Qualche giorno fa, a margine della presentazione del mio romanzo a Roma, Vittorio Macioce mi ha detto: Perché scrivi?

La risposta gliel’ho data là. Un’altra domanda, legata a questa, è: di cosa hai paura?

Di essere irrilevante, gli avrei risposto.

La rilevanza è la chiave di lettura di questo post. Partiamo.

*

Prima di tutto, lasciamo parlare i fatti. In questo articolo vedremo che i fatti faranno l’unica cosa possibile in risposta a quanto si legge sui social network: staccarci dallo slogan, riportarci al testo.

In Scritti Corsari, Pasolini dice che lo slogan ha una “espressività mostruosa perché diviene immediatamente stereotipa, e si fissa in una rigidità che è proprio il contrario dell’espressività, che è eternamente cangiante, si offre a un’interpretazione infinita”.

Lo slogan, aggiungerei, è la perfetta espressione della dittatura – mi verrebbe: del fascismo; ma mi tornano in mente altre espressioni del potere ancora italiane, stavolta non governative (a differenza del fascismo), che all’interno del loro circolo di adepti si sono vestite del corpus espressivo di una dittatura, ivi compresi abbigliamento, costruzione di una storia condivisa e nel caso di una leggenda condivisa, di un calendario condiviso e appunto di slogan.

I social network, in sé non automaticamente strumenti della dittatura, ma nemmeno a essa nemici o estranei, sono però veicoli anche di questi elementi di perpetuazione del potere, e anche di una sua cristallizzazione; per dire: la creazione di gruppi di Facebook nei quali le voci dissidenti vengono espulse, la brevità dei messaggi su Twitter che ne epura la parte argomentativa a favore di una forza espressiva… Non ti devo convincere del perché e del come, né ti devo dire cosa: ti devo riassumere il concetto in una formula a favor di carattere, spesso travisandolo perché tu possa memorizzarlo meglio o lo possa leggere anche al volo.

Un esempio di tutto questo è accaduto in tempi recenti con Manuel Agnelli, ed è il motivo per cui ne parlo. Mi sembra infatti che ci sia un’urgenza di rieducazione alla decodifica dei messaggi, e che sia un’urgenza in tanti settori – fumetto compreso.

Partirò da ciò che è accaduto. In un’intervista concessa a Linkiesta, Agnelli parla di un insieme di concetti – di concetti, non di persone: ragiona e cala nel basso i suoi ragionamenti, sta riflettendo e non spettegolando – e si aiuta con esempi. Il tema è la narrazione, e Agnelli pressappoco, nella mia interpretazione, dice: Preferisco artisti che raccontino ad artisti che rispecchino ad artisti che siano solo figlio e frutto del tempo, e li metto esattamente in questa scala. Per esemplificare a mia volta, a rischio (ne sono consapevole) di distorcere, dirò che un conto sono gli artisti che sono figli del proprio tempo e contemporaneamente suoi padri, un conto quelli che esprimono quel tempo, un conto quelli che se ne fanno semplicemente allattare.

E fa esempi, esempi che sono lampanti nella loro efficacia e brutali: Lou Reed è un padre, i Queen un’espressione di altissimo livello, i Duran Duran un frutto anche sciapo.

Ora, prima di continuare, dovrò dire ciò che sono capace di fare io. Perché in questa cosa in cui mi sto provando, ho due competenze acclarate. La prima è di riflessione, e su questa posso essere criticato – ma entrando nei ragionamenti e divellendoli, nel caso; mica ragionando sui gusti.

La seconda è di narrazione: è il mio mestiere, ne so qualcosa.

Del resto, mi posso dire un amante, e l’amante ragiona a gusti, non a competenze. Non sono un musicologo, per dire, nonostante abbia fatto un esame di semiologia della musica quasi vent’anni fa, né un semiologo nonostante sia laureato in comunicazione. La cialtroneria è lo sport nazionale, e proverò a non praticarlo. Amo tanto la musica degli Afterhours, e per vari motivi li ritengo un gruppo che per rilevanza di messaggio e peso specifico nel panorama mainstream non ha ancora trovato un degno sostituto – al pari di quelli che furono i C.S.I -; amo moltissimo i Queen, molto meno Lou Reed, abbastanza i Duran Duran per questioni anagrafiche.

Però vi rimando al primo punto: sono capace di raccontare e di leggere, e nell’intervista ciò che Agnelli dice è che Reed è preferibile ai Queen perché i Queen sono stati esecutori magistrali mentre Reed è stato un cantore del suo tempo.

Ora, io su questo riesco a sollevare pochissimi dubbi. Nel senso: esistono realmente dubbi sul fatto che Lou Reed, David Bowie, Leonard Cohen, Patti Smith e pochissimi altri al loro livello siano stati padri di un’epoca narrativa e musicale, perché hanno unito una poetica netta a livello testuale, una capacità espressiva e interpretativa limpida e di livello elevatissimo, e capacità musicali di fortissimo impatto?

Ciò che Agnelli fa – ed è, perdonatemi, indice di sensibilità espressiva e non di arroganza: chi è sensibile fa pensare, i veri stronzi mettono a tacere – è trovare l’esempio più antipatico possibile di raffronto, e antipatico per diversi motivi. Il primo dei quali è la ferita ancora aperta della morte di Freddie Mercury; un interprete unico, e non semplicemente una voce unica. Un uomo la cui presenza sul palco fa impallidire le presenze sul palco di performer attuali; basta pensarlo in canotta al pianoforte e ancora vengono i brividi.

Lì, a mio parere, sta la fallacia argomentativa di Agnelli. Ribadisco: sono un fan dei Queen, sono con lui nel ragionamento, ma penso anche che cantare un tempo non significhi necessariamente farlo con le parole. I Queen a livello testuale sono stati di un altro livello rispetto a Reed; a livello musicale la voce di Freddie Mercury era uno strumento potente e riconoscibile, e così la musica che ha creato capolavori come quelli cui tutti pensiamo e che non citerò.

Ma leggiamo una risposta fondamentale dell’intervista che chiarisce ulteriormente:

“Secondo me è molto più importante in questo momento storico rappresentare dei contenuti piuttosto di avere delle doti tecniche o fisiche precise. A meno che non si voglia diventare attori porno”.

Agnelli questo tema lo ha sempre ben chiaro, in ogni intervista – comprese le sue espressioni più ricordate, compresi i catarri -: l’attinenza al tempo. Anche il progetto che ha curato ormai qualche anno fa, Il paese è reale, atteneva la presenza, come dire, il punto della situazione, una sorta di siamo ora, siamo qui; il suo messaggio in queste due righe è chiaro, dice secondo me, dice in questo momento storico, dice attori porno. Sono tutte espressioni chiare. Il porno – lo diceva anche Aldo Nove – è quello dei Transformers; tutta espressione, tutta realtà, il messaggio è chiaro e sviscerato, non puoi fare altro che accettarlo o negarlo ma sempre mangiando popcorn, non devi decodificare niente, la decodifica sta sulla retina. Ecco che invece ciò che cerca lui è erotico, si stringe al non detto, alla reinterpretazione, all’ombra di cui parlava Gombrich, all’apertura di senso. La mia domanda è: la tromba di Clifford Brown è musicalmente pornografica o erotica? Ossia: dato che non contiene il campo verbale, dato che la grammatica della tromba non contiene parole, che cosa la rende superiore rispetto alla tromba di – che ne so, fate voi il nome? Perché è meglio il sax tenore di John Coltrane rispetto a quello di Kenny G? E siamo sicuri che Coltrane non sia in questa sua espressione cantore di un tempo come Reed? La voce di Mercury non era esecuzione, esecuzione è Giorgia; questo è il punto della mia discordanza rispetto a Agnelli in un discorso che fondamentalmente – ossia: nelle fondamenta – condivido.
E sui Duran? I Duran Duran hanno fatto dischi molto piacevoli all’ascolto, secondo me. Stavo dicendo belli, ma dovremmo riabituarci alle scale di gradimento larghe, alle gradazioni; non si può parlare di capolavori letterari e musicali in continuazione senza pensare almeno in un angolo del cervello che esistono i maestri con cui confrontarsi, che sono lì come gatti che per metà ci osservano e per metà se ne fottono, e quel confronto aperto va mantenuto proprio in virtù di una tensione all’eccellenza che dovrebbe segnare il lavoro dell’artista. Però, dicevo, ci sono due punti. Il primo è l’attenzione all’estetica – che pure atterrebbe anche a David Bowie, a Jimi Hendrix, a Bob Marley, perfino a Kurt Cobain: artisti che sono stati contrassegnati iconicamente dal loro look, che potrebbero esser rappresentati graficamente con pochissimi tratti al pari di un Chaplin o di un Bogart.

Il secondo è un qualcosa che chiamerò, in assenza di termini migliori, la capacità cooperativa dell’autore. Un autore non ha solo qualcosa da dire, ma anche qualcosa di non detto. Se il detto pesa più del non detto, l’opera si sbilancia totalmente in una fruizione priva di cooperazione. È il motivo per cui i peggiori cantanti, i peggiori comici, i peggiori scrittori hanno bisogno di espedienti di memorizzazione – il refrain canticchiabile, il tratto conoscitivo, il tormentone: tu senti “Hop hop hop” e dici “Din din din”, attui meccanismi rettiliani di stimolo e risposta senza che sia avvenuta una reale costruzione di senso. Si carica l’emozione di Save a prayer – godibilissima – per omettere il sentimento di All along the watchtower, più complesso e duraturo. È il motivo per cui Springsteen è ancora lì: canta un sentimento e te lo fa capire; ed è il motivo per cui molti cantanti italiani sono morti tanto tempo fa: hanno smesso un sentimento facendo indossare vesti nuove – spesso populiste – a un manichino.

Finirò questo pezzo con un appunto su Gabbani, in merito a un’intervista tv di qualche giorno fa.

Posto l’imbarazzo generale dato – anche – dalla prontezza del conduttore, la rilevanza di un gruppo musicale o di un interprete non si giudica in base alla memoria del pezzo più memorabile. Papacito o Mambo no. 5 strapazzerebbero Liszt, in questa classifica da poverini; se vai per la strada e chiedi di Debussy o di Hrabal in luogo di Baglioni o Moccia, dubito che ci sarebbero reali questioni sul fatto che la conoscibilità e la qualità non sempre vanno a braccetto. Lì sì l’analisi testuale e musicale aiuta: forse aiuta leggere brani cooperativi che dicono cose come:

L’amore rende soli

Ma è ben più doloroso

Se per nemici e amici

Non sei più pericoloso

La testa è così piena

Che non pensi più

Ti si aprono le gambe oppure

Le hai aperte tu.

Torniamo al punto primo. Sono rilevanti queste parole? A mio modo di vedere, sì.

Sono di Agnelli.