Da quando mi sono avvicinato per la prima volta al mondo dell’editoria, ho visto poche figure della filiera catalizzare tanto odio tra scrittori e aspiranti tali quanto gli editor. C’è chi ne denuncia a gran voce l’ottusità, chi ne lamenta la maleducazione, chi non ne sopporta l’ingerenza. Per molte di queste persone che affollano i social network e le fiere di settore, l’editor è un invadente villain che osa metter bocca – e mano – nei nostri scritti. Gli editor snaturano le opere e riscrivono i romanzi a loro piacimento.

«Piuttosto che far toccare il mio romanzo a uno di quelli non lo pubblico!» arriva a sentenziare deciso l’edithater.

Col tempo, e dopo esser stato editato molte volte, sono giunto alla conclusione che tutto l’astio nei confronti di questa categoria professionale, il cui lavoro consiste nel curare l’edizione di un libro, aiutandolo a esprimere tutto il suo potenziale, sia solo una questione di ego. Eh si, perché affidarsi alle mani di un editor è una delle cose che più mette alla prova il nostro amor proprio.

Quando ho consegnato le bozze del mio secondo libro ero piuttosto sicuro di aver fatto un buon lavoro. Riceverle indietro da parte dell’editor con più di un migliaio di correzioni è stato un brutto colpo. Ma lui era il professionista e io lo scrittore alla seconda prova sulla lunga distanza, quindi aveva ragione lui. Non solo su un piano ideale legato alla maggior esperienza, ma nei fatti. Quando hai a che fare con un testo per troppo tempo – quello che coincide con la sua stesura per intenderci – finisci per immedesimartici così tanto da non riuscire più a vederne i difetti.

L’editor migliore è quello che non solo riesce a mostrarteli, ma che riesce anche a suggerirti quella soluzione così perfetta da farti esclamare: «perché non ci sono arrivato da solo? In fondo era così evidente».

Nella prima stesura di un articolo dedicato a Super Mario Maker uscito qualche mese fa scrivevo questo passaggio:

Perché Super Mario Maker è molto più che un semplice gioco. È un social network costruito intorno a una delle icone della cultura pop. Un social in cui i contenuti generati dagli utenti sono livelli per un gioco talmente iconico da essere diventato la pietra angolare di un genere, il platform, che per un considerevole periodo di tempo è stato l’archetipo stesso dell’esperienza videoludica, la sua forma più pura e quintessenziale.

In fase di editing l’editor lo ha riscritto così:

SMM è molto più che un semplice gioco: è un social network costruito intorno a una delle maggiori icone della cultura pop. Un social in cui gli utenti attingono a elementi di onorata tradizione per creare una nuova Storia e, così facendo, ne diventano parte, quantomeno nel subconscio. Partecipare alla creazione di un livello di Mario (vuoi anche solo in forma minore) li fa cioè sentire elementi fondanti di un franchise che da tempo rappresenta la pietra angolare di un genere – il platform – che a sua volta è considerato l’archetipo stesso dell’esperienza videoludica. La sua forma più pura ed essenziale.

Il primo dei due paragrafi è composto da tre frasi. La terza e ultima è una lunga proposizione che termina con una subordinata, dopo essere stata spezzata a metà da un inciso brevissimo. Si tratta di una costruzione involuta. Difficile da leggere anche per l’uso di termini tecnici («contenuti generati dagli utenti») e desueti («quintessenziale»). Per migliorare questo guazzabuglio linguistico, l’editor non si limita a semplificare la struttura del paragrafo. Nel renderlo più comprensibile e diretto lo arricchisce.

La frase «un social in cui gli utenti attingono a elementi di onorata tradizione per creare una nuova Storia e, così facendo, ne diventano parte, quantomeno nel subconscio» è un piccolo colpo di genio. Innanzitutto districa il groviglio di parole della mia prima versione. In secondo luogo descrive con più efficacia il punto di forza del gioco di cui si sta parlando: mettere il videogiocatore al centro di una tradizione diventata finalmente accessibile e manipolabile.

Avrei potuto arrivare da solo a una soluzione analoga? Probabilmente si, ma di certo non in tempi così rapidi. La scrittura di un testo è un’operazione che ti assorbe completamente. Mentre lo fai c’è un numero elevato di variabili di cui devi tenere conto: l’esattezza dei contenuti, la loro coerenza, il modo in cui scegli di organizzarli sulla pagina, la punteggiatura, la sintassi e i molti altri elementi necessari per la stesura di un qualsiasi documento scritto.

Come ha dimostrato la scienza, solo riconoscere e correggere i propri refusi è già un’operazione ardua. Perciò, anche se avete mandato a memoria la nostra guida essenziale alla revisione del testo, pensare di poter massimizzare la resa di tutte queste variabili da soli è pura utopia che sfocia nell’arroganza.

Se è una persona intelligente che sa fare il suo mestiere, l’editor non lavora mai contro l’autore ma è sempre al suo fianco. Esso è per l’autore come il cane è per un cieco: guida, aiutante e amico allo stesso tempo. Questo non significa che ogni suggerimento che venga dal vostro editor sia giusto. Ci sono cose che voi sapete e l’editor non sa e, a volte, potrebbe non riconoscere. Ci sono preferenze e gusti personali che vanno limati e negoziati.

L’editing è un processo che ci insegna a guardare con distacco al nostro lavoro e a negoziarlo con una persona in grado di fargli esprimere tutto il suo potenziale latente. Non è solo un esercizio di scrittura, perché ci obbliga ripensare e riscrivere un testo che ci sembrava perfetto. L’editing è un esercizio che ti mette alla prova come essere umano. Saper riconoscere i propri errori, accettare le critiche, mettere in discussione se stessi e il proprio lavoro sono tutte cose che servono a migliorarsi continuamente, a capire che per quanto si possa essere allenati alla scrittura non si finisce mai di migliorare.

No man is an island diceva il poeta. Il suo motto è valido per lo scrittore in particolar modo. Il genio solitario che compone capolavori rinchiuso nell’altera solitudine del proprio sdegno è un’invenzione letteraria. E anche se a volte ci piace pensarci in quel modo, non è così che funzionano le cose. Perfino i romanzieri più famosi, quei personaggi larger than life che ci sembrano irraggiungibili tanto sono perfetti, non possono rinunciare all’editing, perché sanno che un rapporto stretto e intenso coi loro editor è alla base del loro successo.

Dunque chi siete voi, che rifuggete lo sguardo severo ma giusto dell’editor, per essere da meno?