Uno dei temi più affascinanti che persiste nell’opera di Philip K. Dick è l’autenticità. Ne La svastica sul sole, storia distopica sugli Stati Uniti spartiti tra i tedeschi e i giapponesi, Frank Frink inaugura la produzione artigianale di gioielli mentre un commerciante si trova a fronteggiare un collezionista orientale particolarmente pignolo che giudica i cimeli di un’America che fu:

Tu cucini alla perfezione i cibi locali, pensò Robert Childan. Quello che dicono è vero: la vostra capacità di imitazione è immensa. Torta di mele, Coca-Cola, la passeggiata dopo il cinema, Glenn Miller…sareste in grado di ricostruire una America artificiale di latta e carta di riso, completa in ogni particolare. Una mamma di carta di riso in cucina, un papà di carta di riso che legge il giornale. Un cagnolino di carta di riso ai suoi piedi. Qualsiasi cosa.

Ci sono tanti esempi nella sterminata bibliografia dello scrittore americano che vanno dalla scoperta del vero all’autenticità dell’identità, come in Un oscuro scrutare o ne Le tre stimmate di Palmer Eldritch, dove compare il Chew-Z la droga che dà l’illusione di avere esperienze migliori della realtà sensoriale.

Si è tentati di riconoscere lungimiranza in un genere come la fantascienza e di plasmarla a favore dell’attualità attribuendo all’autore capacità divinatorie. Difficile è spostarsi dal futuro, come aspetto intrinseco e necessario della fantascienza, al presente e individuare autori che vivono con occhio critico e altrettanto futuristico la loro missione letteraria.  Uno dei temi che avrebbe affascinato Dick o l’avrebbe fatto collassare dalle risate fino al “ve l’avevo detto” è il mondo dei social network e, in generale, delle modalità di comunicazione sul web. Insieme ai produttori di socialità la rete è diventata uno degli strumenti più importanti per apprendere notizie ed esplorare il rapporto tra l’individuo e l’identità, tra l’individuo e la verità. Il web è un luogo dove l’identità frammentata cerca di costruirsi pezzi e di incastrarli alla realtà: ogni pezzo non è meno vero dell’altro, ma è abbellito, lucidato e mostrato con orgoglio.

Dalla nascita all’affermazione di tali servizi si sono sondate le conseguenze di una rivoluzione di cui ancora non si possono conoscere i cambiamenti e le distorsioni nelle abitudini di chi naviga. Anche in letteratura si è iniziato a guardare a questa realtà, ed è il motivo per cui ho selezionato alcuni libri che tentano di proporre chiavi di lettura e di guadagnarsi un posto nel futuro. È il 2013 quando negli Stati Uniti esce Il Cerchio di Dave Eggers, che da noi arriverà un anno dopo per Mondadori con la traduzione di Vincenzo Mantovani. Eggers è cresciuto dopo aver pubblicato L’opera struggente di un formidabile genio ed essere comparso all’orizzonte come candidato per il Grande Romanzo Americano. Conosce profondamente la sua città, San Francisco, tanto da stabilirsi in uno dei quartieri malfamati per far crescere 826 Valencia, l’organizzazione no profit, e McSweneey’s, la rivista autofinanziata.

Non dimentichiamo che Frisco è anche parte della Silicon Valley, nome storico per il concentrato di quartieri generali di aziende informatiche, software e servizi di rete. Sono proprio i cambiamenti intestini della città sempre in movimento, abitata compulsivamente dai pupilli delle grandi aziende, a suscitare un ritratto verosimile e inquietante de Il Cerchio. La protagonista, Mae, è assunta dal Cerchio, un’organizzazione che gestisce le informazioni web degli utenti e le riunisce in un unico account dal nome eloquente di TruYou:

I tuoi dispositivi sapevano chi eri, e la tua unica identità – la TruYou, inconfondibile e immodificabile – era la persona che pagava, firmava, rispondeva, visionava, e revisionava, vedeva ed era vista. Dovevi usare il tuo vero nome, e questo era legato alle tue carte di credito, alla tua banca, e così pagare per ogni cosa era semplice. Un solo pulsante per il resto della tua vita online.

Il campus del Cerchio aspira a sostituire il fuori e a estendere il dentro di una comunità sinistramente sociale e totalizzante: i giardini sono lastricati da frasi ispiratrici (“Socializza”, “Innova”, “Immagina”), ci sono spazi per i gruppi e le attività ricreative dei dipendenti, conferenze da parte di personaggi famosi, palestre, feste a tema, negozi personalizzati e persino dormitori provvisori per chi rimane all’interno dell’azienda.

Le tre teste che hanno creato il Cerchio sono tre dimensioni della storia umana portate all’estremo: Ty, il giovane genio prodigio, il futuro; Baley, il passato, con la predilezione per la classicità che si rispecchia nella biblioteca, nei busti e nelle vetrate romane del suo ufficio, pronto a diventare un individuo senza memoria («ma il problema della carta è che ogni comunicazione muore con lei. Non ha alcuna chance di continuità»); Stenton, l’amministratore delegato, il presente con il mondo degli affari sposati alla tecnologia per il massimo profitto.

Il romanzo di Eggers è eloquente e didascalico, a partire dal logo dell’organizzazione: il carattere astratto è una C che aspira alla completezza del cerchio e si riflette sulla storia parallela di Mae che viene circondata da schermi per rispondere ai clienti, assistere i nuovi assunti, rispondere a zing, citazioni, commenti ed eventi. L’attività sociale è il lavoro, un dovere che nessuno sente il bisogno di rifiutare. È accettato con tanta condiscendenza da preoccupare persino il lettore che, dopo la metà del libro, giudicherà Mae in base all’appagamento incontrollato per l’attività sociale del suo profilo.

Se tu visiti la pagina di un collega e scrivi qualcosa sul muro, questa è una cosa positiva. È un modo di entrare in comunicazione. Un modo di raggiungere qualcuno. E non devo certo dirti che quest’azienda esiste proprio grazie ai social media che tu consideri extracurriculari.

Si tratta di totalitarismo, certo, ma il Cerchio è ben lontano da essere la classica dittatura: è l’accentramento di tutti i dati in un unico organo, ma il dittatore si riassume in un concetto più che in una persona in carne e ossa. L’informazione si trasforma in persuasione del libero arbitrio e stimolazione della paura del non sapere. L’organizzazione, infatti, non rimane statica e si espande in maniera rizomatica verso ogni attività dell’interazione umana: nel centro di ricerche sperimentano lo Youth Rank che tiene conto dell’andamento scolastico degli studenti con classifiche pubbliche e private; il Child Rank è un chip impiantato nei ragazzi per localizzarne la posizione; LuvLuv è un programma che esplora il Web e stila una lista delle preferenze della persona cercata. È proprio la presentazione di LuvLuv rivela a Mae di essere presente nel mondo di bit solo per frammenti. La dualità tra fascino dell’incompleto e l’interezza dell’identità portano all’ultimo atto del Cerchio: Mae la Trasparente porterà una telecamera e documenterà ogni sua attività soddisfacendo le esigenze dei suoi seguaci.

«Per volontà dell’autore, questo libro è disponibile esclusivamente in edizione cartacea» è la frase che il lettore incontra aprendo Panorama di Tommaso Pincio (NN Editore, 2015). Solo alla fine del libro la ruvidità opaca della copertina e l’elegante impaginazione diventeranno per il lettore un’entità tangibile in comunione con la storia che ha appena letto. Il protagonista è Ottavio Tondi che dedica la sua vita alla lettura e ne fa un mestiere arrivando a scoprire uno dei più grandi best-seller. Riempie taccuini di citazioni da libri e frequenta festival letterari dove viene osservato mentre legge. Tuttavia, una disavventura estingue la voglia di leggere e lo fa cadere in disgrazia: la lettura esaurisce il fascino erotico nell’autocommiserazione ed è disprezzata con la vendita degli ultimi libri rimasti. La compensazione di questo stato di smarrimento perenne arriva con Panorama, il social network che richiede una webcam continuamente puntata nella stanza dell’utente.

Se è vero (ed è vero) che al fondo di ogni successo vi è sempre un equivoco, l’immagine che Tondi dava di sé era perlopiù frutto della convinzione che leggere e, più in generale, l’essere spettatore esistano nella passività. Ma non c’è nulla di passivo nella lettura, come non c’era nulla di sereno in quel giovane balzato per caso, anzi per via di uno scherzo, agli onori delle cronache letterarie.

Dal nome Ottavio Tondi deriva l’immagine di una circolarità pronta a rotolare per inerzia, qualunque sia la direzione. In realtà, a dispetto della passività del personaggio, la lettura l’ha allenato allo scandagliare incontrollato, all’annullamento del sé in favore della storia. Un’attività in parte sostituita dalla fantasie che seguono la corrispondenza con la misteriosa Ligeia Tissot, mai vista dal vivo e in webcam ma ugualmente percepita come «intima». Una stanza e un computer bastano a realizzare un paradosso: accentuare la solitudine e riconfigurare il rapporto umano, saltando le tappe della presentazione per arrivare all’erotismo del mistero. Le modalità della comunicazione cambiano: Tondi che si era quasi vantato di non aver scritto niente per dedicarsi alla lettura, passa dalle Memorie delle cose lette ai Quaderni del letto dove appunta gli oggetti che riesce a scorgere sul letto di Ligeia. Lo stesso tipo di scrittura che si discosta da quella letteraria e si configura come tipica di una chat:

Assimilava i messaggi che scriveva su Panorama a una forma tecnologicamente avanzata di oralità, una comunicazione in bilico tra un lungo telegramma e una telefonata, estranea alla scrittura come lui l’aveva sempre intesa e paventata.

Questo agli inizi, s’intende. Col passare del tempo, la sua percezione finì per somigliare a quella degli altri umani del suo tempo. Si rese conto che stava scrivendo perché la scrittura come lui l’aveva sempre intesa e paventata era morta e sepolta, soppiantata dalla cosa fluida che lo aveva irretito: la connessione istantanea e costante a un magma di presenze e informazioni. […]

L’abitudine alla carta gli impediva inoltre di immaginare che i suoi messaggi avrebbero avuto una vita ulteriore. Non riusciva a concepire che potessero persistere nel tempo. Nonostante gli apparissero in perfetto ordine cronologico tutte le volte che andava su Panorama e lanciava il programma di messaggistica testuale, seguitava a pensarli come un’entità volatile, verbale, un’evocazione della sua mente, quasi che il computer fosse un’estensione della sua persona e non un semplice sistema esterno che memorizzava tutto di lui, ogni sua digitazione, ogni sito che visitava, ogni foto che salvava, ogni singolo secondo che trascorreva sorvegliando il letto di Ligea Tissot.

Dave Eggers aveva disegnato il Panopticon attorno alla protagonista con uffici trasparenti, sorveglianza perenne e una vita da passare interamente nel campus, mentre Pincio cita la prigione progettata dal filosofo Jeremy Bentham e costruisce una dimora sociale fatta di una lingua fluida tra la scrittura e il flusso di coscienza. L’incubo del Cerchio era che, per costruire una prigione perfetta, bisognava aderirvi dall’interno e la storia prendeva il sopravvento rendendo i personaggi dei semplici accessori senza anima – Mae, la ragazza presumibilmente intelligente si lascia persuadere facilmente dal fascino della condivisione – mentre Pincio ricostruire le tappe – l’incidente di Tondi e il graduale spegnimento celebrale nei confronti del libro che viene sostituito con l’appagamento di una corrispondenza su Panorama – e le confronta con il passato. Piuttosto che destreggiarsi in tecnicismi sconosciuti, cosa che neanche Eggers riesce a fare annullando ogni speranza di contaminazione fantascientifica, Pincio preferisce concentrarsi sui modi e le forme della rivoluzione della comunicazione dovuta ai social network rivelandosi uno degli autori più validi a proporre un’analisi approfondita e ragionata.

Purity (traduzione di Silvia Pareschi, Einaudi, 2016), l’ultima opera di Jonathan Franzen, sposta l’attenzione sul potere dell’informazione. Sebbene lo stile inconfondibile dell’autore americano si riconosca nello scavo psicologico, nei capitoli che ricostruiscono il passato dei protagonisti e in uno stile che definisce e approfondisce continuamente la natura del personaggio, Purity si apre all’esterno con l’intenzione di avere uno sguardo più ampio sul mondo. È la storia della giovane Pip Tyler che, per rimediare al debito universitario e svelare l’identità del padre, diventa stagista al Sunlight Project, un’organizzazione dalle fattezze di Wikileaks con l’obiettivo di svelare i segreti dei potenti. Il fondatore, Andreas Wolf, è un capo carismatico e sfuggente, memore di un’infanzia disfunzionale e di un segreto terribile che lo fa tendere verso la ricerca della verità.

Il confronto velato lascia il posto a un riferimento diretto al mondo dell’informazione tradizionale con Tom Aberrant e Leila Helou, giornalisti, ultimi rappresentanti moralmente impegnati nella ricerca di notizie.

Il giornalismo era imitazione della vita, imitazione della competenza, imitazione dell’esperienza, imitazione della vicinanza; conoscere a fondo un argomento per poi dimenticarlo, fare amicizia con le persone per poi mollarle. Eppure, come tanti piaceri imitativi, creava una forte dipendenza. Il venerdì pomeriggio, davanti al Dirksen Building, Leila vide altri reporter della Casa Bianca aggirarsi dentro la loro nuvoletta di presunzione, che riconobbe perché ne aveva una anche lei e si sentiva offesa alla vista delle altre.

Il rivale onnisciente è Internet e solo uno come Wolf, vissuto nella Germania dell’Est al tempo della Stasi, riesce a sfruttarne le potenzialità. Uno degli amati personaggi di Franzen dalla personalità sfaccettata tanto da riuscire a celare contraddizioni di se stesso: riesce a incarnare il miglior critico dei suoi tempi, da una parte fondato sul miglioramento, dall’altra cieco alle proprie ipocrisie. «La personalità privata è ridotta a una generalità pubblica», il potenziale di una conoscenza sconfinata si ferma alla superficie in favore dell’immediatezza.

La vecchia Repubblica si era senz’altro distinta per sorveglianza e parate, ma l’essenza del suo totalitarismo era più quotidiana e sottile.

Potevi collaborare con il sistema o potevi osteggiarlo, ma l’unica cosa che non potevi fare, […] era rimanergli estraneo. […]

Sostituendo socialismo con network si otteneva internet, un sistema fatto di piattaforme rivali accomunate dall’ambizione di definire ogni aspetto dell’esistenza.

Pip, con il carattere di chi è alla ricerca di se stessa e non è infangata dal mondo che l’ha fuorviata, è il tramite del messaggio di purezza avvolto da quella speranza che aveva caratterizzato i giovani adolescenti di Libertà, incaricati di rimediare alle colpe dei genitori. Tuttavia, in maniera meno approfondita rispetto a Dave Eggers, Franzen racconta la topografia del Sunlight Project collocandolo in un paradiso boliviano, popolato da geni e bellissimi estranei del mondo, ma lo rende finzionalmente lontano, come se avesse una minima parte nel romanzo, come se i meccanismi che lo regolano rimanessero sconosciuti al lettore.

Watchlist è una raccolta di racconti pubblicata in Italia da Edizioni Clichy (con la traduzione di Sara Reggiani e Leonardo Taiuti), nella collana Black Coffee che pubblica curiosità e piccoli tesori scovati nella letteratura americana contemporanea. La particolarità di Watchlist è l’idea embrionale dalla quale è partito il curatore, Bryan Hurt: il baby monitor che usa per monitorare il figlio è un modo per avviarlo inconsapevolmente all’essere osservato. «Guardare una cosa è cambiarla», afferma Hurt nell’introduzione, e i ventotto racconti fanno di più: seguono il confine sottile tra osservare e spiare, aggirano, sviluppano e approfondiscono nuove versioni dell’evoluzione comunicativa e cognitiva.

Alcuni racconti sono una storpiatura della realtà dovuta a un abuso tecnologico che si trasforma in dipendenza. La colpa dei cambiamenti addossata alle novità tecniche segue, invece, la scelta dell’uomo più orientata da potere e autocompiacimento. È il caso della ReliveBox, nel racconto omonimo di T. Coraghessan Boyle, uno strumento che permette di inserire una data del passato e riviverla da testimone. In Prenderlo nel Google di Cory Doctorow, la multinazionale assorbe i dati degli utenti tanto da arrivare a controllare e creare nuove informazioni che plasmano l’identità dell’individuo; mentre ne Il nostro nuovo quartiere di Lincoln Michael, un quartiere viene creato selezionando gli abitanti tramite droni e i social network.

Un uomo il cui username è OceanShoreStud27, attira la mia attenzione. Il suo profilo non dà molte informazioni, ma voglio saperne di più. Inserisco una foto in un motore di ricerca per immagini e trovo altri suoi profili su altri siti. Si chiama Derek Carrington. Ha trentasette anni, è della bilancia, lavora nella finanza, ha un blog dedicato alla pesca sportiva, che pratica. Trovo le canzoni che ascolta più spesso sul BoomboxFM e una lista dei film che ha valutato su Moviemaniacs.com.

Strumenti che placano l’oblio del non sapere e sono un prolungamento fisico e mentale di un uomo poco adatto a sorreggere la conoscenza senza limiti. Altre storie della raccolta si lasciano andare alla parte più immaginifica della dualità tra osservare e spiare ripiegando negli anfratti dell’animo umano. Le attività del sé legate alla vita sul web che iniziano e finiscono con l’individuo – fare selfie, costruirsi una cerchia di amici – sono l’indizio di un egocentrismo all’ultimo stadio che si pone tra l’ossessione e l’assuefazione.

Bryan Hurt scrive Senza Luna in cui un uomo costruisce piccoli mondi e universi e ne è il dio che può deciderne il destino; in Trascrizione di un occhio, di Carmen Maria Machado, si svolge un processo a una donna che ha visto crescere su di sé un terzo occhio che la scruta e la infetta con la visione dell’amante.

Era strano: da quando il signor Ukaga aveva cominciato a scattarle le foto, si era sentita diversa. Non tanto più visibile, ma più solida. Come se lui la stesse riportando in vita con lo sguardo.

Watchlist e gli altri libri selezionati sono solo alcuni esempi di come la finzione impegnata a dire qualcosa sull’attualità esplori i meandri dell’ispirazione e della creatività mescolando generi e stili. E sono anche la dimostrazione di come il riferimento esplicito, il dire e non mostrare, si oppone al lettore che da solo dovrebbe tessere i fili dell’associazione tra una storia e l’altra. L’indicare allegorico è sempre al di sopra delle parti ed è il pregio di una finzione proteiforme, mai statica quando si riflette nella mente di chi legge: un vigilante per chi sorveglia.