Dopo la prosa orrorifica e ipercolta di Andrea Morstabilini e la semiosi del (Super)mondo di Marco Magurno il Saggiatore ci regala un nuovo esordio da tenere in considerazione; si tratta de Il libro dei bambini soli, il suo autore è Enrico Sibilla. L’operazione di Sibilla si configura come una riflessione sulle potenzialità conoscitive della lingua che si riverberano nel ricordo e nell’infanzia. Il racconto dei primi anni dei bambini soli è anche il dispiegarsi dell’iniziazione alla vita che tutti abbiamo provato, il tragico strappo fra noi e il mondo che solo il ponte della letteratura può sanare.  La prosa di Sibilla cerca di scandagliare profondità abissali grazie alla forza della poesia, si addentra nell’infanzia del mondo per restituire fotografie di un sogno collettivo. Immaginate di essere dei palombari: l’oceano in cui siete immersi è la vita di un bambino che vi somiglia fortemente, ma di cui non riuscite a mettere a fuoco i tratti. Percepite la materia in una luce sovraesposta, l’iperrealtà è talmente vicina da sembrare finzione. Vi avvicinate al capo del bambino, vorreste affondargli la mano fra i capelli, non potete: i guanti della tuta sono troppo spessi. Continuate a viaggiare in questo limbo di reminiscenze con il dubbio di attraversare la bolla del sogno (o forse è solo un altro livello di realtà?). Questa è l’esperienza che si ricava dalla lettura de Il libro dei bambini soli.

Ho contattato l’autore per porgli alcune domande circa la natura della sua opera.

Io penso che Il libro dei bambini soli sia un romanzo, poiché (alla maniera di Go down, Moses di Faulkner) i racconti che lo compongono – benché risultino autosufficienti – si intrecciano  per esplorare una tematica altra, qualcosa che è più della mera somma delle parti. Tu come concepisci l’opera?
Il libro è sempre stato un’opera unitaria e organica, sin dalla fase del suo pensamento. Quelli che sembrano racconti – non sbagliando, perché di fatto sopravvivono anche come unità narrative a sé – io li ho sempre interpretati come “episodi”, cioè ricorrenze o evidenze di uno stesso fenomeno. Di fatto, Il libro dei bambini soli è un recipiente che ha una capienza potenzialmente illimitata, e gli episodi al suo interno potrebbero essere infiniti, uno per ogni possibile bambino solo da riscattare. E tuttavia mentre scrivevo sono stato anche tentato dall’idea di trattare una sola storia, il più possibile universale, archetipica. Alla fine ha prevalso il compromesso, che non a caso è la mossa risolutiva dell’adulto, non del bambino. La sensazione di un “altro” più complesso della somma delle parti che avverti è quindi giustissima, perché è probabilmente il riverbero “buono” di questo compromesso.

Se dovessi dare una definizione dei bambini soli direi che sono catalizzatori di una sensazione di meraviglia e verità intrinseca alla materia, il loro sguardo è puramente estetico. Per te cosa rappresentano?
Dici questa parola – materia – e istantaneamente penso che il libro ne è pieno: la carne e la pelle, la pietra del muro, il calcare della stalattite, la sabbia del circo, il legno di una bambola antica. Potrei andare avanti all’infinito, perché si tratta proprio di un’ossessione immaginale all’interno del mio testo. Sicuramente c’era in me l’esigenza di assicurare una sostanza fisica a quello che vivo come un fantasma: mi serviva una materia tangibile che si lasciasse controllare, trasformare, persino distruggere. Quando parlo di fantasma mi riferisco naturalmente a un elemento fantasmatico in senso psicoanalitico, quella scena primaria che precede le esperienze del neonato, anche le più rudimentali. Per me, quella del “bambino solo” è la condizione ineludibile di ciascun essere vivente, non sanabile nemmeno dall’affetto dei genitori o degli altri. Questo perché è legata alla nostalgia inconsolabile e inesprimibile per la pace sensoriale totale sperimentata nel Ganzfeld, che è un “buco bianco” da cui ci allontaniamo progressivamente e inesorabilmente. L’unico rimedio a questa disperazione è un gesto immaginario e strabiliante, il ricorso al metafisico. È esattamente in questo, nella meraviglia veritativa di cui parli, che spero si realizzi questo testo. “Dal cielo filtra una pace che non conosciamo” dice l’explicit del libro, ed è la risoluzione di quel “Non abbiate paura” con cui Il libro dei bambini soli inizia.

La peculiarità della tua scrittura è quella di esplorare una zona franca della lingua fra prosa e poesia. Personalmente ho avvertito reminiscenze di Sereni, Caproni, De Angelis; i bambini soli hanno dei padri?
Non ho cercato volontariamente una prosa poetica, ma riconosco che il libro si pone proprio in quella zona d’incontro che indichi. Ne sono ovviamente felicissimo. Riguardo ai padri dei bambini soli, sicuramente il Sereni de Gli strumenti umani e il De Angelis di Millimetri sono finiti tra le pagine, avendoli riletti durante la stesura del libro, insieme a Fortini, Benedetti, Celan. Ma c’è anche tanta musica: dall’elettronica di Summvs di Noto+Sakamoto a certe ostinazioni di John Cage, fino alla ripetitività viscerale e ancestrale, da liquido amniotico, dei lavori di William Basinski. E poi c’è sicuramente un quadro: il Blackform painting No. 8 di Mark Rothko, che ho avuto la fortuna di vedere dal vivo qualche anno fa e che da allora uso come immagine mentale per “sentire” quel vuoto che mi è indispensabile per scrivere.

Il modo in cui disarticoli il linguaggio e lo ricomponi in forma poetica mi ricorda le riflessioni sulla phonè di Carmelo Bene. In un certo senso il tuo sguardo si avvicina così tanto all’oggetto da reificarlo, il ricordo acquista una sua corporeità che esula dal normale onirismo della madeleine proustiana. Infanzia, ricordo, materia, visione: come hai giostrato questi elementi?
C’è un ultrasuono nel mondo, nella vita di tutti i giorni. Non mi riferisco a quella specie di rumore bianco, quel rimbombo piatto, che suona come un pedale continuo e che Delillo in Zero K chiama “the world hum”, il ronzio del mondo. Parlo piuttosto di quella qualità tonale unica, che non è interamente suono né colore né materia, che sta sia dentro che fuori la lingua. Un ultrasuono, davvero, una vibrazione. Potrei dirti che è la coscienza, o l’intelligenza, o persino la Grazia, ma non lo so cosa sia, davvero. So solo che a volte questo ultrasuono mi sembra così denso da diventare vagamente visibile, ascoltabile, toccabile. Quindi, in potenza, diventa scrivibile, suonabile, dipingibile. Tu citi Carmelo Bene, e io naturalmente annuisco. La phonè da lui intesa è proprio la ricerca e lo sfruttamento di una fascia timbrica solo apparentemente monotonica, che è sì un “dire” ma è anche un’immagine. Stare nella phonè significa delirare, muovendosi in tutte le direzioni contemporaneamente ma stando sempre rigorosamente entro i limiti di quella banda, entro la quale si sviluppa l’opportunità per una “onnipotenza”. L’andamento fortemente percussivo della lingua nel mio libro cerca proprio di delimitare forzosamente uno spettro entro cui i bambini soli possano diventare onnipotenti. Diciamo che Il libro dei bambini soli è un tentativo di isolare tramite l’ossessione metrica quell’ultrasuono “udibile forse solo dai cani e dai figli strappati ai papà” in cui finalmente nessuno è solo. Sinceramente, non so se questo tentativo mi sia riuscito, mentre sono certo che Bene lo avrebbe fatto benissimo.

In molte opere contemporanee (DeLillo, MorescoCartarescu) la riflessione sulla realtà passa dalla componente materica e poi trascende in visione. Come se il bisogno umano di trascendenza si manifestasse anche in quest’epoca di massima razionalità. Nella tua opera ho sentito forte il bisogno di negoziare un nuovo paradigma di realtà, una possibile via epistemologica. Tu come concepisci la visione della letteratura?
Come ha notato qualcuno, nel mio libro Dio straborda pur senza essere mai nominato. È una cosa che non mi stupisce. Mentre scrivevo il libro ho vissuto due momenti abbastanza contradditori: da un lato, l’affermarsi definitivo e quieto di un ateismo che definirei appagante e “sereno”, dall’altro la scoperta davvero toccante – vissuta quest’estate ad Assisi e sui Monti Sibillini nei giorni del terremoto – di quello che prima ho chiamato “ultrasuono”. Se mi chiedi qual è l’esito di questa contraddizione, ti rispondo: la sorprendente consapevolezza che non esiste Dio ma esiste la coscienza, che è – lei sì – divina. Suona forse un po’ presuntuoso, ma è così, in un modo gratificante perché arrendevole. Tutto Il libro dei bambini soli risponde a questa mia esigenza di trascendenza. È questo il compito della letteratura? Io credo di sì. La letteratura non riporta i defunti dall’Aldilà e non impedisce alle persone che amiamo di morire, ma può irradiare i vivi con questo ultrasuono. E per me va benissimo se qualcuno in quell’ultrasuono vede o cerca Dio. Anche questa indeterminatezza dell’esito è un valore intrinseco della letteratura. La capacità di far emergere una domanda, anziché ipotizzare una risposta, dovrebbe essere la qualità di un romanzo, di un racconto, di una poesia. La letteratura non è mai uno svago: è sempre uno spaesamento.

Il tuo esordio si accompagna ad altri due (Magurno, Morstabilini) che continuano il discorso portato avanti da Il Saggiatore. Un discorso che vuole portare la letteratura in territori altri, pur mantenendo il testo come barra del timone. Ti senti anche tu parte di questa sorta di “ripensamento” o “riflessione”?
Quello che ha fatto Il Saggiatore quest’anno con i suoi tre esordi di narrativa italiana rispecchia la vocazione che dovrebbe avere un editore che voglia definirsi tale. Una fiducia totale nel testo porta a scelte editoriali coraggiose e, in ultima analisi, alla difesa e alla condivisione della cultura. Questo approccio pagherà finché esisterà la letteratura, il che non è tuttavia scontato, visto che ovunque i segnali sono quelli di un’incipiente invasione barbarica, e quindi della possibilità non remota di ritrovarci in una terra desolata ove non crescano nemmeno i lillà in aprile. Ma intanto Magurno ha fatto un libro, Diorama, che dovrebbe essere adottato nelle scuole superiori, perché è un vero e proprio trattato di semiotica della realtà, o Supermondo, come lo chiama lui. Con Il demone meridiano, Morstabilini ha invece affondato il tacco nel ventre della lingua, creando uno stile personalissimo che è al contempo nuovo e antico, una cosa che non si vedeva in Italia da decenni. Io, nel mio piccolo, ho tentato una terza via, quella che tu hai chiamato prosa poetica, e che io preferisco identificare con la ricerca di quell’ultrasuono di cui abbiamo parlato prima. Certo è che in questo momento Il Saggiatore è tra le pochissime realtà dell’editoria italiana a credere nella possibilità di fare ancora libri di qualità, di fare letteratura senza ammiccamenti e svilimenti. Rappresenta secondo me un bastione ancora saldo, capace di far sentire un autore protetto e valorizzato, facendogli dimenticare che invece i barbari premono alle porte.