato 8 milioni di persone a davanti allo schermo e a riscoprire il rinascimento, magari anche a comprare i romanzi. Secondo me, questo è un modo abbastanza intelligente per provare ad applicare un mezzo relativamente moderno come la TV alla grande eredità culturale dei Medici. Poi certo, ci sono i professori come Cardini che ci dicono che la serie non è attendibile, ma mi pare si manchi il problema.

L’attendibilità la lasciamo ai saggi, che sono importanti perché ci danno la precisione ma non sono in grado di colpire un pubblico ampio. Gli 8 milioni invece li prende una serie TV italo-americana, girata in Toscana e non in Ungheria spacciandola per la Toscana, e magari a causa di questo gli Uffizi fanno il record di visite quest’anno. Mi hanno detto del record quando sono stato a Grosseto e a Firenze. Forse tutti gli americani, gli inglesi che stanno vedendo, hanno visto, o in qualche modo sanno della proiezione, del successo della serie dei Medici decidono di venire a Firenze a vedere quello che magari hanno visto sullo schermo. A noi in Italia forse pare una novità, il che è folle, questo esempio di modello economico sul modello culturale. Il problema è che non abbiamo culto della memoria in Italia. Abbiamo un culto dell’oblio, di leggere, informarsi, approfondire sempre meno, di chiudere i musei. E se non ci sono i dipendenti, se non c’è la possibilità di gestirli perché non ci sono i soldi, non si consente nemmeno alle associazioni private di organizzarsi, magari con un minimo di appoggio, per tenere aperto, per esempio, il museo con i Bronzi di Riace. Fu uno scandalo mondiale, ma chi va in Calabria ad agosto non ha la possibilità di vederli perché è chiuso il museo. Si potrebbe parlare di Pompei e di tanto altro, è un argomento infinito. Non ci rendiamo conto dell’importanza della cultura in termini propositivi; e non sappiamo nemmeno di avere questo grande passato che basterebbe semplicemente provare a valorizzare. Forse qualcosa sta succedendo, però insomma, sono veramente dei piccoli passi.

Qualche giorno fa è uscito su Sugarpulp un editoriale di Francesco Ferracin in cui si parlava della “Nuova Retroguardia”, un titolo se vogliamo provocatorio che rievoca le “nuove avanguardie”. Ferracin allude a una retroguardia culturale che resiste, formata da artisti di ogni tipo, da lettori forti e appassionati…
Sì, come lui, come me, come te e come tanti altri, ma il problema è metterci in rete e non è sempre facile. Ma ti ho interrotto, scusa.

Pensavo al mecenatismo dei Medici e a come arrivi dall’alto, per forza di cose. Oggi il mecenatismo deve arrivare dal basso?
In realtà è già così, se per basso intendiamo gli uomini di buona volontà. Chi organizza i festival, chi spinge per cercare di acquisire le collane e di promuovere determinati autori nelle case editrici, e così via. È certamente un mecenatismo dal basso. Ma c’è un problema: se è dal basso, è figlio di una piccola iniziativa privata. È così perché, appunto, parte dal basso. E quindi ha mezzi limitati. Per questo non riesce a creare, o quantomeno fa molta fatica a creare un sistema o un’organizzazione che possa pensare più in grande. Dall’altra parte, le sagre paesane hanno spesso a disposizione risorse enorm, senza nulla togliere alle sagre paesane, perché non ha senso scagliarsi contro di quelle. Però vedo che esistono tanti meccanismi di potere per cui la fondazione legata a una banca non mira a una linea meritocratica sul finanziamento ma decide di promuovere le iniziative dell’amico, o di quello che in qualche modo può garantire un qualche ritorno, ma non di tipo culturale. Al contrario, il bando dovrebbe proprio andare in quella direzione. Oppure si preferisce favorire una manifestazione che, invece di far lavorare il territorio e i professionisti del territorio, generando quindi un’iniziativa che ha il potenziale per ampliarsi, si preferisce andare a chiamare chi potrebbe portare persone agli incontri, cioè professionisti dalla fortissima visibilità a livello nazionale, soprattutto di carattere televisivo, e che a quel territorio non appartengono. Questi professionisti vengono, dicono quello che devono dire, fanno la loro promozione, prendono il gettone, e non lasciano assolutamente nulla. Quello che secondo me manca oggi è una vera regia o capacità organizzativa in termini più ampi della semplice iniziativa privata. O comunque di una minoranza. Il pezzo di Ferracin sottolinea e in qualche modo rivendica la volontà di un approccio culturale diverso e anche se vogliamo “rottamatore” di quelle sfere di potere di cui, in modo generico, ho parlato. Ma secondo me, a questo bisogna cercare di affiancare un’attività o comunque una regia per forza di cose politica, o come minimo di grande imprenditoria privata, se si vuole davvero valorizzare la cultura in termini territoriali e non solo. Questo mi sembra molto difficile da ottenere oggi in Italia. È molto più semplice, lo dico per esperienza diretta, lavorare con l’estero. Prendiamo per esempio la Mostra del Cinema di Venezia. Roma ha provato a crearne un duplicato, di fatto tentando di sfasciare una delle più importanti mostre cinematografiche del mondo. Quella specie di manifestazione, fu voluta da Veltroni. Tra l’altro, con un lampo di genio, inizialmente programmandola nelle stesse date di quella di Venezia. Adesso assistiamo alla duplicazione Milano-Torino per quanto riguarda il Salone del Libro. C’è proprio una volontà di farci del male.

All’estero non è così. Ero alla Berlinale, sono rimasto basito nel vedere che non solo ci sono cinema con sale da 1500 persone, piene da non riuscire a entrare, a qualsiasi ora e a qualsiasi spettacolo della biennale. Ma non è solo quello. Il sabato, alle 15, passando davanti a un teatro con le persone in fila che uscivano fino a oltre l’enorme cortile di fronte al teatro e arrivavano in strada. All’inizio pensavo fosse l’ennesimo film in concorso. Invece era uno spettacolo teatrale, alle 15 del pomeriggio. Non ricordo cosa fosse in scena, mettiamo anche solo una pièce di Schnitzler, e il teatro era esaurito. Per fare una cosa del genere in Italia forse devi chiamare i gruppi di coscritti per riempire la sala. È proprio una differenza di sensibilità, non c’è niente da fare.