Lo scorso aprile Vanni Santoni evidenziava su Vice come l’editoria italiana fatichi a puntare sulla narrativa breve, a causa dell’opinione comune sulla scarsità di vendite delle raccolte. Il racconto è uno spazio letterario circoscritto in cui il piacere estetico gioca un ruolo fondamentale, la forma e lo stile sono fattori privilegiati a scapito di sviluppo tematico e identificazione del lettore. Molti scrittori ritengono difficile scriverli – come lo sarebbe comporre poesie – poiché ogni parola deve essere soppesata, centellinata, ogni frase concorre a sviluppare una voce personale; non si può tergiversare, gigioneggiare come in un romanzo, o bisogna farlo con stile (a questo proposito basta aprire il recente Meridiano di Gianni Celati). Eppure di raccolte se ne pubblicano molte, sia grazie a piccole realtà specializzate – cui tributare un plauso – sia nei cataloghi delle grandi case editrici. Forse per demistificare il sospetto del lettore nei confronti della forma breve bisogna segnalare e discutere gli autori, anche fra i contemporanei, meritevoli di essere letti. Ho dunque deciso di individuare nel ricco catalogo Einaudi tre autori che, in quanto a letture recenti, mi hanno maggiormente impressionato.

Il primo è Horacio Quiroga, scrittore uruguaiano a cavallo fra Diciannovesimo e Ventesimo secolo. La sua vita si divide fra Buenos Aires e la regione tropicale di Misiones, nelle cui selve passerà lunghi periodi. La dicotomia fra un’anima urbana, velata di fascinazioni positiviste e ansie da romanzo gotico, e il richiamo della natura incontaminata rappresenta il fulcro della sua narrativa. D’altronde è lo stesso autore a evidenziarne i modelli: John Rudyard Kipling e Edgar Allan Poe; questa presunta natura epigonica gli attirerà l’avversione di Borges, a dimostrazione che anche i grandi possono sbagliare. In ogni caso quando si palesano modelli così evidenti, e distanti fra loro, è difficile trovare una voce originale, creare capolavori in grado di durare. Ma Quiroga gioca proprio sulla differenza di potenziale, colora le storie di esperienze dirette, di meditazioni sull’arte della sopravvivenza e sui destini della scienza che ne rivelano l’amore per la materia trattata. Non è solo una questione di maestria: i racconti di Quiroga sono creati per esorcizzare paure, nevrosi, la vita difficile dell’autore (costellata dal suicidio del padre e della moglie, dall’omicidio accidentale del suo migliore amico, dall’avvelenamento con cui si dà la morte nel 1937, quasi fosse stato morso da uno dei suoi amati serpenti), per questo quando leggiamo Anaconda, I distillatori di arance o Ritorno alla selva sentiamo la pagina palpitare.

Tigre per sempre antologizza le migliori prove dell’uruguaiano e le divide seguendo le ambientazioni predilette dell’autore: la regione amazzonica e le strade di Montevideo e Buenos Aires. Di grande impatto sono i racconti della selva, dove Quiroga intesse una fitta trama di relazioni che ci restituisce la mobilità perpetua di un ecosistema complesso. Nella selva la civiltà è un vettore razionale che si deve scontrare con la materia naturale, le piante e gli animali sono postulati come enti senzienti, tanto che i racconti più famosi – Anaconda e Il ritorno di Anaconda – narrano la lotta fra uomo e animale fraternizzando con le bestie, in favole oscure in cui le caratteristiche fisiche degli animali sono esaltate come virtù morali. Il soggetto uomo è portatore di tragedie, cerca di controllare un’entità enorme, la selva respinge questi personaggi disperati, ubriachi, avventurieri, tragici come picari o giullari (ex-uomini lì chiamerà l’autore in un passaggio esplicativo). Gli ultimi scampoli di razionalità – che si manifestano nella costruzione di un tetto, nell’attraversamento di un fiume, nella ricerca di un siero – sono annichiliti dal nubifragio, dalle leggi naturali che riportano il reale al suo grado zero, l’uomo con la sua mitopoiesi artificiale non può che morire lentamente (come il protagonista di Alla deriva che agonizza a causa del veleno).

Di contro i racconti ad ambientazione urbana spingono la fascinazione per la scienza in territori oscuri, esperimenti al limite del paranormale che mettono in dubbio la realtà, la proiettano sull’orizzonte del simulacro. In questi racconti è evidente la filiazione dal gotico americano, le case Usher non crollano, ma l’amore porta a bramare un corpo solido per il desiderio, i morti ritornano come immagini tangibili (è la trama de Il vampiro). Un oscuro romanticismo si impadronisce di Quiroga, così diverso dall’atteggiamento ferino della selva, i protagonisti dei racconti urbani dimenticano chi sono, come soggetti anonimi incistati nel tessuto della società borghese. Si ritrovano a passeggiare sulle rive di laghi viola, a sposare donne che non conoscono, a vivere una vita estranea (parliamo di In sua assenza). Se nella selva scendiamo a patti con la natura, capiamo quanto siamo insignificanti di fronte al fruscio della vegetazione, nella città ci ammantiamo di simboli artificiali, realtà estranee che ci vessano e ci riducono al ruolo di maschera. L’opera di Quiroga è volta a esorcizzare le paure dell’uomo novecentesco, a disvelare gli autoinganni di chi si crede artefice del proprio destino.

Ho parlato di un maestro del racconto ispanoamericano, non posso tacere dei maestri nostrani che vanno giustamente indicati come tali. Daniele Del Giudice  ne rientra a pieno titolo, la sua produzione romanzesca è di qualità acclarata, basti pensare a Lo stadio di Wimbledon e Atlante occidentale. Non fa difetto la produzione sulla misura breve, I racconti recupera in un solo volume l’intero corpus sparso in antologie e riviste. La poetica di Del Giudice presenta elementi ricorrenti: un’attenzione maniacale all’oggetto de racconto – i quadri del museo di Reims, la struttura della polvere, le mosse dei combattimenti di wrestling, le manovre di volo – e una meravigliosa sovrapproduzione descrittiva. L’autore accarezza le superfici, le percorre con lo sguardo, le circoscrive nel periodare fino a farcele sentire sotto i polpastrelli attraverso la precisione di una prosa che fotografa come in una luce sovraesposta, capace di catturare anche i mutamenti della polvere in volo. Alla presunta freddezza della realtà fenomenica si oppone la profondità di una trama in movimento, una serie di avvenimenti che portano il racconto sul punto del disfacimento, il detournement in cui affiorano i sentimenti, le ansie e le ire dei protagonisti che si scontrano con un mondo di cose e ossessioni reificate.

La narrativa di Del Giudice parte dall’oggetto per decifrare le sensazioni dello sguardo che lo sta circoscrivendo. Dalla realtà solida dello stadio di Wimbledon, dalle geografie definitive delle carte di un atlante, si astrae fino a vagheggiare il sentimento, che sia la malinconia per il venir meno della vista (Nel museo di Reims), l’odio viscerale per una melodia che scatena la violenza (L’orecchio assoluto), la fascinazione di corpi agglutinati nella lotta (Evil Live) o l’amore per lo strumento che rende possibile il volo (Di legno e di tela). La mania è la condizione del soggetto nel mondo degli oggetti, si crea un cortocircuito romantico, una tragicità a bassa intensità, eppure in grado di colpire, la stessa rarefazione della prosa di Parise. Basti pensare al clima di precarietà restituito dall’incipit di Nel museo di Reims: «È da quando ho saputo che sarei diventato cieco che ho cominciato ad amare la pittura. Forse amare non è la parola giusta, perché nelle mie condizioni è difficile provare un sentimento verso qualcosa fuori, e poi perché le mie condizioni già non mi permettono di vedere più bene, e dunque non posso dire con certezza che cosa amo, se i quadri che vado a cercare nei musei, o questo stesso andare a cercare, fin quando la vista non calerà del tutto». La voce di Del Giudice calibra lo sguardo, lo mette a confronto con la materia, con la luce che muta e cambia la forma delle cose, come la pelle che passa dal caldo al freddo, dal ruvido al morbido, come gli infinitesimali mutamenti che avvengono da un istante all’altro, nella nostra percezione e nella nostra vita.

Di tutt’altra specie è la narrativa di Rivka Galchen, scrittrice canadese quarantenne che affonda le radici nel postmodernismo americano. Con questo pensiamo al virtuosismo di George Saunders o David Means, alle costruzioni barocche di David Foster Wallace, al più recente connubio fra surrealismo, umorismo ed emotività di Un angelo migliore di Chris Adrian. Innovazione americane sembrerebbe materia da scuola di scrittura creativa, presenta un prosa luminosa e diversificata. L’autrice adopera consapevolmente diverse tecniche narrative pur occultandole sotto una buona dose di ironia. L’effetto è gustoso, tanto spiazzante da ricordaci le potenzialità della prosa, lo studio sulla forma come momento imprescindibile della creazione letteraria. Rivka Galchen racconta storie strampalate ma dalla resa puntualmente realistica: siamo portati a credere al divorzio fra una donna e i suoi mobili di casa, all’escrescenza sulla schiena di una ragazza che si rivelerà un terzo seno, al triangolo amoroso fra un viaggiatore nel tempo e due personaggi creduloni o alla conversazione fra una casalinga disperata e un servizio di catering particolarmente invadente.

Non è tanto ciò che si racconta – le atmosfere casalinghe o i nonluoghi della provincia americana – ma come sono distribuite epifanie, serigrafati pensieri strani (alcuni turpi, alcuni buffi), costruita una psicologia veritiera, persino tragica, a partite da premesse balzane e minoritarie. L’umorismo diventa il mezzo per comunicare traumi e idiosincrasie: un fallimento quotidiano, il dolore difficile da razionalizzare. Ecco un esempio da L’ordine perduto, lo straordinario racconto d’esordio:

Ero a casa che non preparavo gli spaghetti. In effetti mi stavo sforzando di mangiare un po’ meno spesso. Uno yougurt al mattino, un altro a pranzo, zenzero candito negli intermezzi, e una cena normale. Non mi ritengo una persona con “problemi di peso”, ma dopo quattro mesi di disoccupazione avevo messo su già svariati chiletti, e quando me ne accorsi (io non mi peso mai; semplicemente mio fratello, che era venuto a trovarmi, mi aveva detto: “Ma che gambe hai messo su?”) non ne fui per niente contenta. O forse sì. Perché almeno quella era una cosa a cui sapevo non sarebbe stato un errore dedicarmi.

In poche frasi entriamo nella mente di una donna che dissimula le proprie ansie, che cerca di concentrarsi sulla quotidianità piuttosto che affrontare i problemi della sua condizione economica o esistenziale. Dunque nei racconti dell’autrice l’ironia e la precisione di una forma narrativa ben calibrata rimangono al servizio della comunione fra personaggio e lettore.

Questi sono solo alcuni esempi, alcuni autori di una galassia proteiforme, di tendenze variegate, di giovani autori e maestri da riscoprire. La forma del racconto è gloriosa, letteraria, perfetta per l’amante della letteratura ma anche per chi vuole provocare una riflessione quotidiana,  fare esperienza di una piccola epifania , il cambiamento di una virgola nella grammatica della realtà che può risignificare l’intera frase. Sono considerazioni palesi, annotazioni frettolose, ma a volte è bene posizionare boe luminose sulla via, piccole luci che ci orientino nell’oscurità (nel frastuono dei nostri tempi dal metabolismo impazzito) e che ci ricordino di posare lo sguardo sui tesori nascosti che forse ci lasciamo sfuggire.