Nella filiera che porta dal manoscritto al libro stampato, alcune figure sono chiare anche ai non esperti, altre molto meno. Il correttore di bozze, per esempio, è intuitivo. Il grafico magari non si sa bene come riesca a fare quel che fa, ma impaginazione e copertina sono sotto gli occhi di tutti.
Uno dei ruoli più misteriosi è quello dell’editor.
Il termine di origine anglosassone non ci aiuta a districarci, e nemmeno il vocabolario risolve l’incertezza:

editor ‹èditë› s. ingl. [propr. «redattore curatore di un’edizione», der. di (toedit.

Colui che cura un’edizione. Ma perché, sta male? In un certo senso sì.
Non c’è testo che nasca perfetto, per quanto l’autore possa essere geniale o scafato.

Circolano meravigliose leggende urbane sull’editor. È quello che ti riscrive tutto, sostiene qualcuno: tu gli porti la malacopia e lui ci tira fuori il romanzo.
No. Quello semmai è il ghostwriter, o scrittore ombra (che ha rimpiazzato la ormai antipatica dicitura negro).
È quello che ruba le idee buone agli sconosciute e le rivende ai famosi. Neanche. Quello è semplicemente un farabutto. Il rischio è quasi inesistente, perché chiunque faccia una cosa del genere e venga scoperto può cambiare mestiere.
Non serve a niente, dicono altri. Ho scritto una trilogia da 2.000 pagine ogni tomo, chiedo a mio cugino di darci un’occhiata, così me lo sistema. Ha fatto liceo classico, di queste cose ne sa.
Ah sì? Davvero?

Ma allora cosa fa, esattamente, ’sto benedetto personaggio?
In due parole: prende l’opera originale, grezza, e ne porta alla luce le potenzialità nascoste o non del tutto espresse. Come? Qui si fa complicata. Va bene, un passo indietro.

L’editor sa tutto. Da quanti anni è durata la presidenza di Lincoln al peso atomico del trizio. È onnisciente. O almeno così sembra. In realtà è un ficcanaso malfidente, dubita di qualsiasi cosa e va a controllare tutto, anche quello che crede di conoscere già. Con gli anni avrà curiosato in talmente tante faccende che è meglio non sfidarlo nei cruciverba. Inoltre, avrà affinato un sesto senso, una specie di istinto del cacciatore, grazie al quale il naso comincia a prudergli in presenza di inesattezze. Peggiore è lo svarione, più il naso pizzica.

“La notte di Capodanno del 1935 nevicava. Passammo il confine tra Alabama e Louisiana esattamente a mezzanotte, ben chiusi nella nostra Ford Sedan. Stappammo lo spumante senza nemmeno rallentare.”

Il ficcanaso malfidente andrà a controllare se Alabama e Louisiana confinano davvero (e scoprirà che in mezzo c’è l’intero stato del Mississippi). Di seguito, verificherà se la Ford Sedan era in circolazione nel 1935, se si poteva girare così liberamente con alcolici o se era ancora in vigore il Proibizionismo e anche, se lo trova, se nevicava davvero in quei posti a Capodanno.
Se emergono incongruenze, prende nota e gira all’autore.

Fino a qui, è routine. Dopo (ma c’è chi lo fa per prima cosa) si passa grammatica e sintassi al setaccio fino: congiuntivi, concordanze, composizione dei periodi. Per quanto si possa rileggere uno scritto, a forza di cambiare, tagliare, incollare, qualcosa sfugge sempre. Nel frattempo si tiene d’occhio il senso, che sembra scontato, ma non lo è per niente. Una frase può essere corretta dal punto di vista tecnico, ma non significare niente; succede più spesso di quanto si pensi.

Le ripetizioni sono un flagello. A volte sembra di leggere il rapporto di un carabiniere svogliato: “L’arma del delitto è intestata alla vittima. Ha fatto fuoco contro la vittima da una distanza approssimativa di metri tre, colpendo la vittima al petto”.

La punteggiatura è un supplizio per molti: c’è chi non la mette, chi ne abusa, chi sparge virgole a casaccio, tipo contadino che semina nei campi.
La scelta delle parole è importante. Ci sono tre ordini di errore in cui si può incappare: il termine del tutto sbagliato (“appoggiò i piedi sul cofano”, ma sono dentro la macchina, perciò è il cruscotto), quelli che somigliano, ma sono scorretti (“raggirò il comodino”: ma povero comodino, perché devi imbrogliarlo?), e quelli che sarebbero esatti, ma sono brutti, complicati, arcaici o provenienti da altre lingue (“ci vediamo al meeting”: esiste il bellissimo equivalente convegno).
Rime, assonanze e allitterazioni rientrano in questa categoria. “Ci abbuffammo di abbacchio abbastanza abbondante” non si regge, eppure può scappare.

La coerenza interna a volte difetta anche ai più attenti. Whisky o whiskey sono entrambi giusti (i pignoli direbbero che l’uno è scozzese e l’altro è irlandese, ma sorvoliamo), ma deve essere scritto sempre uguale per tutto il romanzo.

Nella foga di inseguire la storia, succede di aggrovigliarsi in frasi legnose o farraginose. “Arrivò a un punto in cui due strade provenienti da direzioni diverse si intersecavano” può diventare tranquillamente “Arrivò a un incrocio” e nessuno ne sentirebbe la mancanza, anzi; il testo ne guadagna in scorrevolezza.

Ogni autore ha la sua voce, o più voci, a seconda del tono che vuole dare all’opera: è lo stile. Una volta impostato deve essere mantenuto. Se non c’è una ragione più che valida, non si può iniziare parlando come Foscolo e finire come Totti in vacanza: “Aoh, ’ndo ’nnamo?
Sono quattro livelli a cui prestare attenzione: frase, paragrafo, capitolo, intero testo.

Tutto ciò riguarda soltanto la forma. Copy-editing, dicono quelli che ne sanno. È acqua fresca in confronto al content-editing, ovvero quando si va a mettere mano ai contenuti.

La struttura della storia è solida o ci sono buchi logici? Perché mai Il Colonnello Mustard dovrebbe spaccare la testa al Professor Plum con un tubo di piombo, schizzandosi il vestito buono di sangue e cervello, quando ha una più comoda rivoltella a portata di mano? Se non c’è un motivo plausibile, tipo stornare i sospetti, meglio ragionarci su.
L’intreccio è gestito bene o, per esempio, il secondo capitolo rivela troppo? Nel caso, si possono spostare interi pezzi per aumentare la tensione, o per anticipare delle informazioni utili a capire il seguito.

I personaggi sono le colonne portanti di una storia. Dovessero risultare piatti si può tentare di irrobustirli. Agiscono sempre in maniere coerente con il carattere che hanno dimostrato di avere? Spesso bastano pochi tocchi per riportare il protagonista entro i propri panni.
Il punto di vista può diventare un vero tormento, per esempio se saltella dentro e fuori le teste di interpreti primari e secondari. C’è sempre una prospettiva più adatta di altre a quel certo tipo di storia; bisogna trovarla e attenersi a quella.

I dialoghi sono fondamentali, un vero asso nella manica se usati con un tocco di malizia. Assolvono a più di una funzione,quindi corrono diversi pericoli: possono essere scarni o ridondanti, meccanici o troppo simili al parlato reale. Ogni personaggio deve avere la propria voce, che va caratterizzata con cura. Se così non fosse, è d’obbligo intervenire.

L’ambientazione è quasi un personaggio aggiunto. Quando è costruita bene rende tridimensionale il racconto, con suoni, odori, dettagli che aiutano a visualizzare i luoghi della narrazione. Ci sono autori che la sottovalutano e lasciano vagare i personaggi in una specie di limbo incolore; al contrario, i fanatici del world-building si perderanno in mille particolari inutili e trascureranno la storia.

L’editor non riscrive e non ruba. Stimola l’autore a impegnarsi di più, a ricavare il massimo dalle proprie capacità. Chiunque, se si pone nell’atteggiamento giusto, avrà la possibilità di imparare molto da un bravo editor. Il che significa migliorare più in fretta rispetto al lavoro in solitaria, e soprattutto diventare più autonomi per il prossimo romanzo. Procedere soltanto per prova ed errore può significare perdere anni (anni!) alla ricerca del proprio stile.

Sicuro che il cugino-che-ha-fatto-il-liceo sia in grado?