Quando Rivera se ne andò, nessuno lo vide a parte noi. Lo guardammo mentre si allontanava e scompariva tra gli alberi, lo osservammo inoltrarsi nella prigione di rami, dentro la vegetazione dove ad aspettarlo erano in due, in tre o in venti, anche se in realtà lo aspettava una persona sola. Quando Rivera uscì dal suo nascondiglio, noi eravamo pietrificati dalla paura e dalla stanchezza. Rivera invece non tremava. Sapevamo che sarebbe entrato nella foresta che divorava la casa e che qualcuno lo stava aspettando nel buio. Nessuno sa cosa successe dopo a Rivera, tranne noi.

Romanzo estremamente composito, Dalle rovine è ricco di riferimenti, ha uno stile convinto, decisamente raro negli esordienti in Italia. Narra la perdizione, che come ogni perdizione è anche un ritrovamento e un percorso, di Rivera, collezionista di serpenti che si scopre artista nel senso più puro, non legato all’opera d’arte ma all’atto stesso della creazione. L’incipit (citato qui su) racchiude già l’evolversi della trama, celando gli avvenimenti e racchiudendo lo spirito del libro. L’autore, Luciano Funetta, è al suo primo romanzo, per il quale è stato da poco inserito tra le 27 opere selezionate per il Premio Strega 2016.

Per parlare del tuo primo libro, ormai, bisogna partire anche dal premio Strega. Come stai vivendo queste giornate e come sta cambiando la percezione del tuo libro ora?
Il giorno in cui la candidatura è stata resa pubblica ho ricevuto molti messaggi, mail, telefonate. Venivano soprattutto da amici, ma anche da persone che non ho mai incontrato o da persone che non vedevo né sentivo da anni. Passata la notte, mi sono ritrovato in preda ai postumi di qualcosa che non avevo previsto. Per fortuna era sabato mattina. Il sabato a lavoro faccio il turno più lungo di tutta la settimana, quindi non ho avuto il tempo di fare quello che di solito fanno gli ubriachi il giorno dopo, ovvero cullare nausea e mal di testa, provare a mangiare qualcosa nonostante lo stomaco riluttante e sforzarsi disperatamente di ricordare cosa si è fatto di terribile e patetico prima di svenire. Mi sono vestito e sono andato a lavoro. Faceva molto caldo. I turisti vagavano come zombi alla ricerca di un gelato o di una fontana, i romani passeggiavano, si insultavano, ridevano, portavano i figli al parco, pensavano al derby imminente. Nessuno sapeva nulla del premio Strega e nessuno, suppongo, si preoccupava del fatto che tra i ventisette candidati ci fosse un libro piuttosto che un altro. Mi ha fatto sentire molto meglio e mi ha ricordato che, al di là delle indigestioni di fama editoriale e della vanità, un romanzo e il suo autore smettono quasi sempre di parlarsi dopo la pubblicazione. Sarebbe a dire che l’ossessione reciproca si esaurisce. Resta, di fondo, una tenerezza per gli anni di devozione, annichilimento e frustrazione, gli anni della fantasia assoluta e della scrittura senza compromessi, perché scrivere è l’unica attività priva di compromessi tra le tante che l’essere scrittori pubblicati comporta. Se una passeggiata sotto il sole è in grado di far dimenticare i premi, i contratti, la promozione (e via dicendo, all’infinito) e allo stesso tempo fa venire voglia di tornarsene a casa, sudati e assetati, e mettersi a scrivere, vuol dire che il mondo è ancora troppo lontano dall’editoria e dolcemente vicino alla scrittura. Trovo tutto questo decisamente rassicurante, così come mi piace sperare che chi scrive conservi un rapporto molto più stretto con tutto ciò che non pubblicherà mai.

La tua esperienza di scrittura passa anche per il progetto TerraNullius, un blog a più voci, un collettivo di scrittori, ma in senso più ampio un progetto che ti ha accompagnato fino al primo romanzo, e probabilmente continuerà a farlo. Quanto ha influito sulla tua scrittura un laboratorio di questo tipo?
TerraNullius è innanzitutto un gruppo di amici. Alcuni vivono a Roma, alcuni a Torino, a Palermo. Alcuni sono vivi e alcuni sono morti. Alcuni sono effettivamente dentro TerraNullius, il che comporta scrivere articoli per la rivista, partecipare alle riunioni, organizzare azioni fulminee a cui a volte prende parte molta gente e a volte non prende parte nessuno perché semplicemente ci dimentichiamo di annunciarle. Una volta, per esempio, siamo partiti in cinque per l’Abruzzo, in macchina. Senza programmarlo ci siamo diretti verso Campo Imperatore, dove abbiamo camminato in mezzo a una tormenta di neve. Poi siamo scesi a L’Aquila e abbiamo bevuto in silenzio e nel pomeriggio ci siamo sistemati in una casetta a Civitaretenga. La caldaia era rotta, così abbiamo passato la notte a bere, a procurarci visioni e a leggere ad alta voce brani di Wilcock, Lamborghini, Luciano De Crescenzo! Intorno alle due del mattino ci siamo incamminati lungo un sentiero completamente buio che portava a una piccola cava di pietra. Quello che è successo quel giorno aveva a che fare con le nostre vite e allo stesso tempo con la letteratura. Personalmente non vedo la differenza tra questo e organizzare un festival letterario di quattro giorni con cinquanta ospiti e quattromila partecipanti (lo abbiamo fatto), così come non c’è differenza, ad esempio, tra scrivere un romanzo ed essere presenti alla scrittura delle opere di coloro che si considerano amici, fratelli, compagni di avventura. TerraNullius è un luogo in cui un’idea di letteratura germina con ostinazione, come una pianta che fa di tutto per compiere il suo ciclo in condizioni ostili. Non credo ci sia altro da dire se non che TerraNullius, per come la vedo, è un miracolo che mi rende orgoglioso.

Arriviamo al libro: la copertina, in cui è raffigurato un serpente, è decisamente significativa. Il serpente è un riferimento simbolico molto forte, anche nel tuo romanzo c’è del simbolismo. Il simbolico è un tema letterario sin dalle origini della scrittura, forse possiamo considerare alla radice della scrittura anche di Baudelaire, ma non solo, è anche fortemente presente in Jorge Luis Borges e in moltissimi altri autori o generi, come ad esempio la fiaba – e qui si potrebbe citare l’esergo di Conrad del tuo libro «non c’è uomo qui – mi segue? – non c’è uomo che reggerebbe a una vita fatata». Quanto hai lavorato sui rimandi, sullo spazio che si crea tra la scrittura e il contesto all’interno del quale il libro si colloca? E quanto hai lavorato sul simbolismo?
Sai, il momento in cui una storia prende forma, una forma scritta, come nel caso di Dalle rovine, senza nessuna premeditazione né progetto né intento autobiografico o velatamente autobiografico, il simbolo incombe. Questo credo sia dovuto al fatto che ogni letteratura di pura invenzione è sostanzialmente tradizionale e quindi debitrice di simboli. Solo dopo aver ultimato la prima stesura del romanzo mi sono accorto di aver raccolto, tra personaggi, situazioni, interrogativi evocati, una piccola collezione di amuleti immobili, ognuno dei quali aveva le sue radici in altre letterature, e che traeva la sua forza proprio dal suo essere in un certo senso antico. Scrivere una storia di fantasmi – perché Dalle rovine questo è, senza troppi giri di parole – significa evocare tutti i fantasmi già evocati nel tempo dalla forma scritta, o per lo meno questo ha significato per me durante la lavorazione. Non pretendo affatto che chi legga si senta assediato dagli spettri dei secoli, ma che avverta la presenza, anche soffocata, di qualcosa di molto lontano e allo stesso tempo presente. E un fantasma altro non è che un simbolo, qualcosa che ritorna o qualcosa che non vuole proprio andarsene per ricordare ai vivi che alle loro spalle c’è uno strapiombo di incomprensione. Poi un simbolo può essere decifrato oppure no. Quello che conta è che non dipenda troppo da un’interpretazione univoca, ma che abbia valore estetico sufficiente per raccontarsi senza lamentarsi di non essere compreso. Per questo un simbolo, anche in una storia costruita su simboli, può essere centrale o marginale. L’importante è che ognuna delle piccole indicazioni disseminate nella mappa del testo, specie di hic est barathrum, non siano posizionate a caso, in un punto in cui un curioso, a ben guardare, non troverebbe niente.

L’incipit del romanzo mette subito in luce il caratteristico ricorso alla prima persona plurale. L’impressione che ho avuto è che quel noi introduttivo e narrativo spinga verso un concetto di famiglia allargato alle persone che Rivera incontra nel corso del libro. Hai utilizzato un espediente letterario per arrivare ad una scelta narrativa o semplicemente avevi in mente la prima persona plurale come punto di partenza?
Il noi è stato il primo elemento a manifestarsi nella scrittura. È stato il noi a dare vita a Rivera, quando ancora Rivera non era il personaggio di un romanzo, ma una nebulosa di trentamila battute, ed è il noi, come dici bene tu, a dare origine al raccoglimento di tutti i personaggi sotto lo stesso tetto, che non è, o non è soltanto, un tetto fisico, ma un legame famigliare. In Freaks, il film che viene apertamente citato nel romanzo, a un certo punto risuona un celebre coro: Gooble, gobble, one of us! che è molto più di una canzone goliardica: è il modo in cui i personaggi del film, gli uomini e le donne deformi che lavorano nel circo in cui si svolge la storia, demoliscono l’universo degli umani e ne costruiscono un altro, più raccolto e allo stesso tempo più complesso, perché originato dall’esclusione. Anche Alexandre Tapia, quello che si potrebbe considerare il Mostro di Dalle rovine entra a suo modo a far parte della famiglia dei reietti che Rivera, in maniera involontaria, riunisce intorno a sé. Questo perché ogni noi non deve fare distinzioni morali, così come non le fa la mia storia. Georg Trakl, in un suo verso, parla della «ridda dei viventi» (der Lebendingen Reigen), e ci dice che quest’orda, nel vento della sera, gli appare irreale e indistinta. Tutti gli individui che la compongono sono lanciati verso la stessa notte.

Arriviamo a Rivera: è un personaggio letterario nel suo affrontare tutto con una estrema purezza, che però è una purezza nel ribaltamento del concetto, è una perdizione. Mentre tutti i personaggi in un modo o nell’altro affrontano gli avvenimenti con difficoltà o semplicemente come esseri umani, Rivera li affronta quasi come se stessi narrando le gesta di un eroe accompagnato dai suoi serpenti. È un personaggio nato così, avevi in mente di parlare di Rivera in questo modo da subito, o si è creato scrivendo? E poi, soprattutto, come mai una scelta di questo tipo?
Rivera, nel romanzo, scopre il suo carattere ogni volta che spinge i propri passi – letteralmente, il proprio corpo – oltre una certa soglia che lo conduce a un’altra soglia e così via. Per me è stato lo stesso. A un certo punto mi sono ritrovato tra le mani un individuo silenzioso e traboccante di coraggio, un piccolo uomo che all’improvviso scopre di essere una fonte di ispirazione per qualcuno. C’è qualcosa di divino in lui. Nessuno gli ha mai predetto la morte e per questo Rivera prosegue nella sua esplorazione come se non dovesse morire mai. Gli altri personaggi, Birmania, Traum, Tapia, la stessa Clelia Moroder, vedono la morte ogni volta che ricordano, ogni volta che si raccontano e persino ogni volta che si guardano allo specchio. Rivera è in grado di comprendere il loro terrore (sono uomini e donne terribili, ma ancora di più sono uomini e donne terrorizzati) e li accompagna verso la loro fine. In fondo Rivera è una specie di traghettatore, di esorcista, di mago. Non lo è stato sin dall’inizio della prima stesura, ma mentre le pagine si accumulavano mi sono reso conto di voler scrivere di un uomo dotato di poteri superiori. Non alludo, ovviamente, al suo rapporto con i serpenti che è puro amore, ma a uno sguardo incapace di giudicare. Rivera ha la mente di un poeta adolescente.

Ormai il tuo libro è uscito da qualche mese. A che punto sei con il nuovo? Dopo tutti questi apprezzamenti e la candidatura allo Strega, senti qualche pressione in più nello scrivere?
Da qualche settimana sono tornato a lavorare a un progetto che avevo abbandonato ad agosto, quando ho iniziato il lavoro di editing con Vanni Santoni. Spero di poter continuare con tranquillità. Non scrivo per lo Strega né per nessun altro premio, quindi direi che non c’è nessuna pressione supplementare. Quando scrivo non esiste niente. Ci sono autori che sono letteralmente atterriti all’idea di sparire, di essere dimenticati tra una pubblicazione e la successiva (o la presunta successiva). Io, per quanto mi riguarda, non vedo l’ora che accada.