La creatura patisce il mal di luna. Si è lupo mannaro in totalità o parzialmente.

I

Può risultare scivoloso, il tentativo di isolare o circoscrivere tendenze e movimenti letterari: il rischio è sempre quello di capitombolare nella generalizzazione più superficiale, addirittura volgare, nel Frankeinstein o nella chimera divulgativa. È pur vero, però, che questo rischio va corso, essendo l’unico modo, per i viventi, di fare ordine nella nebulosa di produzioni editoriali coeve, in attesa che il tempo ponga opere e autori nella prospettiva più adeguata (o anche solo ufficiale).

Riprendendo allora alcune considerazioni di Alcide Pierantozzi e Vanni Santoni, che qualche tempo fa hanno parlato, rispettivamente, di New Italian Weirdness e Nuova Strana Europa, è possibile registrare, negli ultimi anni, una discreta attenzione da parte di critici e lettori verso opere che indagano l’irrazionale, l’occulto, il confine tra scienza e magia; testi prodotti da una cerchia di autori tanto ampia quanto eterogenea, scrittori che, se declinano l’esplorazione del mistero e l’indagine metafisica secondo poetiche e persino generi differenti (dall’horror alla fantascienza, nel solco di Kafka come in quello di Cortázar), agiscono tutti o quasi secondo canoni intensamente letterari, quasi classici – qualcuno direbbe: massimalisti.

Giusto qualche nome, allora, per fare chiarezza nell’abisso di questa materia oscura: stiamo parlando di gente del calibro di Mircea Cărtărescu, Georgi Gospodinov, Antoine Volodine (col suo post-esotismo, di cui ha scritto Giovanni Bitetto proprio su Ultima Pagina), Thomas Ligotti (le cui visioni horror sono sostenute da una convinta impalcatura filosofica di stampo nichilista), Antonio Moresco (che non a caso, come Ligotti e il defunto Colin Wilson, fa spesso riferimento alla sublime sostanza metafisica dell’increazione), a cui andrebbero aggiunte le opere, per restare in Italia, di Emanuele Tonon, Omar Di Monopoli (che rivedremo a breve con Adelphi), Luciano Funetta, dello stesso Vanni Santoni (per via, pure, della sua attività di editor e agitatore culturale) senza dimenticare almeno un testo di Nicola Lagioia, ovvero quella Ferocia che gli è valsa il premio Strega e che forse è stata messa un po’ in ombra proprio dall’instancabile dinamismo culturale del suo autore; un’opera che, sebbene si presenti come un romanzo piuttosto classico sull’epopea di una cinica e agiata famiglia barese, trae un’ambigua e seducente linfa oscura proprio dalle sue venature più gotiche e notturne, dal suo rimandare a una realtà secondaria e più incerta, anche solo psichicamente compromessa.

L’impressione che si ricava leggendo questi autori è quasi quella di una reazione – e qui, forse, sono io a generalizzare – a una certa “coltre realista” (espressione non mia, come vedremo alla fine di questo saggio), a certa ordinarietà della materia narrativa che ha dominato il racconto novecentesco, allo slancio potente, forse ormai esaurito, di saghe familiari borghesi, di depressioni minime alle prese con la macchina della società consumistica occidentale.

Sembra di assistere al rovesciamento della celebre regola dell’iceberg di Ernest Hemingway, secondo cui ciò che si racconta è sempre il visibile, la punta soltanto del blocco di ghiaccio, e cioè la parte minima della faccenda; il grosso, come sappiamo, è sott’acqua, è tutto ciò che Hemingway non racconta dei suoi personaggi. E chissà che proprio la definizione, per sottrazione, di quest’antimateria narrativa non sia stata un invito involontario proprio all’esplorazione dell’oscurità e del sommerso, del rovescio di quelle stesse vite ordinarie, tanto borghesi quanto popolari, raccontate da tanta narrativa del secolo scorso.

Un calderone di autori, quello sopra citato, che – oltre a essere ovviamente incompleto – potrebbe includere anche il definitivo sdoganamento di Stephen King e Philip K. Dick quanto, pure, alcune tendenze musicali, se pensiamo agli Arcade Fire che discendono negli inferi con Orfeo e Euridice e ballano al ritmo di parate haitiane, o alle visioni cosmico-distopiche del videoclip Gosh di Jamie XX. Un calderone in cui c’è posto, per tornare alla letteratura nostrana, anche per una figura singolare, per un autore che sta pian piano costruendo un suo personalissimo percorso artistico: mi riferisco al siciliano Orazio Labbate, classe 1985, compagno di scuderia di Funetta al suo esordio con Lo Scuru, romanzo gotico-siciliano edito da Tunué in una collana curata, guarda caso, dallo stesso Santoni.

Da poco Orazio Labbate è tornato in libreria con La piccola enciclopedia dei mostri e delle creatura fantastiche, un’opera che da un lato si inserisce, confermandola, in questa tendenza allo slittamento nell’ignoto e nel mistero, e da un altro appare come una soluzione interessante per ciò che può rappresentare oggi il libro come supporto fisico.
Vorrei però raccontare della Piccola enciclopedia e del suo autore a partire da un breve aneddoto di natura personale.

II

Due anni fa, in pieno inverno, assisto a una presentazione de Lo Scuru in una piccola libreria di provincia; quel giorno ero funestato da un febbrone che mi avrebbe dovuto tenere ben tappato in casa, a letto, alle prese com’ero coi tipici malori del personaggio malaticcio e morente di tanta letteratura romantica. Avendo però dato una mano all’organizzazione della serata, tenevo a esserci, a conoscere Labbate di persona.

Incalzato dal libraio, l’autore risponde alle domande sul proprio romanzo dandosi completamente in pasto al pubblico, con foga e precisione circa la sua visione di letteratura – una visione orgogliosamente assoluta, che si sostanzia in un lessico e in una sintassi desueti che mescolano il siciliano con un italiano limpidissimo. A un certo punto, Orazio sembra un Jack White in piena furia chitarristica – e sappiamo come pure gli White Stripes siano improvvisamente passati, nel 2005, dal rock blues materico e polveroso dei dischi più celebri alla materia diabolica di un album che resta pressoché unico come Get behind me, Satan.

Finita la presentazione, il mio stato di salute imporrebbe un immediato ritorno a casa; mi avvicino a Labbate per un saluto veloce, che però si trasforma presto in una lunga e appassionata chiacchierata. Dico, a questo folletto che parla un italiano dal fortissimo accento siculo, che ho molto apprezzato il suo romanzo, il suo impormi l’abbandono dello stato d’assedio della ragione per lasciarmi andare alla lingua e alle visioni di cristi demoniaci e riti maledetti nella Sicilia più scura; continuiamo a discutere passeggiando per la libreria, io tremolante per i brividi febbrosi, Labbate intento nell’aprire a caso diversi volumi (quasi tutti Adelphi, a dirla tutta) per indicarmi dei passaggi secondo lui intensamente letterari – a mio avviso, prendendoci in tutti i casi.

Poi mi racconta dei suoi luoghi natii, di Gela e Butera, e nella mia mente si delineano paesaggi d’ombra e desolazione, di fantasmi e deserto, luoghi in cui è necessario “accettare il mistero” (per citare un vecchio film dei fratelli Coen) per poter continuare a respirare, a stare tra i vivi.

Alla fine, nonostante la curiosità, devo arrendermi: fuori si è alzato un vento freddissimo e tagliente ed è opportuno che io m’incammini prima che si geli del tutto; in mente mi resta uno degli ultimi libri sfogliati a caso da Labbate: è Il patto col serpente di Mario Praz. Aprendolo, non faceva che ripetere:

Chistu è u Demonio, chista è a letteratura.

Mentre torno a casa mi resta addosso un’aria allucinata, che nemmeno il vento spazza via, dovuta in parte alla febbre, in parte alla conversazione con Labbate. Non mi stupisce, dunque, a due anni da quell’incontro, ritrovare proprio il testo di Praz nella bibliografia della Piccola enciclopedia dei mostri accanto alle opere di Borges, Aristotele, Poe, Esiodo e altri, citato tra le fonti di ispirazione per questo secondo lavoro dello scrittore siciliano. E siamo al libro.

III

La piccola enciclopedia dei mostri è un’opera breve, molto ben confezionata, edita da 24Ore Cultura. Si tratta di un bestiario, illustrato dal bianco e nero di Marco Ugoni (maggiormente valorizzato, forse, nelle miniature a fine volume), che passa in rassegna mostri e prodigi di tutti i tempi, dalla mitologia greca, romana, egizia, nordica e orientale fino alle ultime implementazioni della letteratura gotica e dell’immaginario letterario e popolare novecentesco (seguendo in questo proprio l’esempio di Borges e Guerrero nel Manuale di zoologia fantastica).

Probabile parente del bellissimo Il circo elettrico delle sirene di Emanuele Coco e, perché no, degli ultimi lavori di Capossela abitati dalle creature della cupa (com’è stato fatto notare anche su Altrianimali), il volume elenca insieme le storie di gorgoni e catopleba, Dracula e alieni, chupacabras e golem, senza dimenticare ciclopi, cerberi, yeti, mostri della tradizione nipponica e zombi, accostati ai morti leopardiani delle Operette morali.

Aprendo il libro a caso, troviamo sulla pagina di sinistra l’illustrazione e su quella di destra il testo, composto da una breve introduzione con font cremisi, da libro antico, cui segue la voce enciclopedica vera e propria; Labbate racconta fiere, prodigi e spiriti in poche righe tanto descrittive quanto narrative, in un italiano che ha un andamento classico e insieme pulito e un tono favolistico, evocativo, da racconto attorno al fuoco.
Un libro piccolo, si è detto: ma anche molto intelligente.

Il pregio principale della prosa di Orazio Labbate, che ho voluto testimoniare anche per mezzo dell’aneddoto in libreria, è la sua stessa sospensione dell’incredulità: è Labbate il primo a credere a quello che scrive. Passando dalla persona all’autore, questo significa che veniamo trasportati in un mondo altro, in cui l’incontro con la divinità o la bestia è assolutamente creduto, oltre che plausibile.
Questo, del resto, è l’intento che Labbate mette in chiaro già nell’introduzione, quando dichiara:

Cos’è il bestiario se non una raccolta di figure orribili situate nel misterioso confine tra la finzione e la realtà? Compito della letteratura sarà allora quello di raccontare queste creature provando a esorcizzare ogni minimo spazio di demarcazione tra i due mondi, fino al punto di suscitare il ragionevole dubbio che la Terra sia abitata, nei suoi anfratti più oscuri, da quei mostri appena descritti.

Ed ecco infatti quel che riferisce a proposito dell’Idra di Lerna, come se stesse descrivendo la fisionomia di un animale vivo o al più estinto da qualche generazione (il corsivo è mio):

Secondo Diodoro siculo la bestia possiede cento teste. Apollodoro ne conta invece nove, cifra oggi accettata.

Come detto, ci troviamo in presenza di un volume che incarna ed è una sintesi perfetta dell’atteggiamento di curiosa indagine dell’invisibile e dell’oscurità delle tendenze contemporanee citate in apertura; dando come assodato lo scivolamento in un modo altro, irrazionale e bizzarro, La piccola enciclopedia dei mostri ne fa materia scientifica come ogni buon bestiario o manuale di fisiologia che si rispetti; questo, tuttavia, non è sufficiente a spiegare l’attributo di libro piccolo e intelligente speso qualche riga fa.

IV

Abbiamo parlato, fin qui, di autori e di passaggi intensamente letterari. Dovremmo adesso definire cos’è la letteratura: senza addentrarci in una zona d’ombra buia e selvaggia almeno quanto i paesaggi siciliani evocati da Orazio Labbate, possiamo dire che la letteratura s’intende tale come linguaggio formale, frutto di fusione alchemica di lingua e immaginazione, o come specifica materia, comunque impalpabile, legata a un supporto fisico, ovviamente cartaceo. Stando a quest’ultima definizione, è letteratura anche il bugiardino di un farmaco preso per una settimana a seguito di una terapia antibiotica. In entrambi i casi si sta nel mondo della polemica per il Nobel a Bob Dylan.

Io partirei invece da un’altra visione, e cioè che la letteratura è una polverina magica, intimamente misteriosa quanto l’increazione di Ligotti o Moresco, che per alcuni secoli si è depositata su alcuni volumi di carta, e che oggi, forse più che in altre epoche, può trovarsi anche altrove. Qui il terreno si fa ancora più scivoloso che in apertura, ma vorrei davvero che il lettore mi seguisse in questo ragionamento. Se stiamo ai dispositivi che lo veicolano, possiamo pacificamente ammettere che non tutti i supporti cartacei sono abitati da materiale prettamente letterario e che questo, al contrario, può trovarsi spesso in un film o in un videogioco; allo stesso tempo, ci sono caratteristiche che sono tipiche di un certo tipo di dispositivo e non di un altro – il celebre piano sequenza della quarta puntata del serial True Detective, i corpo a corpo della prosa di Giorgio Manganelli in un romanzo come Dall’inferno; perciò potremmo dire che oggi la letteratura, forse, è ciò che abita prima di tutto il nostro cervello scaturendo dall’ibridazione e dall’attraversamento di linguaggi diversi, dal clash di immaginari transmediali: il serial Westworld, del resto, è tratto da un film diretto da un celebre scrittore, Michael Crichton, più volte prestato al cinema, senza dimenticare quello che accade in BoJack Horseman, altro serial piuttosto popolare, in cui un cavallo antropomorfo vince un Oscar per la sua biografia cartacea scritta, tra l’altro, da una ghostwriter umana; senza dimenticare, infine, lo scrittore romano Tommaso Pincio che da tempo ha iniziato un racconto, culminato nel romanzo provvisorio Panorama, che deliberatamente azzera le barriere e fluisce liberamente tra social e supporto cartaceo (per finire, come ha suggerito sul suo profilo Facebook, in una pillola allucinogena).

Quello che intendo dire, insomma, è che spesso quando parliamo di letteratura confondiamo il dispositivo con la materia, riferendoci invece al supporto cartaceo e dunque, più banalmente, all’editoria. Quello che invece mi incuriosisce in quest’epoca di folle accelerazione tecnologica, vera o presunta, in cui il nostro cervello non è che un aggregatore di storie e linguaggi, è capire come può evolvere il libro come oggetto, il dispositivo, specie in presenza di autori intensamente letterari come quelli citati in apertura – e quindi, e siamo al punto, anche nel caso di Orazio Labbate.

È pressoché certo che Labbate tornerà ancora in libreria con romanzi e racconti piuttosto classici, ascrivibili alla weirdness di cui hanno parlato Pierantozzi e Santoni nei loro articoli; perciò credo che La piccola enciclopedia dei mostri segni, nella sua semplicità, un passaggio unico – eccolo, il libro piccolo e intelligente – nel suo percorso artistico, possedendo le caratteristiche di un libro che da un lato è in grado di interagire con la moltitudine di prodotti culturali di cui godiamo oggi, con gli immaginari e le cosmogonie ad essi collegati che vanno ad aggiungersi, senza togliere, all’esercito di miti elaborati dall’umanità nel corso dei millenni; e da un altro si dimostra una soluzione editoriale capace di fare ancora, del libro come oggetto, un oggetto magico: consultabile in ogni momento, istantaneamente narrativo per la brevità del testo e per la presenza di illustrazioni semplici e accattivanti, curatissimo nella confezione; cose, tutte queste, che nessuna serie tv o film o videogioco può o sa ancora fare meglio di un libro, e che invece conferiscono, all’oggetto di carta, l’aura di intuizione, di idea e progettazione squisitamente editoriale, prima ancora che autoriale.

In quest’ottica, il plauso, oltre che a Labbate e all’illustratore Ugoni, va ovviamente a tutto 24Ore Cultura – come andrebbe a Sur per un altro libro piccolo e intelligente, questa volta di racconti, Le cose che non facciamo di Andrès Neuman, anch’esso apribile e consultabile un po’ a caso e sempre in grado, sebbene sprovvisto di illustrazioni, di regalarci attimi di pura magia; oppure ad Adelphi per A Calais, breve reportage di Emmanuel Carrère che dialoga tanto con la cronaca quanto con il nostro gusto più letterario – nato come articolo da quotidiano, avremmo potuto leggerlo tranquillamente come longform su una rivista digitale: ma è fuor di dubbio che è proprio la traduzione in un volumetto della collana Biblioteca minima a impreziosire questo testo.

V

Per chiudere, fedeli alla natura misterica e chimerica di questo lungo saggio, invochiamo lo spirito di Orazio Labbate per una breve conversazione finale sulla Piccola enciclopedia.

Mi ha colpito la scelta di Dracula: nel suo caso hai preferito raccontare non la specie del vampiro ma il singolo e più celebre esemplare, diversamente da quanto fatto coi ciclopi (a proposito dei quali hai poi comunque fatto riferimento a Polifemo).
Dracula è nella mia letteratura – come certamente in quella internazionale – una sorta di padre immaginario d’ogni figura vampirica che è stata via via riportata diversamente dal mondo della scrittura dei singoli futuri autori. Oltretutto, io apprezzo molto l’opera di Bram Stoker, caposaldo del gotico e punto di riferimento per la modernità descrittiva della creatura mostruosa.

Credo che la fascinazione per certe creature, di cui troviamo i corrispettivi nelle tradizioni popolari di molti paesi e villaggi italiani, appartenga per l’appunto ad autori che vengono dalla provincia o dal meridione, da zone d’ombra in cui la superstizione e un certo approccio magico sopravvivono (non sappiamo ancora per quanto) dietro la facciata della modernità.
Sono d’accordo. Le ragioni potrebbero essere tali: l’isolamento territoriale, la forza dell’oralità tramandata dalle bocche dei vecchi, il nodo stringente delle religioni nella gestione e nella percezione del vivente, il microcosmo incolmabile che si slarga grazie ai riti laici di generazione in generazione, il folclore che sfonda la coltre realista. Tutti questi elementi camminano con la vita di colui che rimane nel tempo proprio di un Paese del Sud. E dunque questi sceglie la magia, la superstizione e la religione come trinità fondamentali attraverso cui smembrare la propria esistenza. Tuttavia dando peso a quest’attività, conferendo a essa ragione. E io mi trovo d’accordo.

C’è, tra queste bestie, una che preferisci, o che ti rappresenta?
La non-bestia che mi rappresenta è il Demone.