Ènecessario, prima di scrivere qualcosa su un album o su un libro, far passare qualche giorno dal primo ascolto o dalla lettura, c’è bisogno di far sedimentare suoni o testi. È anche una forma di rispetto verso un lavoro artistico e intellettuale. Nel caso del nuovo disco dei Baustelle, L’amore e la violenza, è ancora più importante, perché i testi hanno una natura letteraria e una serie di rimandi ad altre opere, a programmi televisivi, alla vita quotidiana e a molti altri aspetti dell’esistenza di ognuno.

In questo senso L’amore e la violenza è un album che porta di molto avanti il lavoro dei Baustelle. Musicalmente in realtà rimane tutto nelle corde dell’album precedente, la musica non ha stravolgimenti, è in linea con il loro percorso, ci sono incursioni decisamente più pop e c’è un po’ meno ricercatezza e riferimenti alla musica classica, che probabilmente nel disco precedente sembrava anche al di fuori della loro portata comunicativa e rappresentativa. Sono i testi che spostano il discorso in alto, in un progresso rispetto ai precedenti lavori, che comunque partono dal contrasto tra l’alto e il basso, tra la cultura e il trash.

In ogni caso si può comunque dire che lo stile dei Baustelle è qualcosa che rimane, ad oggi, assolutamente unico. Brani come Betty, Il vangelo di Giovanni e L’era dell’acquario, raccontano il contemporaneo come nessuna scrittura musicale in Italia riesce a fare. È una narrazione che fonda sulla complessità della comprensione il proprio status. Tutto questo però porta dalla critica musicale fatta all’album, al problema sulla questione intellettuale italiana. L’Italia mostra un problema con gli intellettuali e con il loro status: hanno difficoltà di riconoscimento, perché tutto è risucchiato dal popolare, che non è un pop – usato dai Baustelle nelle loro canzoni – ma è una massa che non accetta alcuna postura differente, una massa che vuole mantenere tutto sullo stesso livello, ma è un livello che ovviamente non può esistere e difatti non esiste, è una finzione; ma è una finzione rassicurante, innanzitutto moralmente.

Lo dimostra ciò che è successo con le vignette di Charlie Hebdo: le voci fuori dal coro dei dissensi allegramente e spensieratamente patriottici sono prese di mira sino all’impossibilità di esprimersi. Ulteriore esempio ne è la discussione innescata dal sindaco di Napoli De Magistris contro Saviano, discussione che mira a livellare le differenze e riportare tutto a un livello di discussione più basso. Al di là di chi poi possa aver ragione o meno la costruzione del discorso mira unicamente a cancellare la complessità e la diversità di pensiero in favore di una uniformità data dall’imposizione della maggioranza.

La questione spesso torna sui quotidiani o in pubblicazioni che si premurano di spiegare cosa sia un intellettuale oggi, che ruolo (e se ha un ruolo) abbia nella società o altri spiegazioni di questo tipo. Il problema, al contrario, non deve andare sul chi sia l’intellettuale o che ruolo abbia, perché si mostra, in questo modo, nella forma della giustificazione di sé: “Io sono intellettuale se”. Il problema è in chi si pone il problema: chi sono io che parlo di intellettuali?

Ribaltando la questione si perde il centro del paradigma e si è costretti a vagare alla ricerca di un contesto all’interno del quale collocare se stessi e gli intellettuali. Perché un intellettuale è colui che entra in dialogo, non colui che cala cultura dall’alto su una massa di gente – in gran parte ritenuta più ignorante. In questo senso chiedersi chi sono io che parlo di intellettuali significa chiedersi: sono in grado di entrare in dialogo con un intellettuale? Con che tipo di intellettuale entro in dialogo? Quali sono i limiti del mio dialogo? Io che parlo sono parte di un processo intellettuale? Tutte domande che mirano non a trovare una soluzione ai problemi, ma un dialogo che possa fondarsi sulla complessità, e non sui concetti ormai idealizzati di verità e post-verità.

In questo senso il lavoro dei Baustelle, come ogni oggetto artistico, si pone in maniera dialogante con l’ascoltatore: pone una serie di riferimenti che vengono compresi/o non compresi e che in ogni caso mettono a disagio perché richiedono una risposta, un dialogo, che investe anche la musica dell’album, che è diventata più pop, con dei suoni che possono essere loghi sonori di alcuni brand o colonne sonore di spot televisivi, il tutto mescolato all’alto della composizione classica.

Questo tipo di lavoro investe anche la copertina realizzata da Gianluca Moro e che vede Francesca Pizzo (musicista del gruppo Melampus) e Anna Terio (la donna bionda). Ed è proprio quest’ultima che utilizzo come punto di contatto per arrivare a uno degli spettacoli teatrali migliori di Ricci/Forte (Grimmless) nel quale è attrice. C’è infatti un’assonanza tra i due lavori, sia per la natura contaminata del prodotto artistico creato, sia per la postura intellettuale e critica che coinvolge Ricci Forte e i Baustelle. Grimmless è uno spettacolo in grado di lasciare nello spettatore l’incertezza di dover continuare a percorrere una strada autonomamente, una via culturale che non è una risposta, come al contrario ci si aspetta dal lavoro intellettuale quando si è a corto di stimoli.

Ed è una postura descritta benissimo da Deleuze, e si può leggere su Doppiozero una recensione di Agamben al testo L’esausto di Deleuze, nel quale viene messa in mostra una postura appunto di pensiero in grado di compiere l’esaustività, di lavorare sul procedere, sul domandarsi, sul non essere pienamente appagati, sino all’esaurirsi della possibilità stessa. L’esausto si pone questa domanda: “Come si esaurisce una possibilità, che cos’è una possibilità esausta?” La risposta la si può comprendere meglio immaginando i personaggi descritti da Beckett nelle sue opere. Uomini che assumono una postura intellettuale per definizione, pur non costruendo la loro esistenza sulla cultura, sono personaggi che esauriscono le loro possibilità, che si presentano davanti agli avvenimenti incapaci di classificarli e senza la forza di interpretarli completamente e in maniera esaustiva. Perdono se stessi e si abbandonano all’evento.

Da questa prospettiva letteraria e filosofica, la figura dell’intellettuale ne esce ridisegnata rispetto alla canonica figura della persona colta che sentenzia su tutto, con padronanza e grazie ai propri studi. Al contrario l’intellettuale, che è sì una persona con degli studi, con una cultura e con la capacità di analisi, tuttavia è anche colui che non mira a semplificare la realtà che gli si presenta davanti, ma ad analizzarla, è colui che si impegna a restituirne comprensione, non spiegazione. In questo senso non è vietato criticare o non apprezzare il disco dei Baustelle, non è ovviamente di questo che si sta parlando, ma è al contrario necessario evidenziare la postura, spesso rifiutata dalla massa, che non è più pop, ma che al contrario tende alla a-culturalità, che questo disco possiede.