A distanza di più di un secolo, il personaggio di Sherlock Holmes, l’eccentrico detective nato dal genio di Sir Conan Doyle, non sembra conoscere crisi e, anzi, in anni recenti è stato oggetto di interessanti trasposizioni cinematografiche e televisive, sorprendenti per originalità e successo di pubblico e critica. Apparso per la prima volta nel 1887 nel romanzo A Study in Scarlet e poi ripreso regolarmente nei numerosi racconti pubblicati sullo Strand Magazine, Sherlock Holmes aveva in fretta conquistato il pubblico tardo vittoriano, al punto da costringere il suo autore a scrivere ancora altre storie dopo che questi aveva deciso di porre fine alle avventure di Holmes e del fedele assistente Watson con il mirabile epilogo The Adventure of the Final Problem, in cui l’eroe soccombeva insieme all’acerrimo nemico, il prof. Moriarty, nelle cascate di Reichenbach, in Svizzera. Un pubblico affezionatissimo, che seguiva con avidità le avventure dell’investigatore londinese – per un totale di quattro romanzi e cinquantasei racconti – e che aveva decretato il successo della detective fiction vittoriana. Un genere che affondava le radici nella tradizione gotica inglese tardo settecentesca, con le opere per esempio di Ann Radcliffe e – soprattutto – di William Godwin e il suo misto di gotico, narrativa “giacobina” e mistero, rielaborate nell’Ottocento vittoriano – tra gli altri – da Poe, Wilkie Collins e Arthur Conan Doyle appunto.

Se quindi Sherlock Holmes non è stato il primo, resta ancora oggi uno dei detective letterari più celebri e un personaggio che non smette di affascinare il pubblico, spesso mediante rielaborazioni e adattamenti dall’opera di Conan Doyle. È il caso, appunto, delle trasposizioni cinematografiche e televisive, a partire dall’iconica serie cinematografica con Basile Rathbone. Sul grande schermo la prova recente più riuscita sono i due film interpretati dalla coppia Downey Jr e Law nei panni, rispettivamente, di Holmes e Watson – a cui pare, prima o poi, ne seguirà un terzo sempre per la regia di Guy Ritchie– , che riportano le avventure del detective inglese nella tradizionale Londra vittoriana, in cui alle deduzioni scientifiche si affianca una certa fisicità tipica da action movie.

Più interessanti e senza dubbio originali sono due serie televisive recenti, Sherlock, con il fuoriclasse Benedict Cumberbatch affiancato da Martin Freeman, ed Elementary, con Jonny Lee Miller e Lucy Liu in un’inedita versione femminile di Watson. Due produzioni molto diverse, entrambe ricche di spunti, che calano le avventure dell’eroe di Conan Doyle nella realtà contemporanea: nelle due serie le vicende del detective Holmes sono trasposte nel mondo attuale, di cui rispecchiano complessità, contraddizioni, paure. Nella serie inglese, Sherlock Holmes si muove – come da tradizione – tra le vie di Londra, risiede a 221B di Baker Street e collabora alle indagini di Scotland Yard risolvendo casi sempre più complessi grazie alle straordinarie capacità deduttive che possiede e, qualche volta, all’aiuto di Watson; in Elementary, invece, il detective è sbarcato – letteralmente, perché si rifiuta di prendere aerei – a New York e mette il suo talento al servizio della polizia locale, in qualità di consulente.

Dal punto di vista della serializzazione, Sherlock ed Elementary sono molto diversi. Il primo, targato BBC One, sette anni dopo la prima apparizione è composto da quattro stagioni per un totale di soli dodici episodi più uno speciale natalizio – The Abominable Bride, andato in onda a Natale 2016 – , bellissimi e molto ricchi, certo, ma da centellinare per il numero esiguo rispetto alla maggior parte delle serie televisive, oggi giunta – forse – a conclusione, con la quarta attesissima stagione che ha risposto a quasi tutti gli interrogativi. Elementary, invece, trasmessa dal canale statunitense CBS, si sviluppa in cinque stagioni da ventiquattro episodi ognuna, riprendendo la serialità caratteristica delle produzioni americane, crime o di altro genere, in cui la vicenda si snoda nel corso di numerose stagioni e moltissimi episodi.

Episodi non sempre all’altezza delle aspettative, che corrono il rischio di rendere la vicenda ripetitiva, inconcludente, vuota di contenuti e stancante da seguire, come dimostra infatti quest’ultima stagione, trasmessa ora negli Stati Uniti. L’eccesso di episodi è, infatti, tra i limiti più evidenti della serie americana e, per contro, il punto di forza della versione inglese che, anche grazie al loro numero esiguo, ha permesso di mantenere invece inalterato lo standard a cui i suoi fan sono abituati e contribuire così a quel misto di attesa e trepidazione di fronte alla realizzazione di ogni nuovo speciale, mentre la storyline dei protagonisti si sviluppava un episodio via l’altro.

Tanto in una serie quanto nell’altra, comunque, all’acume di Sherlock Holmes si accompagnano mancanze e difetti che rendono il personaggio estremamente interessante, complesso e pieno di contraddizioni mentre, episodio dopo episodio, i misteri del suo passato, i legami sentimentali e famigliari, il rapporto con le persone che gli sono vicine, si fanno sempre più intriganti, rivelando la natura di un antieroe pieno di ombre. È proprio questo, in entrambe le serie, l’aspetto più originale: la costruzione di un personaggio ambiguo, dalla morale non certo ineccepibile, specchio di un mondo in cui distinguere – e in maniera inequivocabile – i buoni dai cattivi, i confini dell’etica e di un comportamento socialmente accettabile, è molto più complicato di quanto forse non fosse all’epoca di Conan Doyle. I fantasmi del passato, i traumi, la sua stessa natura inquieta, spingono infatti Sherlock Holmes sempre più a fondo nell’oscurità, portandolo a tradire la fiducia di chi gli sta accanto, cedendo alle proprie debolezze, mettendo in dubbio perfino le sue stesse capacità.

Delle due serie, Elementary è quella che maggiormente restituisce al personaggio di Conan Doyle una profonda umanità, proprio perché manchevole e ambiguo. Lo Sherlock interpretato da Miller, rispetto a quello di Cumberbatch, è molto più tormentato: tra i vizi verso cui è impossibile essere indulgenti c’è la sua tossicodipendenza, un aspetto ampiamente approfondito nella versione americana, in cui l’interpretazione di Miller apporta notevoli sfumature. Un problema concreto, evocato nei suoi aspetti più degradanti e pericolosi, privo di ogni vena romantica, in cui si rivela tutta l’umana debolezza del protagonista, il pericolo costante della ricaduta. All’origine della dipendenza sembrano esservi due motivazioni differenti: per lo Sherlock/Miller la perdita della donna amata, nel personaggio di Cumberbatch la droga è soprattutto il mezzo per combattere la noia in un mondo di uomini mediocri, annebbiare una mente costantemente allerta, o lasciarla libera di perdersi nelle stanze di quel palazzo mentale che è la fortezza del cervello di Sherlock. È, per quest’ultimo, una tossicodipendenza che inizialmente appariva ben celata, minimizzata perfino, ma che nel corso della serie si rivela in tutta la sua urgenza, scatenando domande e sensi di colpa nelle figure che ruotano intorno alla vita di Sherlock, simbolo ancora una volta del carattere ambivalente del personaggio, l’antieroe. È nello Sherlock di Miller però che il problema della dipendenza viene affrontato con maggior efficacia, rivelando l’abisso di disperazione e degrado in cui Sherlock era precipitato e da cui, più volte, è ancora attratto.

Alla tossicodipendenza del protagonista è strettamente legato in Elementary anche l’inedita Watson di Lucy Liu: è lei, infatti, a prendersi cura di Sherlock in qualità di assistente post riabilitazione nelle delicate settimane che seguono l’uscita dalla clinica per disintossicarsi e che anche in seguito continuerà ad aiutarlo, come amica e collega, a contrastare i pericoli dell’ennesima ricaduta. Il rischio, infatti, è estremamente reale ed è in seguito alle rivelazioni in uno degli episodi più sconvolgenti della serie che lo Sherlock di Miller mostra tutta la sua fragilità, quando i fantasmi del passato tornati a tormentarlo mettono a dura prova un equilibrio già pericolosamente vacillante.

L’ambiguità del personaggio di Sherlock Holmes, il confine sempre più labile tra giusto e sbagliato, la morale distorta, sono tra gli elementi più intriganti delle due serie, anche nella versione inglese: lo Sherlock interpretato da Cumberbatch è un antieroe affascinante, con un cervello alla perenne ricerca di stimoli per combattere la noia della mediocrità degli uomini, di un’esistenza condannata a vedere ogni cosa, riconoscere ogni più piccolo dettaglio, dedurne le storie e le bugie. Rispetto allo Sherlock di Miller è per certi versi ancora più estremo e quasi del tutto privo della capacità di provare empatia, sentimenti e desideri, almeno non nello stesso modo degli altri uomini. Se Sherlock/Miller in passato aveva affiancato a un intelletto brillante il desiderio di piaceri comuni, una relazione stabile, i sentimenti, i rapporti con le persone, il personaggio di Cumberbatch è in questo senso ancora più estremo, incapace di riconoscere tutto ciò che non può essere spiegato mediante la logica, la deduzione, la scienza, «spectacularly ignorant» in molti aspetti della vita. Incapace di comprendere il cuore, sembra di conseguenza condannato a un’esistenza solitaria, sterile di sentimenti e affetti, eppure in qualche modo affascina le persone – quando non scatena in loro la voglia incontrollabile di prenderlo a pugni – e indagine dopo indagine assistiamo all’evolversi della suo rapporto con Watson, con il quale riesce a stringere, nonostante tutto, un legame molto solido.

I don’t have friends; I’ve just got one. –Sherlock

A controbilanciare ambiguità e difetti di Holmes non poteva che esserci, infatti, un uomo, un amico, molto più semplice e concreto, come John Watson il soldato che mal si è abituato alla vita civile, o Joan Watson, l’ex chirurgo reinventatasi assistente post riabilitazione e poi detective. Entrambi in qualche modo scelgono di cedere al lato oscuro, complicato, del lavoro insieme a Sherlock, in una patologica attrazione nei confronti del macabro, di una vita fuori dagli schemi. Mettendo da parte il problema della tossicodipendenza e una personalità piuttosto eccentrica, lo Sherlock di Miller è rispetto alla versione inglese meno ambiguo. Cumberbatch, al contrario,  – quantomeno fino all’ultima stagione trasmessa, in cui parte della personalità borderline è smussata – incarna un antieroe che nonostante tutto non ha mai fatto davvero parte dei “buoni”, per il quale la risoluzione dei casi sembra essere più dettata dal desiderio di mettere alla prova le straordinarie capacità deduttive di cui dispone. È il detective di Miller, invece, a essere più incline ad assecondare un genuino desiderio di scovare i cattivi e fare così giustizia.

A proposito di cattivi, non manca in entrambe le versioni l’acerrimo nemico, Moriarty. In Sherlock rivive nell’interpretazione sopra le righe di Andrew Scott, che carica il suo personaggio di sfaccettature e colpi di scena imprevedibili, perché «Every fairy tale needs a good old-fashioned villain». Ma è davvero Moriarty il villain della serie? L’ultima stagione ha rivelato, infatti, nuovi inaspettati risvolti nel passato della famiglia Holmes, aprendo al dibattito sulla reale natura di Sherlock, segreti e legami che, nonostante tutto, sembra impossibile spezzare.

Pur restando un personaggio eccentrico e romanzesco, spunto ideale per molte scene divertenti, Sherlock non è il superumano che può sembrare in apparenza: certo, tra le molteplici doti che possiede non vi è forse l’empatia, in più di un’occasione le sue parole si fanno taglienti, quasi brutali nella loro sincerità, il suo comportamento al limite del sociopatico, ma sono tutti elementi che, in fondo, ne sottolineano nevrosi e debolezze. Davvero pochissimi gli affetti e forse l’unico legame sicuro è proprio quello con Watson, che per la sua unicità è più volte oggetto di curiosità e allusioni circa la natura della loro relazione, tanto nell’una quanto nell’altra versione televisiva. Un episodio dopo l’altro, il personaggio di Sherlock acquista sempre nuove sfumature, ma è difficile immaginare un cambiamento radicale nel carattere del protagonista, un completo aprirsi al mondo e alle persone in una sorta di evoluzione dell’eroe che, sinceramente, sarebbe poco credibile e soprattutto andrebbe contro la natura stessa del personaggio, soprattutto nel serial inglese. Ogni volta che sembra possibile comprendere Sherlock e immaginarlo più simile al resto degli uomini, lui di nuovo sorprende e destabilizza, dimostrando che non potrà mai essere ciò che ci si aspetta.

Nemmeno con lei, “The Woman”, Irene Adler. La donna, l’unica che in maniera appena percettibile ha in qualche modo fatto breccia nel cuore di un uomo tanto razionale eppure, ancora una volta, non è quello che ci si aspetterebbe. Nella serie inglese Irene, interpretata magnificamente dalla bellissima Lara Pulver, è una dominatrice di professione e mediante una sessualità prorompente contrasta con l’imperturbabile razionalità di Sherlock. I momenti che i due condividono sono molto intriganti, ma difficilmente si riuscirà, in questo caso, a superare il colpo di scena rappresentato in Elementary a proposito dell’identità della donna, momento culmine della serie difficilmente replicabile.

Che cosa resta, quindi, oggi, del personaggio creato da Conan Doyle? Siamo affascinati dall’ambiguità di Sherlock, dal macabro, dall’eterna lotta tra bene e male, soprattutto quando il confine tra i due si fa labile e spinge a mettere in discussione le nostre certezze, interrogandoci sulla differenza tra giusto e sbagliato. Perché Sherlock stesso è un mistero: è il principale, mistero, quello che in fondo desideriamo non venga mai del tutto svelato.